Poco indagata rispetto ad altre aree del mondo, la tratta di persona – ed in particolar modo di donne e minori – è fenomeno che suscita sempre maggiore preoccupazione nelle istituzioni e nella società civile della regione latina.

     

Informazioni emerse da ricerche e dal lavoro sul campo, hanno recentemente allertato i governi della regione sulla gravitá che sta progressivamente assumendo il fenomeno della tratta di persona, ed in particolar modo delle donne e dei bambini/e.

La tratta è un fenomeno da sempre presente nell’area latina e, secondo stime delle Nazioni Unite, attualmente coinvolgerebbe da 700.000 a 2 milioni di persone all’anno(1). Di questi, almeno 100.000 tra donne e minori sarebbero trafficati a scopo di sfruttamento sessuale.

L’origine del traffico nel nuovo continente deve essere fatta risalire all’epoca della stessa conquista, quando, parallelamente alla penetrazione dei colonizzatori -nei territori del Nord come del Sud- vi venivano condotte dall’Europa e dal Sud est asiatico donne e bambine per lo sfruttamento sessuale. Le stesse indigene venivano a tal fine rapite dagli spagnoli, conquistate come bottino di guerra e rese oggetto di gravi forme di barbarie e di violenza sessuale.

In un’interessante ricerca storica condotta da studiosi/e colombiani/e sul fenomeno, si legge a tal proposito: “Durante quasi tutto il secolo XVI predominò la violenza, la sevizia e la forza sulle donne indigene. Furono molti i soldati, perfino gli stessi capi delle milizie, sui quali pesarono accuse di abuso e maltrattamento verso le donne dei popoli indigeni. In ripetute occasioni i capi tribù denunciarono encomenderos e funzionari della giustizia perché portavano via dai villaggi le loro mogli e figlie. …Si sa che abusavano di loro con la violenza, ma anche che le inserivano al loro seguito come domestiche”(2).

Nel contempo, all’arrivo di donne dall’esterno della regione si aggiunsero anche gli spostamenti da un paese all’altro dell’area.

Nel secolo passato, il fenomeno raggiunse dimensioni considerevoli a partire dagli anni ’40; una delle principali zone di destinazione per le donne latine era costituita all’epoca dalle isole del Caribe. Nell’isola di Curazao (al tempo colonia olandese), per esempio, il governo coloniale istituì il postribolo denominato Campo Alegre, oggi Le Mirage, che aveva come obiettivo “attendere alle necessità sessuali di uomini soli: marinai olandesi, militari degli Stati Uniti e operai emigranti delle multinazionali”(3). Con l’obiettivo di preservare l’onore e la virtù delle donne del posto, si permetteva di lavorarvi soltanto a donne straniere, che ricevevano un permesso di soggiorno di tre mesi. Le prime che vi giunsero provenivano da Cuba e dal Venezuela; in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia. Alcune di loro viaggiavano in maniera indipendente, consapevoli del tipo di lavoro che andavano a svolgere. Altre venivano ingannate da intermediari con false offerte di lavoro. A partire da quella data, circa 25.000 donne avrebbero lavorato al Le Mirage.

Il caso di Curazao è un esempio del coinvolgimento nella prostituzione e nella tratta delle donne dello Stato, il quale legittimò, istituzionalizzò e promosse l’emigrazione per il lavoro sessuale. Il fenomeno si estese anche ad altri territori olandesi del Caribe, come Aruba, Saint Marten e Suriname. Molte di queste realtà si convertirono per migliaia di donne in luogo d’iniziazione e ponte di transito per l’esercizio del lavoro sessuale in Europa, specialmente in Olanda.

Riferendosi all’area latina, scrive Yamila Azize Vargas: “Per quasi mezzo secolo, lo stato ha legittimato, istituzionalizzato ed incoraggiato la migrazione finalizzata al lavoro sessuale e domestico. Di modo che tanto il lavoro domestico quanto il lavoro sessuale realizzato in cambio di denaro sono parte integrante del contesto sociale ed economico della vita in America Latina e nel Caribe”. (Yamila Azize Vargas, 1997, http://www.isis.cl/temas/vi/reflex14.htm).

