La politica italiana è sempre più raccontata come una soap opera. Un gruppo di ricercatori tra Firenze e Roma ha ripreso invece ad analizzare le classi sociali e il voto che esprimono. Così si scopre che la differenza non è tra destra e sinistra, ma tra area del rischio e quella della garanzia. Che gli operai votano Lega per una ragione semplicissima. Che Berlusconi è stato anche il frutto dell’“autonomizzazione” del lavoro.

     

Scritto da Antonello Mangano

FIRENZE – Berlusconi sembra essere andato via, ma ha lasciato alcune domande senza risposta. I suo potere quasi ventennale è stato il frutto dell’abilità diabolica del singolo o l’espressione di fenomeni sociali? Perché il precariato non esprime una rappresentanza politica di sinistra? Il voto dipende ancora dalla classe sociale di appartenenza? 

A Firenze incontriamo Vincenzo Emanuele, ricercatore presso la locale Università, che da anni studia i flussi elettorali. Nel 2010 ha curato l’indagine Dimensione demografica e variabili sociali nell’Italia, oggi fa parte dell’equipe del Cise (Centro italiano studi elettorali, frutto di una partnership con la Luiss). L’istituto – tramite un sondaggio – sta provando ad anticipare il prossimo risultato elettorale. Il suo è un punto di vista privilegiato per comprendere il dopo Berlusconi oltre i luoghi comuni.

«Le dinamiche sociali sono fenomeni di lungo periodo – ci spiega –. Stiamo studiando le correlazioni tra macrovariabili e preferenze elettorali». La più importante è il collegamento tra classe sociale di appartenenza e preferenza elettorale. Gli occupati sono divisi in cinque gruppi: dirigenti e liberi professionisti (identificabili come “borghesia”), insegnanti e impiegati (la “classe media impiegatizia”), imprenditori, commercianti e lavoratori autonomi (“piccola borghesia urbana”), operai (la “classe operaia”) e gli atipici.

Il voto è influenzato dalla dicotomia tra rischio e garanzia. Già uno studio del 2008 di Luca Ricolfi (“Perchè le sinistre hanno perso”) dimostrava che guardano a sinistra i pensionati, i dipendenti pubblici, i dipendenti privati con contratto a tempo indeterminato, i laureati e i diplomati, gli studenti. I gruppi che preferiscono la coalizione di Berlusconi sono le casalinghe, gli autonomi, i giovani che lavorano, i precari, i disoccupati, le persone con meno anni di studio. Si tratta di due Italie contrapposte, annota Ricolfi, in cui la frattura fondamentale non è tra alto e basso, ma essenzialmente fra garantiti e non garantiti, come aveva intuito già trent’anni fa Asor Rosa: chi è dentro la società delle garanzie guarda al Pd, chi nuota nel rischio guarda al Pdl.

L’analisi sul precariato è troppo spesso limitata alla lamentela sulla condizione dei “giovani” e all’ipocrisia di chi non riconosce che si tratta di un dato strutturale, anche perché praticato da tutti, compresi sindacati e partiti di sinistra. Più che di precarizzazione bisognerebbe parlare di “autonomizzazione” del lavoro. Lavoratori con contratti brevissimi, dipendenti costretti ad aprirsi la partita Iva, impiegati con progetti che mascherano la subordinazione non temono il licenziamento perché non hanno mai avuto una vera assunzione. Vivono gomito a gomito con garantiti meno preparati, meno impegnati ma più tutelati, realizzando che neppure col pensionamento li sostituiranno. Si “autorappresentano” sempre più come autonomi. E come tali guardano alla destra degli “imprenditori” e con fastidio alla sinistra delle tasse (che non si traducono né in welfare, né in servizi, né in maggiori garanzie).

Un discorso a parte merita il voto operaio. La ricerca, come del resto molte altre, indica che una grande quantità di consenso è stata dirottata dai partiti della sinistra alla Lega. La spiegazione è molto semplice. I lavoratori hanno visto come un pericolo reale le delocalizzazioni e l’uso della forza lavoro straniera per comprimere diritti e garanzie, in particolare attraverso l’uso di esternalizzazioni. Un processo molto lungo, frenato solo dalla presenza del sindacato in fabbrica, generalmente ignorato dalla sinistra “antirazzista” che nel frattempo si consolava con il luogo comune del “fanno i lavori che gli italiani non fanno più”.

Incrociando le varie categorie, si scopre che le grandi città tendono a votare a sinistra, i piccoli centri a destra; l’Udc è forte soprattutto al Sud e le casalinghe prediligono Berlusconi. Fin qui tutto abbastanza ovvio. Sorprende invece che la grande borghesia (anche questa una sfera di garantiti) voti anche a sinistra mentre i disoccupati a destra. I pensionati, come detto, a sinistra. E sono una parte consistente dell’elettorato, forse la vera base sociale del centro-sinistra. I laureati votano tendenzialmente a sinistra. Gli studenti sono decisamente più attratti dai partiti minori, molti lavoratori classificati come atipici votano i partiti estremi, di destra e di sinistra.

Il potere berlusconiano è stato raccontato dai suoi detrattori all’interno del modello di “narrazione emotiva” (una tecnica spiegata bene da Daniele Luttazzi nel suo La guerra civile fredda). Ovvero la storia di un malfattore che entra in politica e crea un partito di plastica dal nulla, solo per salvare le sue aziende. C’è del vero, ma non spiega tutto. A parte la campagna del Pdl (la prima con un simbolo senza il nome di Berlusconi) che sembra stia andando sì benissimo, ma sul cui tesseramento ci sono comunque non pochi dubbi. E, soprattutto, non spiega che, proprio nel momento in cui sono tornati alla ribalta i temi del lavoro, la sinistra è uscita dal Parlamento.

Evidentemente si è persa la capacità di analizzare le dinamiche sociali limitandosi a raccontare la soap opera nella versione del cattivo, mentre Berlusconi raccontava la sua narrazione emotiva (l’uomo di successo che scende in campo e affronta i giudici comunisti) al pubblico di Retequattro e ai lettori di Chi, magazine di fascia bassa ma dalle altissime tirature che nel corso degli anni ha trasformato ministri anonimi in personaggi interessanti quanto attrici e calciatori. A questo ha aggiunto “narrazioni” provenienti dalla destra americana: dalla sindrome della sicurezza (spalleggiato dalla Lega) alla shock economy all’italiana, trasformando i disastri e l’inefficienza (spazzatura, alluvioni, terremoti) in occasioni di crescita della popolarità e arricchimento della “cricca”. Base sociale e tecniche di comunicazione bastano a creare un potere duraturo. Già negli anni ’90 Berlusconi aveva intuito che l’estensione dell’area di lavoro autonomo creava sempre più spazio per la destra, area politica che fino a quel momento era limitata all’estremismo neofascista.

La domanda – a questo punto – è molto semplice. La sinistra si limiterà a gestire gli spazi della garanzia (modello Bersani)? Proverà a erodere gli spazi della destra (modello Renzi)? Riuscirà a pensare un “autonomo” di sinistra (modello ancora inesistente)?

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.