Previsioni mai fatte, new town deserte, fondi bloccati e asfalto su luoghi alluvionati. In Italia il disastro non si previene, si crea. E poi si gestisce. Dal Veneto alla Sicilia, dalla Liguria alla Calabria il modello è identico. Non si mettono in sicurezza i versanti delle montagne, non si puliscono gli alvei dei fiumi, non si rafforza la resistenza sismica delle abitazioni. E dopo la catastrofe parte la litania del `disastro annunciato`.

     

Scritto da Manuele Bonaccorsi, Alberto Puliafito

Qualcuno adesso rimpiange i bei tempi di Bertolaso. Quando le magliette blu arrivavano subito nei luoghi delle catastrofi, prendevano in mano il comando. E gestivano direttamente gli  appalti. La Protezione civile dal 2001 al 2010 ha speso per le emergenze 17.523.567.083 euro, oltre 34mila miliardi di vecchie lire. Fuori dal codice degli appalti, dalle competenze degli enti locali, da ogni legge che potesse intralciare i lavori. Entrare nelle grazie del capo della Protezione civile era l’obiettivo di tutti i Tarantini che frequentavano la corte del premier. C’erano i grandi eventi, il G8 e i mondiali di nuoto della cricca, la spazzatura campana e gli appalti delle new town aquilane. L’alluvione era di denaro e champagne.

Poi le indagini sulla cricca che prosperava nell’eterna emergenza hanno azzoppato il semidio Bertolaso. A sostituirlo è arrivato un uomo molto meno potente, l’ex prefetto dell’Aquila e capo dei servizi segreti post Pollari, Franco Gabrielli. Per Tremonti, storico nemico di Bertolaso, imbrigliarlo è stato facile. E si è tornati al gioco del cerino. Secondo un esperto che lavora in protezione civile, funziona così: «Il Dipartimento nazionale, che ha speso miliardi per la sua rete di rilevazione, manda un comunicato alle Regioni, con su scritto: “Piove”. Le Regioni, che hanno  speso milioni per i loro “centri funzionali”, lo girano ai sindaci. Ai Comuni tocca fare tutto. Senza soldi né mezzi. E se succede qualcosa, è tutta colpa loro».

Solo una cosa, tra gli anni d’oro di Superguido e gli stenti di oggi, è rimasta identica. Non si fa prevenzione. Non si mettono in sicurezza i versanti delle montagne, non si puliscono gli alvei dei fiumi, non si rafforza la resistenza sismica delle abitazioni. Il ministero dell’Ambiente ha visto azzerati i suoi fondi. Le risorse straordinarie per il rischio idrogeologico sono bloccate. Poi piove, e la gente muore. Subito dopo si dichiara l’emergenza. Ma senza soldi non si canta messa. Un esempio: a Genova il presidente della Regione Burlando era commissario straordinario all’emergenza «per la grave situazione di pericolo che interessa il reticolo idrografico dei torrenti Fereggiano e Sturla» dal 28 gennaio del 2011. Ma qui l’emergenza era ancora più antica: risaliva al lontano 8 febbraio del 2007. E da allora era stata prorogata 4 volte. Se il Fereggiano è straripato evidentemente non si è fatto quanto si doveva.

Centri poco funzionali

La Protezione civile nazionale si limita a dire che piove, grazie alla costosissima struttura dei Centri funzionali: una rete di 22 centri locali (uno per regione) e uno centrale, capaci di uno screening completo del territorio, utile a prevedere i pericoli. Un progetto nato con la legge Sarno, varata dopo le 160 vittime dell’alluvione del 1998. Il governo stanzia allora 1.250 miliardi di lire per mettere in sicurezza il territorio. Di questi, 50 servono per rafforzare rete di monitoraggio idro-pluviometrico. Altri 80 miliardi arrivano nel 2000, dopo l’allagamento del camping di Soverato (13 vittime). Infine altri 16 milioni di euro vengono stanziati nel 2002. Nasce così la rete dei Centri funzionali.

A gestire l’appalto è la regione Basilicata, col sostegno della Fondazione Cima (Centro internazionale di monitoraggio ambientale), costituita in Liguria dall’Università di Genova. Guarda caso le due regioni in cui ha insegnato ingegneria idraulica l’ex numero due della Protezione civile Bernardo De Bernardinis. Rinviato a giudizio per il mancato allarme della commissione grandi rischi che il 30 marzo del 2009 tranquillizza la popolazione aquilana (dichiarò alle televisioni: «Abruzzesi, bevete un buon bicchiere di Montepulciano»), De Bernardinis è oggi a capo dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale del ministero dell’Ambiente. E alcuni rumor sostengono che la rete dei Centri funzionali potrebbe passare proprio sotto la gestione dell’Ispra.

Ai Centri funzionali, però, spetta solo di rilevare l’allarme. Poi, rispetto alla gravità dell’evento, l’azione può essere coordinata dal Dipartimento nazionale, dalla Regione, oppure dai Comuni. Fino a qualche tempo fa bastava poco per attivare il ricchissimo Dipartimento nazionale. Ora si preferisce lo scaricabarile, e la colpa è sempre dei sindaci. Lo conferma il vicepresidente dell’Anci, il sindaco di Piacenza  Roberto Reggi: «Non si può essere responsabili della Protezione civile sul territorio senza avere risorse, senza essere invitati ai tavoli dove si allocano questi soldi e sotto la spada di Damocle del patto di stabilità interno, che impedisce di spendere fondi propri per interventi di messa in sicurezza dei territori».