Ma è a partire dagli anni ‘80 che la tratta si incrementa notevolmente verso gli altri continenti (Europa Occidentale e Sud est asiatico) e le dimensioni del traffico si fanno notevoli, come i guadagni che ne derivano e la potenza dei gruppi criminali che ne muovono le fila. I paesi caratterizzati da governi e sistemi giudiziari deboli, lacerati da ampie brecce tra poveri e ricchi e colpiti da una progressiva perdita di prospettive e punti di riferimento collettivi sono ovviamente i più colpiti: facile terreno per lo sviluppo di gruppi criminali locali e per l’ingresso di gruppi internazionali.

Non è casuale che l’aumento significativo delle migrazioni e della tratta delle donnne – anche in questa regione – sia emerso a partire dalla metá degli anni `80, ossia durante quello che viene denominato il ‘decennio perduto’ a causa della grave crisi economica che portó con sè. E’ stato in questo decennio, infatti, che sono iniziate a manifestarsi nella regione le conseguenze e i danni delle politiche di ‘sviluppo’ di stampo neoliberista. Le scelte economiche incoraggiate dal Fondo Monetario Internazionale e le misure di aggiustamento strutturale hanno fatto esplodere il debito interno di tali paesi, imponendo prezzi e criteri di produzione, esportazione e sfruttamento delle risorse naturali.

La tratta nelle Americhe non è stata oggetto di analisi e studi di approfondimento come in altre regioni del mondo (in europa, soprattutto) e non si hanno informazioni approfondite relativamente il numero delle vittime, le reti di trafficanti, le rotte e le modalità che il fenomeno assume. Un quadro scarno è quello che emerge da un rapporto pubblicato qualche anno fa dall’Organizzazione degli Stati americani (Organización de Estados Americanos- OEA), che scaturì prevalentemente dall’elaborazione di fonti secondarie: studi di caso, notizie divulgate nei massmedia, rapporti di istituzioni incaricate di vigilare sull’adempimento della legge, di governi e ONG(4).

Secondo quanto si afferma nel rapporto, sebbene con una collocazione differente (cioè in quanto: luogo di ‘provenienza’, ‘destinazione’ o ‘transito’) numerosi paesi sarebbero coinvolti nella tratta: principalmente Belize, Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, México, Panamá, Venezuela, Repubblica Dominicana.

I principali paesi di origine sarebbero: Nicaragua, Honduras, El Salvador, Paraguay, Ecuador, Venezuela, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana. Gli ultimi tre citati, sono i principali paesi di provenienza per la tratta internazionale.

Si stima che 50.000 donne della Repubblica Dominicana e 75.000 del Brasile siano coinvolte nell’industria del sesso all’estero, principalmente in Europa, anche se non è chiara la percentuale di loro che si possono considerare vittime della tratta. Per la Colombia, l’Interpol calcola che ogni anno vengono ‘esportate’ dal paese a tal fine 35.000 donne. Nel 2003, la stessa Interpol calcolava che circa 45.000- 50.000 donne stavano esercitando la prostituzione all’estero. Il paese, di fatto, costituisce uno dei principali paesi di provenienza per le donne che esercitano la prostituzione nel paesi del nord del mondo e naturalmente le ragioni devono essere cercata nella complessitá della sua situazione socioeconomica e politica.

Dai paesi di origine, le donne vengono spostate sia all’interno della regione, che verso l’Europa e l’Asia (principalmente il Giappone). Per l’area extra latina, i principali paesi di destinazione sono: Olanda, Spagna, Germania, Grecia, Italia e Svizzera; tuttavia, tra le mete figurano anche paesi asiatici come Hong Kong, Singapore, Tailandia, Corea ma soprattutto Giappone.

Nella sola Spagna, secondo il Ministero delle Relazioni Esteri brasiliano, vivono 20mila brasiliane, di cui 10mila solo a Bilbao. Mentre le colombiane coinvolte nell’industra del sesso sarebbero circa 8mila.

