Ancora un centinaio di arrivi nell`isola dei turisti e della censura. Molo blindato e silenzi. Sulle colline rivive l`antico rito di San Bartolo, con altissime pire incendiate dai ragazzini. Si perde il senso del contesto nel microcosmo Lampedusa. Perché gli esseri umani di un paese confinante devono arrivare in queste condizioni? Perché chi sfugge alle guerre in cui l`Italia è protagonista non ha diritto a un corridoio umanitario?

     

Scritto da Antonello Mangano

LAMPEDUSA (AG) – Fuochi nella notte di San Bartolo. Per la festa del patrono (di Ustica) si accendono gigantesche pire sulle colline dell’isola. Come in “Respiro”, solo che non sono in spiaggia. Lampedusa magica e sacra, ben distinta dai turisti, rivive accanto alle fiamme e con le grida dei ragazzini che accendono il fuoco con rami roventi e taniche di nafta.

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In serata ancora uno sbarco. Centocinquanta tunisini. Erano stati avvistati già dalle 14. Il braccio di mare è pattugliatissimo e non sfugge nessuno. Le “forze dell’ordine” sono impegnate a oscurare l’evento. “Qui è pieno di giornalisti”, dice una funzionaria. Chiamate una pattuglia di carabinieri. In realtà c’è solo l’inviata di Sky e un fotografo free lance.

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La cosa più grave di tutte è che si è perso completamente di vista il contesto. Le condizioni igieniche del centro di accoglienza o le procedure giuridiche dallo sbarco alla ripartenza sono tutte cose sacrosante. Ma tutto questo circo messo su sopra uno scoglio in mezzo al Mediterraneo, questo gioco di ruolo tra politici, volontari e gestori della comunicazione potrebbe essere smantellato con una seria politica di gestione dei flussi.

Sembra quasi naturale che Lampedusa sia l’ingresso dell’immigrazione, la porta dell’Europa (in realtà non lo è, perché arrivano più migranti a Malpensa e Fiumicino o al porto di Venezia o Brindisi, ma spiegatelo ai giornalisti). Sembra quasi naturale che si arrivi rischiando il naufragio. Appare scontato il circo di telecamere, operatori umanitari, militari e cordoni di polizia. Verrà un giorno che arriveranno acquistando un regolare biglietto e sarà un giorno da festeggiare.

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I livelli sono tre. Al primo c’è una legge che ti fa arrivare per via regolare coi flussi. Dovresti mettere piede in Italia già con un contratto di lavoro in tasca. Nella realtà nessuno assume uno sconosciuto dall’altra parte del mare. Dunque i flussi sono una sanatoria mascherata – per circa 200 mila persone l’anno – per chi è arrivato col barcone. La selezione la fanno brutalmente le onde del Mediterraneo.

Al secondo livello ci sono le modalità di gestione degli sbarchi, gli interventi in mare, le politiche di respingimento e le azioni eroiche o criminali, straordinariamente umane o in violazione del diritto. Al terzo livello abbiamo quello che succede nel sistema d’accoglienza, la celerità delle procedure, il rispetto di standard minimi. Non possiamo guardare solo agli ultimi due livelli, che non sono scontati e naturali ma conseguenza del primo. Non si emigra così. Questo sistema non è naturale.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.