Previsioni di Cassandra

Non resta quindi che incrociare le dita. Specie quando si tratta di eventi improvvisi: «Molte delle più recenti alluvioni – Atrani, Giampilieri, le Cinqueterre – sono state causate da fenomeni meteorologici chiamati “cumuli di nembi”. I Centri funzionali della Protezione civile non hanno la strumentazione per rilevarli», accusa il geologo dell’università di Napoli Franco Ortolani. Secondo Giandomenico Fubelli, geologo dell’Università di Roma Tre «per la prevenzione sul breve periodo ormai il meteo è molto attendibile.

Le previsioni arrivano anche con tre giorni d’anticipo. Non basta per evitare danni alle cose, ma è più che sufficiente per salvare le vite. Ci sono dati precisi, applicabili anche laddove manchino studi specifici. Oltre una certa soglia di precipitazioni, il rischio è altissimo». In questi casi dovrebbero scattare le evacuazioni. «Quando è prevista forte pioggia nei dintorni di Roma, noi effettuiamo misurazioni per verificare dove si formino i corsi d’acqua “effimeri”. Così sappiamo quali saranno le aree più a rischio». Sono studi effettuati in tutto il Paese. Ma a che servono, se mancano i fondi per intervenire?

La new town deserta

Per un decennio e più la Protezione civile ha fatto parte di un sistema che preferiva intervenire dopo la catastrofe invece di prevenire. La ricostruzione e gli appalti post emergenziali, infatti, sono ghiotti per tutti. Il caso più eclatante è Cavallerizzo di Cerzeto (Cosenza), dove si sono fatte le prove tecniche per le new town dell’Aquila. Il 7 marzo 2005 una frana colpisce la frazione sul versante sud. La parte settentrionale resta perfettamente integra. Lo stesso giorno viene decisa la delocalizzazione di tutto il paese (in cui sono andate distrutte solamente 30 abitazioni su 230).

Oggi il vecchio insediamento è rimasto come 6 anni e mezzo fa. Non si è più mosso nulla, le abitazioni salve sono rimaste integre, quelle distrutte non sono mai  state recuperate. Di fronte, però, sorge la new town, costata 60 milioni di euro: le prime “chiavi” sono state consegnate solo nel febbraio del 2011. Ma nel nuovo paese vive solo il 30 per cento dei vecchi abitanti. Nei cantieri hanno lavorato imprese della galassia di Diego Anemone, l’imprenditore della cricca: la catastrofe è diventata un’opportunità di profitto.

 Un patto di instabilità

Dopo la strage di Giampilieri (39 morti il primo ottobre 2009), e le decine di frane che all’inizio del 2010 hanno colpito i Nebrodi (Sfaranda, San Fratello, Caronia), in Sicilia si attendono ancora i soccorsi: l’emergenza è stata prorogata fino al febbraio del 2012. Il governo aveva promesso ben 160 milioni di euro, ma per lo stanziamento gli sfollati del messinese hanno dovuto attendere fino al 2 settembre, quando è stata firmata da Berlusconi un’ordinanza di Protezione civile. Eppure, per un errore “di battuta”, i soldi non si possono spendere.

Il motivo lo spiega lo stesso capo della Protezione civile Franco Gabrielli in una lettera al ministro Tremonti: «Gli obiettivi del patto di stabilità interno della Regione Sicilia non consentirebbero di utilizzare le somme stanziate». Ci vorrebbe una deroga, ma a Roma non hanno trovato il tempo per farla. Non resta che attendere: a San Fratello, dove ci sono oltre mille sfollati, la frana si è riattivata, costringendo il sindaco a ulteriori ordinanze di sgombero.

A Caronia circa 100 cittadini rimasti senza casa non hanno visto ancora un euro. A Giampilieri si sono interrotti i lavori di messa in sicurezza. Ma qui i soldi si attendono da molto prima della catastrofe del 2009. Per la montagna che ha ucciso 39 persone era già stata dichiarata l’emergenza nel 2008. Il capo del Genio civile di Messina Gaetano Sciacca aveva denunciato con lettere ed esposti il rischio. Tutti rimasti inascoltati.

 L’asfalto sull’alluvione

Nelle zone colpite dall’alluvione del 1 novembre 2010, che mise sott’acqua Padova e Vicenza con danni economici ingentissimi, l’emergenza era già stata dichiarata nell’estate del 2009. Ma non riguardava gli argini. Bensì il traffico. La Protezione civile, infatti, ha avuto per anni il vizio di mettere il turbo agli appalti per grandi opere dichiarando l’emergenza viabilità. Il 15 agosto 2009 il governo aveva assegnato poteri straordinari all’ad di Veneto Strade Spa Silvano Vernizzi per la costruzione dell’autostrada Pedemontana.

Un’arteria di 94 km che getterà 800 ettari di asfalto in una delle zone più urbanizzate d’Italia, proprio nel territorio dei bacini idrografici dei torrenti Bacchiglione e Frassine, quelli che avevano inondato il Veneto nel 2010. Costerà 2,4 miliardi e la posa della prima pietra è avvenuta il 10 novembre. Si comincia da un lotto di 5 km che, a detta del comitato No Pedemontana «interesserà proprio il Bacchiglione, un fiume delicato, perché non nasce a monte, ma è di risorgiva». «La Pedemontana aumenterà il rischio di eventi alluvionali», spiega l’architetto Massimo Maria Follesa, che con numerosi sindaci e cittadini ha presentato un ricorso contro l’opera. «Qui sono 5 giorni che piove, siamo in pre allerta. E dall’anno scorso non è stato fatto nulla, se non qualche altoparlante al centro di Vicenza». Aspettando un’altra Genova.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.