Infiltrazioni mafiose? No, signoria di un territorio sottratto alla sovranità statale. E reciproche convenienze con aziende piccole e grandi. Ecco perché la Salerno – Reggio Calabria è un cantiere infinito. Il pagamento della “tassa ambientale” del 3%, i subappalti alle imprese gradite, la divisione in zone di competenza territoriale sembrano gli editti di uno stato sovrano. E le grandi aziende si adeguano.

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su “il manifesto

ROSARNO – Nel 1950 i contadini rosarnesi occuparono e dissodarono mille ettari di bosco selvaggio. All’inizio del 2010 gruppi di cittadini armati scatenarono la caccia al nero sparando contro gli africani che si erano ribellati alla violenza e allo sfruttamento. Tra il 1999 e il 2000 le ‘ndrine si sono riunite per decidere come spartirsi i lavori dell’autostrada.

La contrada Bosco di Rosarno sembra un luogo anonimo, tra casette e aranceti. Invece è un posto pieno di storia e di contraddizioni. I boss, in estrema sintesi, decisero: la divisione in zone di competenza territoriale; il pagamento della “tassa ambientale”, cioè la tangente pari al 3% dell’importo fissato nel capitolato; il sistema della sovrafatturazione, cioè l’emissione di fatture a fronte di operazioni inesistenti; la fornitura di materiali qualitativamente non corrispondenti al capitolato d’appalto; l’imposizione di “ditte amiche”; l’ostracismo nei confronti di quelle non gradite; la posa in opera di materiale in quantitativo inferiore a quello necessario, ma apparentemente rispondente a quello fatturato.

Sembrano gli editti di uno stato sovrano, capace di imporre leggi e tributi. Un sistema dove alcuni perdono e altri guadagnano. I magistrati reggini annotano che il sistema “risultava conveniente per tutti i protagonisti, ivi compreso il Contraente Generale che in tal modo riusciva a garantire la ‘sicurezza nei cantieri’, e, di conseguenza, a realizzare i lavori”. Quelli che ci perdono sono i cittadini che non hanno più un’autostrada; gli operatori del turismo; gli autisti degli autobus; gli autotrasportatori. Persino chi spedisce pacchi: ormai i corrieri inseriscono la Calabria nella stessa fascia di prezzo delle isole (v. scheda).

Nove indagini

Tamburo, Arca, Autostrada, Scacco Matto, Topa, Meta e le tre inchieste chiamate Cosa Mia. Sono ben nove le indagini della magistratura sulla gestione mafiosa del tratto calabrese. Si inizia il 18 novembre 2002 con “Tamburo”, l’inchiesta che riguarda la provincia cosentina. Sono coinvolte le famiglie della zona di Sibari, da Mormanno a Castrovillari. I clan del capoluogo si occupano del tratto da Tarsia a Falerna. Già verso la fine del ‘99 si erano registrate minacce nei confronti della Asfalti Sintex, una ditta che aveva ricevuto in appalto alcuni lotti della zona.

Secondo i magistrati, il rappresentante della società sul territorio “non intendeva sottostare ad alcuna forma di estorsione”. Fu sostituito da Angelo Spiga, un altro ingegnere più abile a garantire la “tranquillità dei cantieri”. Lo scorso luglio la Corte di Appello di Catanzaro ha condannato Spiga per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora gli rimane solo il ricorso in Cassazione. Tre anni fa la Suprema Corte aveva già confermato le condanne per alcuni boss, uno dei quali si tolse la vita nel carcere dell’Aquila, e per un imprenditore cosentino capofila nei lavori di subappalto. Nel corso del procedimento ci sono state una quarantina di assoluzioni e il fondamentale contributo di tre collaboratori di giustizia.

A Lamezia finisce la zona d’influenza dei cosentini e inizia la “competenza territoriale” dei clan locali. L’inchiesta Autostrada – attualmente alla fase dibattimentale – evidenzia il ruolo della ‘ndrina Iannazzo. Pochi chilometri più a sud si entra nel regno dei Mancuso, specializzati nel traffico di cocaina dal Sud America al porto di Gioia Tauro. La zona intorno allo svincolo di Pizzo è affare loro.

Da qui in poi, appena si entra nella piana di Gioia Tauro, c’è un vero ingorgo di clan. Su tutti dominano gli uomini di Rosarno (Pesce e Bellocco) e i Piromalli. E’ l’inchiesta Arca (2007) a occuparsi di loro. In primo grado si è conclusa con 44 assoluzioni e 8 condanne, tra le quali quella di Noè Vazzana, sindacalista e capocantiere per conto della Baldassini.

L’indagine “Scacco Matto” rivela che ai Longo di Polistena – un gruppo apparentemente minore – è concessa una partecipazione ai lavori nella Piana. I Gallico di Palmi e i Bruzzise di Seminara gestiscono il tratto fino a Scilla. L’inchiesta “Topa” è particolarmente interessante perché mostra il ruolo dei clan e della politica nella gestione della manodopera. In primo grado si è conclusa con nove condanne.

Fino a Bagnara è territorio degli Alvaro di Sinopoli. Poi inizia il tratto da Villa San Giovanni al capoluogo. Dalle carte dell`indagine “Meta” (il cui processo è iniziato mercoledì scorso) emerge la certosina definizione delle zone di competenza, in un territorio dove i gruppi sono numerosissimi. Nel caso di Villa, Imerti e Bertuca sono le cosche dominanti. E le estorsioni sugli appalti vengono suddivise con i gruppi alleati di Reggio, in modo da evitare pericolosi conflitti di competenza territoriale. Gli equilibri sono fragili. Una di queste “incomprensioni”, nel 1985, scatenò la guerra di mafia da 1000 morti. Chi non esercita la propria autorità è richiamato all’ordine. “Per l’autostrada, gli vuole dire che è lui a Villa”, dice il mafioso Buda. Si riferisce al boss Imerti, neppure un camion deve sfuggire all’estorsione “Che lui in prima persona è il primo…”.

