I pescatori di Lampedusa si sono riconvertiti al turismo, così come molte delle loro barche. Raccontano di un mondo duro e di battute di pesca alla Hemingway. I migranti sono un altro pianeta. Profughi delle guerre e tunisini in fuga dalla transizione. Con gli occhi dell`emergenza è tutto complicato. Ascoltando qualche voce, diventa molto più semplice comprendere che i legami tra Tunisia e Sicilia sono stati spezzati.

     

Scritto da Antonello Mangano

LAMPEDUSA (AG) – Oggi abbiamo incontrato una star del cinema. La Santuzza sta nei pressi del molo Favorolo (quello degli “sbarchi”) e si vanta di essere la protagonista del nuovo film di Crialese, Terraferma, girato nella vicina Linosa. La Santuzza è un glorioso peschereccio che – come tantissimi altri – oggi lavora proponendo ai turisti il giro dell’isola. Ma il pescatore Pino ci racconta la sua gioventù e quella della barca, quando prendevano il pesce spada con la lenza e caricavano nella stiva frigorifero cernie da 47 chili.

Quella che oggi sembra una bagnarola riverniciata, buona solo a far fare un giro di giostra a coppie attempate, ha vissuto battute di pesca alla Hemingway, è arrivata ai limiti delle acque libiche, ha trovato la strada del ritorno navigando con le stelle e riconoscendo a occhio i fari tra Malta e Linosa. Pino ha imparato a nuotare quando lo calarono dal molo da piccolo, con le corde. Metodo brutale ma efficace. Per sua sfortuna, un polpo attratto dalle carni bianche gli si avvinghiò addosso. Rapidamente tirarono su polpo e bambino. “Mi usarono come esca”, scherza. Oggi come tanti si è riconvertito all’economia turistica e fa il giardiniere nella villa che domina una cala degna della Sardegna. Il giardino sembra un orto botanico di specie capaci di resistere al vento del Mediterraneo e i ricordi della pesca fanno parte di una vita precedente. Ha comprato delle grosse triglie in pescheria e all’ora del tramonto è sceso sugli scogli per bagnarli in acqua di mare. “Così prendono sapore”.

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Vista da qui, la famosa emergenza diventa molto più semplice di quanto si pensa. Arrivano due gruppi: i tunisini e i profughi delle guerre africane provenienti dalla Libia. I primi tentano la sorte, i secondi sanno che avranno un permesso di soggiorno. I primi stanno antipatici a tutti o quasi, i secondi sono “poverini”, “fanno compassione”.

La Tunisia ha un governo provvisorio, insicurezza diffusa, turismo a pezzi. Il regime che ha prodotto tutto questo è stato foraggiato da Francia e soprattutto Italia. Ben Alì era un grande amico di Bettino Craxi. Prima delle leggi sull’’immigrazione, i tunisini venivano di frequente in Sicilia. Si sono stabiliti a Mazara – dove sono il fulcro dell’economia della pesca – e a Vittoria, dove tengono in piedi le serre che esportano ortaggi in tutta Europa, tutto l’anno. Molti di loro hanno affittato dei terreni e si sono messi in proprio.

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Molti dei tunisini arrivati a Lampedusa volevano andare in Francia o Germania. Tanti di loro – giovani tra i venti e i trent’anni, figli del mondo globale – volevano semplicemente vedere cosa c’è dall’altra parte (quando la porta è aperta, prima che un nuovo accordo con l’Europa la richiuda). Altri volevano ricongiungersi con familiari in Italia o in Francia. Finché si parla di generici “migranti”, di emergenze e di invasioni bibliche non se ne esce.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.