Tra le aree di transito: il Caribe ma anche Colombia, Panama, Paraguay, Perù. Il Perù, nello specifico, viene utilizzato come paese di transito verso il Giappone. Data la rilevante presenza di popolazione di origine giapponese nel paese, le donne vi vengono condotte per un periodo breve, mentre viene loro cambiata identitá; successivamente, vengono fatte partire per il paese asiatico con falsi documenti giapponesi.

Centro America e Caribe non sono solo luogo di transito ma anche di destinazione per la tratta inter-regionale. In Guatemala, ricerche realizzate recentemente realizzate dal Ministerio Público (MP) nella costa meridionale del paese e nella capitale, evidenziano come il paese si sia convertito in un centro di operazioni per la tratta. Nell’anno in corso, “centinaia di donne provenienti da El Salvador, Honduras e Nicaragua sono state condotte in Guatemala, attratte dalle promesse di un lavoro sicuro e ben remunerato”, si legge su un articolo apparso lo scorso settembre su ‘Prensalibre’ (http://www.terrelibere.it/terrediconfine/). Nelle case di massaggi e nei locali notturni di Panama sono presenti ragazze latinoamericane, soprattutto colombiane e dominicane.

In misura inferiore, la tratta regionale ha come destinazione i paesi del Cono sud. Secondo notizie apparse sulla stampa cilena (www.lasegunda.com), per esempio, circa il 50% delle donne straniere che lavorano nei locali notturni della zona orientale di Santiago del Cile sarebbero sfruttate sessualmente. Esse sarebbero principalmente di nazionalitá argentina e colombiana.

L’età delle donne coinvolte nella tratta varia tra i 18 e i 45 anni ma la frequenza più alta si registra tra 19 e 29; sono coinvolte, tuttavia, anche un notevole numero di minori.

Oltre alle rotte internazionali prevalenti, se ne segnalano altre meno battute ma pur esistenti; per esempio, quella tra il Cile e il Giappone. Nel 2003, per esempio, è stata scoperta una rete gestita da una donna (Anita Alvarado) che veniva denominata “la geisha cilena”. Era divenuta milionaria dopo aver esercitato la prostituzione in Giappone e adesso si occupava di reclutare e trafficare altre donne. Sono state anche individuate reti che portavano in Italia (a Parma e Venezia) dall’Uruguay a dal Paraguay all’Argentina e alla Spagna.

La diffusione della prostituzione infantile nel continente è considerato dall’OEA una delle problematiche che alimenta e contribuisce a determinare il traffico. La polizia di Ciudad de Guatemala informa che, solo in questa città, ci sono 2.000 bambine sfruttate in più di 600 bordelli. Si è anche rilevata in Guatemala la presenza di minori onduregne e salvadoregne, alcune delle quali rimaste orfane in seguito dell’uragano Mitch.

In Colombia, il Comitato Inter-istituzionale per la Lotta contro il Traffico di Donne, Bambine e Bambini stimava nel 1999 che ogni giorno scomparivano nel paese 15 minori, 12 dei quali a Bogotá; nella maggior parte dei casi, la loro destinazione era la prostituzione. Secondo la Procuradoría general de la Nación, 30.000 minori esercitano la prostituzione in Colombia, molti dei quali vittima di traffico interno.

Tra le zone critiche per la tratta dei minori, alcune aree di confine e localitá che sono meta di turismo di massa in generale e di turismo sessuale in particolare. Nella città messicana di Tapachula, nello stato del Chiapas, al confine con il Guatemala, si stima che il 90% delle prostitute sono centroamericane e gli organismi di difesa dei diritti umani credono che il 95% di queste donne sono migranti indocumentate. Circa la metà di loro hanno un’età compresa tra i 13 e i 17 anni di età (http://www.laopinion.com/latinoamerica/).

Nel 1997 in Colombia una ricerca della Defensoría del Pueblo ha stimato la presenza di duemila bambini e bambine nella prostituzione a Cartagena, principale città turistica del paese. Sono stati, inoltre, individuati uffici turustici nazionali e stranieri che offrivano ai turisti pacchetti comprensivi di biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e “bambini” con cui intrattenersi.

