Gli sbarchi sono la parte principale del reality Lampedusa. Anche questi blindati e filtrati. Le immagini e le foto saranno la base per un commento a base di invasione e disperazione. Ma anche oggi altri tunisini hanno raggiunto il loro sogno e affermato il diritto a viaggiare. Un giorno potranno spostarsi in modo civile. Oggi affrontano i rischi del mare e una burocrazia che può andare in crisi per lo sbarco di una capra…

     

Scritto da Antonello Mangano

LAMPEDUSA (AG) – “Papà, ma perché arrivano con quella barca brutta? E se arrivassero con lo yacht?”. Il bambino milanese – un turista tra i tanti – sta assistendo a uno sbarco al molo di Lampedusa. O, meglio, sbircia nel sistema blindatissimo che concede solo qualche scorcio. Non sa che tantissimi migranti arrivano veramente con lo yacht. Sono in genere profughi asiatici che sbarcano in Salento, lasciando agli apparati repressivi – dopo la prima scoperta – l’imbarazzo di ispezionare ogni imbarcazione di lusso sospetta, col rischio di disturbare un miliardario in vacanza.

Qui non ci si può sbagliare. E’ il solito barcone. Sono arrivati 14 + 8 tunisini. Il secondo gruppo, con una piccola barca, è giunto fin quasi al porto. Il primo ha visto la morte in faccia. La loro imbarcazione aveva iniziato a imbarcare acqua nei pressi di Linosa ed è stato necessario il trasbordo sull’unità della Guardia di Finanza.

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Qualche curioso c’è. I turisti non devono vedere i “clandestini”, ma qualcuno vuole “godersi” dal vivo lo spettacolo che solitamente vede in tv. “Un sorriso per la stampa –  basta col reality”. E’ lo striscione appeso al molo dai ragazzi di Lampedusa per protestare contro lo spettacolo televisivo che li rappresenta come l’isola dell`invasione. Proprio sopra lo striscione, un cameramen e un fotografo riprendono tutto. Qualcuno a Roma o a Milano aggiungerà la sua voce o le sue parole e diffonderà ulteriore allarme. In Italia ci sono venti stranieri in più. Come faremo?

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Fino a luglio si sbarcava al porto commerciale. Un volontario mi spiega che turisti e curiosi amavano farsi le foto con i barconi e i migranti sullo sfondo. Una volta si accorsero che c’erano dei morti dopo gli scatti e i sorrisi e abbassarono all’improvviso la voce. Anche i volontari dietro di me fotografano e sorridono. Sono comparse del reality ed è normale. In fondo oggi si può essere felici. Quando il pullman transita e intravedo i volti provati dei tunisini sono felice anch’io. Bravi, ragazzi. Ce l’avete fatta. Speriamo che i vostri figli possano viaggiare in modo civile.

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Ci raccontano lo sbarco della capra. Qualche settimana fa, un signore tunisino arrivò sul molo insieme al suo animale. Come ogni sistema burocratizzato e complesso, anche quello lampedusano entrò in tilt per l’elemento imprevisto (a proposito, ancora si parla di emergenza; ma un fenomeno che crea problemi dopo dieci anni non è più un’emergenza: è semplicemente gestito male).

Cosa fare della capra? La capra porta malattie sconosciute? Quale sarà lo status giuridico dell’animale? Riunione a Palermo. Predomina la linea degli operatori sanitari. Va abbattuta per ragioni di salute pubblica. E così avviene. Il proprietario chiede conto della bestiola. Appena apprende la verità, minaccia un’azione legale. Quando comprende che non sarà facile, ipotizza una vendetta ancora più sottile. “Vi faccio arrivare una barca di capre dalla Libia”. Vuole davvero mandare in crisi il sistema. Saranno le caprette a far dimettere Maroni?

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.