Paradossalmente, alla precisione ‘ndranghetista su zone di competenza e inesorabilità dell’esazione si contrappone la sciatteria dello Stato nel proporre date di fine lavori. Diversi ministri hanno comunicato – negli anni scorsi – tempi di completamento puntualmente prorogati. Nel 2001 dissero: sarà pronta nel 2005; nel 2002: lavori ultimati nel 2006; nel 2005: finiremo nel 2009. L’ultima data annunciata è il 2013. In Parlamento è stata accolta dai deputati con una risata. Oggi l’Anas proroga ulteriormente di un anno e spiega che il 31 dicembre del 2014 147 mila chilometri saranno aperti al traffico. Ogni estate, un piano di emergenza mette a disposizione un numero verde e una campagna pubblicitaria. Nel 2010 rappresentava una crema solare, quest’anno uno striscione trasportato da un velivolo. Sul sito ufficiale Anas, l’A3 è inserita tra le “grandi opere” insieme alla statale del Colle di Tenda e alla Cagliari-Porto Torres.

 “Che io gli piscio”

“Non è che sono venuto da voi per i mille euro, che io gli piscio, è per la scostumatezza che avete avuto perché venite da fuori paese…”. Con queste parole un uomo dei Gallico di Palmi pretende i soldi dell’incasso di una serata in spiaggia. L’organizzatore è un imprenditore di fuori (cioè del vicino paese di Delianuova) e dunque deve pagare.

Ai lavori dell’autostrada si applica lo stesso principio. Le ditte – piccole imprese come grandi colossi internazionali – pagano il balzello. La tassa è citata nelle dichiarazioni del collaboratore Di Dieco, commercialista e boss di Castrovillari, una sorta di “assessore ai lavori pubblici” della ‘ndrangheta. E in numerose intercettazioni. Giovanni D’Alessandro, ingegnere di Condotte, dice: “Ho messo un costo fittizio di stima di un 3% sui ricavi e l’ho chiamato costo sicurezza Condotte-Impregilo”. Giancarlo Sales, suo collega, ribatte: “Sempre con quel discorso che ho fatto io, spalle coperte e 3% di paravento”.

Il giudizio dei magistrati, contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Cosa Mia” è molto duro: “Emergeva chiaramente che le società Condotte e Impregilo avevano compreso molto bene la realtà mafiosa calabrese”. Ma non troverà conferma nelle successive fasi di giudizio. Le grandi imprese non sono mai accusate di nulla. I loro uomini, quelle poche volte in cui finiscono sul banco degli imputati, vengono assolti. Per lo Stato italiano, gli ingegneri di Impregilo e Condotte non hanno commesso alcun reato.

I rapporti, comunque, non sono sempre lineari. “Questa non è gente ragionevole”, dice D’Alessandro. “Sono animali che si alzano la mattina per loro”. Tra Condotte e Impregilo, a un certo punto, ci sono notevoli contrasti sulla linea da seguire. Arrivano le prime denunce e l’esercito presidia i cantieri.

I panni sporchi

I problemi li causano spesso i cosiddetti “cani sciolti”, uomini che provano a inserirsi negli equilibri tra ‘ndrine. E i conflitti di giurisdizione. Dice il boss Alvaro di Sinopoli: “Gli ho detto che il mio è mio… Non è che lui viene qua, prende un lavoro, fa un contratto così”. Tra i lavori che “non si fanno così” c’è anche il servizio di lavanderia. L’appalto va a una ditta vicina ai Pesce, che laverà i panni sporchi – questa volta non metaforici – delle ditte toscane e lombarde, “pur senza partecipare a formali gare d’appalto”. Il costo è molto alto, anche perché è commisurato “alla distanza da Rosarno”. In altre parole, non si sceglie la ditta in base alla convenienza dell’offerta, ma perché si trova nella capitale del regno ‘ndranghetista. “Questo qua fa quello che gli diciamo noi… Sennò non le prende le lenzuola… Sono mille paia alla settimana… Sono soldi…” osserva il boss Gallico.

E se una “ditta a modo” viene messa da parte, ne spunta subito un’altra. Quando alla cooperativa “San Mercurio” era stata revocata la certificazione antimafia (cioè dopo l’arresto di Gioffré, boss di Seminara), nell’appalto era subentrata la “Laire Service”. “Nei fatti, era cambiato poco o nulla”, annotano i magistrati. “Una ditta gradita alla cosca di Seminara era stata sostituita da una comunque vicina a un’altra (cioè ai Pesce di Rosarno), mentre il subappalto era rimasto alla lavanderia “Italia”, di proprietà dei Gallico di Palmi”.

Dovrebbero essere normali cantieri di uno Stato europeo, invece sono un vero Far West. Il geometra Giuseppe Talarico della Baldassini-Tognozzi racconta di essere stato allontanato da un cantiere da due soggetti armati di fucile. “Mi hanno puntato la pistola alla testa. Non volevano che mettevo i picchetti. Spuntano due con il fucile sulla spalla e mi fanno: “Cosa stai facendo?. Gli ho detto: ‘No, niente, sto prendendo le canne per metterle qua nei punti”. Uno mi fa: ‘Posa le canne e te ne vai!’. ‘Ah, così dite? Mezza parola!’ Ho posato le canne e me ne sono andato”. E’ solo un banale disguido. Il geometra torna accompagnato da tale don Mico e i “picciotti” si trasformano in aiutanti. “Io mettevo i picchetti e loro mi prendevano le canne e mi mettevano il nastrino”.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.