Secondo quanto riporta la OEA, la ONG Casa Alianza stima che a San José (Costa Rica) si trovano 2.000 bambine coinvolte nella prostituzione e che dalla Colombia, dalla Repubblica Dominicana e dalle Filippine arrivano in Costa Rica adolescenti per essere inserite nella prostituzione in luoghi noti come destinazione del turismo sessuale. Fonti istituzionali, inoltre, segnalano la presenza di 25.000 bambine ‘prostituite’ nella Repubblica Dominicana e 500.000 in Brasile, in maggioranza trafficate internamente.

Nel primo Foro Mondiale sul Turismo, che si è tenuto pochi giorni fa a Salvador, nel nord del Brasile, uno dei principali temi in agenda è stato la lotta al “commercio sessuale infantile” legato alle attivitá turistiche. In quella sede è stato evidenziato come si tratti di un problema in fase di incremento che colpisce molti paesi del Centro e Sud America; in particolar modo, Brasile, Costa Rica, Honduras e Repubblica Dominicana sarebbero divenuti destinazioni frequenti per l’industria sessuale che coinvolge in maniera specifica minori di etá.

Riferendosi al caso brasiliano, una responsabile dell’organizzazione ‘Mulher Vida’ ha affermnato che “esiste una crescente domanda di prostituzione infantile, principalmente da parte di tedeschi, italiani e altri europei, che vengono in Brasile attratti non dalla cultura e dalle spiagge, ma dalla possibilitá di avere rapporti sessuali, spesso con minori in etá inferiore a quanto consentito dalle leggi” (http://www.laprensahn.com/, 3 dicembre 2004).

Secondo quanto afferma ancora il rapporto dell’OEA, i trafficanti non sono sempre associati con gruppi della criminalità organizzata, anche se la participazione di queste ultime nella tratta sembrerebbe in aumento. Nel caso dell’Europa, fino a quando non sono entrate in vigore norme restrittive in termini di ingresso anche per i migranti provenienti dai paesi del Sud America, era certamente più semplice arrivare per costoro piuttosoto che per i cittadini dell`Est Europa. Dunque, il coinvolgimento di reti potenti non era indispensabile a far funzionare gli spostamenti lungo le rotte migratorie.

Una ricerca realizzata su un campione di donne dominicane vittime di tratta, per esempio, ha rivelato che le donne vengono portate fuori dal paese attraverso reti “amiche”, organizzatori di viaggi e persino da familiari o persone conosciute che le motivavano a partire. La destinazione di queste donne è principalmente altri paesi del Caribe, del Latinoamerica, dell’Europa e degli USA, dove vengono impiegate come cameriere, ballerine e nell’industria del sesso. L’85% di loro sapeva che tipo di lavoro avrebbe svolto al suo arrivo. (Vedi in: http://www.mujereshoy.com/secciones/1032.shtml).

Adesso, sarebbe sen’altro interessante studiare come le nuove norme hanno influito sulle dinamiche della tratta in provenienza da quest’area del mondo.

NOTE

(1) Dato citato in: End child explotation. Stop the traffic, UNICEF 2003

(2) Martínez Aída, Rodríguez Pablo (compiladores), Placer, dinero y pecado. Historia de la prostitución en Colombia, Aguilar, Bogotá, 2002, pagg. 78 e 67.

(3) Fanny Polanía Molina, “Tráfico de mujeres en Latinoamérica”, en: Tráfico de mu-jeres en el contexto internacional. Memorias. Talleres especializados. Bogotá, Cali, Medellín, Pereira: 24-31 de julio de 1998, Fundación Esperanza – Colombia, pág. 9.

(4) Alison Phinney, El tráfico de mujeres y niños para fines de explotación sexual en las Américas, Comisión Interamericana de Mujeres (Organización de los Estados Americanos-OEA) e Programa de Mujeres, Salud y Desarrollo (Organización Panamericana de la Salud – OPS). In: http://www.oas.org/cim/Spanish/ProyTrafAlison.htm.

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