Le infinite contraddizioni di un partito di potere

La lingua biforcuta della Lega Nord

Walter Peruzzi
  Sono contro l`assistenzialismo del Sud ma impongono alla collettività il mantenimento di parenti e amici. Sono contro i `clandestini` ma intendono `qui senza diritti` per farli lavorare in nero. Dicono agricoltori e intendono `ladri di quote latte`. Parlano di legalità e fanno leggi razziali per i migranti e norme ad personam per Berlusconi. Dicono no ai rifiuti di Napoli e ignorano le scorie tossiche del Nord spedite in Campania.
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La festa dei popoli padani, come la Lega chiama la carnevalata settembrina a Venezia, si è svolta quest’anno in un clima surreale con Bossi che, in una piazza semideserta, cercava di tenersi stretti gli elettori delusi promettendo la secessione che nessuno vuole, di una Padania che non c’è.

Lavoratoriii!

Ricorrendo ai soliti cialtroneschi giochi di prestigio, Bossi ha detto che bisogna andarsene da un paese dove «è tornato il fascismo», glissando sul particolare che è stato lui a riportarcelo; e che «un popolo importante e lavoratore [quello padano], non può essere costretto a continuare a mantenere l’Italia», tacendo sul dettaglio che quel popolo sta mantenendo da vent’anni chi non ha mai lavorato in vita sua, come Bossi stesso, il figlio Trota, i caporioni leghisti e le loro parentopoli: un nugolo di zii, fratelli, mogli, amanti, più numerosi e voraci di tutti i falsi invalidi del Sud messi insieme.

 

Referendum. De che?

Bossi ha proposto, per la secessione, «una via democratica, referendaria». Ma qui casca l’asino. Perché un referendum del genere non è consentito dalla Costituzione, la quale non prevede neppure che la forma di Repubblica (“una e indivisibile”) sia soggetta a revisione costituzionale.
E soprattutto, per fare un referendum, bisognerebbe sapere chi è il popolo interpellato, chi sono gli elettori. I liguri sono padani? E i friulani? Il Trentino è Padania? E l’Umbria? Per saperlo chiediamo a ogni regione, con un pre-referendum, se si sentono padani; o lo decidono Bossi, Regazzoni e gli altri strapelati del cerchio magico, magari con un rito celtico celebrato dal Trota e dalla Mauro, la vicepresidente del senato?
In ogni caso, anche nelle regioni più verdi, i secessionisti sarebbero in schiacciante minoranza. Non per caso la Lega dovette tornare anni fa nel canile di Arcore quando scoprì che la politica separatista l’aveva ridotta al 3,9%. E pochi, di quel 3,9%, avrebbe votato per la secessione. Così, se si facesse il referendum, i secessionisti starebbero in un fazzoletto, anzi in un prato, quello di Pontida.

 

La lingua biforcuta della Lega Nord

Per questo al referendum Bossi o Maroni o Tosi o Calderoli non ci pensano proprio. Come sempre la Lega dice una cosa e ne vuole un’altra.
Dice «via i clandestini» e intende “qui senza diritti” per poterli far lavorare in nero.
Dice «ogni regione si tenga le proprie risorse» e intende ogni padroncino nordista possa evadere le tasse.
Dice «no i rifiuti di Napoli al Nord» e vuol dire “si ai rifiuti tossici del Nord in Campania”.
Dice «agricoltori» e intende “ladri di quote latte”.
Dice legalità e intende leggi razziali contro i migranti e leggi vergogna per il Caimano.
Dice no allo statalismo e intende diritto della Lega a farsi stato, marchiando con le sue svastiche la scuola, i ministeri, lo sport.

Allo stesso modo la Lega agita lo spauracchio della secessione immaginaria decisa da un popolo altrettanto immaginario per nascondere quella reale, che attua dall’alto ogni giorno, impadronendosi di banche, poltrone, regioni e posti di governo da cui semina il razzismo, la divisione del paese, la disgregazione sociale.

Indecente opposizione

Proprio per questo si è giustamente scritto su internet che è indecente limitarsi a condanne verbali senza concludere che Bossi non può fare il ministro e senza agire di conseguenza. E questo vale per Maroni o Calderoli o Davico o Castelli, per tutta la marmaglia leghista.
Napolitano ha detto che Bossi, agitando la bandiera della secessione, si pone fuori dalla storia. Ma noi avremmo voluto sentir dire da Napolitano che si pone fuori dalla Costituzione, di cui è garante, e deve quindi andarsene dal governo. Bersani e gli altri “oppositori” hanno detto che i discorsi di Bossi sono “inaccettabili”. Ma noi vorremmo che, allora, non venissero accettati, ossia che fossero prese adeguate iniziative per imporre l’uscita dall’esecutivo di ministri che hanno fatto dichiarazioni (Bossi a Venezia, Maroni a Pontida) incompatibili con la Costituzione e per mettere fuorilegge la Lega, ai sensi della XII norma transitoria, che vieta la ricostituzione di partiti fascisti e razzisti.

Non sarebbe un bel momento, per nessuno, quello in cui i cittadini dovessero accorgersi che forze politiche democratiche e istituzioni repubblicane sono incapaci di difendere i nostri diritti, la nostra dignità e la loro. Che devono provvedere da soli.
Pure cresce la consapevolezza, avvertibile anche da molte pagine di internet, o dalle contestazioni del Giro di Padania, che ai nazisti in doppio petto, come Maroni, Cota, Tosi, Salvini, più “freddi” e “scientifici” delle macchiette alla Bossi, Gentilini o Borghezio non si può fare da sponda come il PD sembra pensare. Che la prepotenza della Lega va fermata. Ad ogni costo.

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