Un rifugiato palestinese, proveniente dalla striscia di Gaza, pizzaiolo a Ravenna e interprete di arabo per il Tribunale, si vede rigettare la richiesta della cittadinanza italiana in nome del pacchetto sicurezza. Per il Viminale “non ha raggiunto un grado sufficiente di integrazione”. “E` un abuso di potere”, risponde il diretto interessato.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

RAVENNA – Il pacchetto sicurezza è entrato in vigore nel 2009 ma il Viminale lo applica in modo retroattivo nei confronti di un giovane rifugiato della Striscia di Gaza a cui ha mandato un preavviso di diniego per la richiesta di cittadinanza. Fadi Karajeh, 33 anni di cui 12 passati a Ravenna, “non ha raggiunto un grado sufficiente di integrazione che si dimostra anche attraverso il rispetto delle regole di civile convivenza” scrive un funzionario del Ministero dell’Interno. La sua colpa è una contravvenzione di sei anni fa, quando fu trovato oltre i limiti all’alcol test. Multa pagata, reato estinto e patente rinnovata per 10 anni.

“Recenti disposizioni di legge e, in particolare la legge n.94/2009 mirano a rendere più efficace e incisiva l’azione di prevenzione della criminalità e di tutela della sicurezza pubblica, proprio con riferimento a reati del genere che destano allarme sociale e mettono a rischio l’incolumità dei cittadini”, si legge nella lettera arrivata al giovane palestinese ai primi di luglio. Karajeh resta in Italia perché gli è stato riconosciuto l’asilo politico, in che modo concedergli la cittadinanza minerebbe la sicurezza pubblica resta un mistero.
 

“Se non fossi ben integrato non farei l’interprete arabo per il Tribunale – dice Fadi – mi sento ingiustamente privato del diritto ad avere una cittadinanza. La condizione di incertezza mi logora.  Convivo dal 2002 con una ragazza italiana che non posso sposare perché non risulta da nessuna anagrafe che sono celibe, se muoio non c’è un posto in cui rimpatriare il mio cadavere. Il mio babbo è morto e non sono potuto andare al suo funerale a Gaza, né ho potuto prendere la piccola eredità che mi ha lasciato”. In precedenza gli era stata rifiutata anche l’apolidia perché ha la nazionalità palestinese in linea di discendenza paterna, anche se l’Italia non riconosce giuridicamente l’esistenza di uno Stato in  Palestina.

Fadi ha scritto al presidente Napolitano, all’Onu e al Consiglio d’Europa per protestare e ha chiesto al Viminale una nuova valutazione della sua richiesta. Non avere una cittadinanza vuol dire essere condannati a una vita di serie B. “Ho bisogno della tutela e dell’aiuto che con la Convenzione di Ginevra gli Stati aderenti intendevano garantire a chi per razza, come me, è costretto a vivere privato di diritti fondamentali e a sopravvivere in attesa di una svolta”, dice nel suo appello.

Secondo il ragazzo palestinese, quello del Ministero dell’Interno è un abuso, “un eccesso di potere”, vista la sua condizione di rifugiato che integra il secondo principio che ispira la normativa italiana per la concessione della cittadinanza, ovvero le ragioni della solidarietà umana.

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