Reportage narrativo

Diario da Lampedusa / 2. I fantasmi del centro di accoglienza

L`isola che i turisti non vogliono vedere è quella dei centri di accoglienza. I migranti devono stare lì il tempo necessario prima del trasferimento. Ma di fatto sono reclusi, anche se minori. Sono circondati da una fauna curiosa, il microcosmo Lampedusa. Militari, giornalisti, volontari, attivisti. Protagonisti di un gioco di ruolo paradossale e dominato dal ministro dell`Interno.

     

Scritto da Antonello Mangano

LAMPEDUSA (AG) – Poi c’è l’altra isola, che i turisti non vedono. Quella dei CSPA. I centri di primo soccorso e accoglienza, uno status speciale inventato per le zone di frontiera e di transito. Cioè per Lampedusa. Cosa sei lì dentro nessuno lo sa. Non sei più un cittadino del tuo paese (sei recluso), non sei ancora un ospite in Italia, non sei un clandestino (infatti non ti rimandano subito indietro), non sei un rifugiato (infatti puoi solo manifestare l’intenzione di richiedere l’asilo). Non sei un detenuto ma se provi a uscire ti prendono e ti riportano indietro.

Ogni genere di corpo militare pattuglia l’isola per evitare la contaminazione tra ricchi turisti e poveri arrivati sul barcone (è questo l`immaginario comune). Tra questi, i minori non accompagnati, in genere sedicenni partiti soli che magari avrebbero tanta voglia di fare un bagno e sedersi ai tavolini dei bar, come un qualunque adolescente in vacanza. Invece sono rinchiusi dall’altra parte dell’isola, nell’ex base Nato chiamata Loran. “Non è un lager, possono anche uscire a prendersi una birra”, disse Berlusconi nel 2009, con la sua abitudine di liquidare con una battuta questioni epocali. Appena qualcuno prova a uscire lo riprendono e lo invitano a manganellate a non ripetere il tentativo, ci dice una volontaria. Se è vero o meno non possiamo verificarlo. Nessuno sottoscrive le testimonianze, tutti si guardano intorno circospetti, con i migranti non possiamo parlare e nei centri non si entra.

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Dopo qualche ora iniziamo a capire che siamo in mezzo a un nido di vipere. Mute. O meglio, tutti parlano, anche per ore. Militari e volontari, istituzioni e attivisti. Ma nessuno ci mette la firma. I carabinieri come le associazioni parlano ufficialmente dopo che l’ufficio stampa di Roma ha concesso l’autorizzazione. Oppure parla l`ufficio stampa da Roma che offre la versione preconfezionata. Ognuno –  un corpo militare come un’associazione umanitaria – parla con una sola voce. La conseguenza è che si comunica formalmente solo con i comunicati stampa delle sedi centrali. Informalmente parlano tutti. Ti rivelano insubordinazioni e casi di coscienza, liti tra ONG, corse tra giornalisti allo scoop, storie lacrimose nascoste e rivelate al momento giusto, logiche politiche, odi personali, rancori inesplosi, competizioni per progetti e finanziamenti.

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Alla fine, il risultato è che il ministro dell’Interno è il vero governatore dell’isola (insieme a Baglioni, il suo marchio ‘O Scià è onnipresente). Sia di quella reale – gestita attraverso i fondi e controllata palmo a palmo, in terra e in mare – sia di quella virtuale, mediatica. Le informazioni provengono solo dai canali ufficiali. Ovviamente puoi raccogliere le voci, le confessioni, gli sfoghi e poi metterci la firma. Ma nessuno li confermerà. I giornalisti non possono entrare nei centri. Non possono raggiungere i migranti (tra parentesi, sembra che in pochi abbiano voglia di ascoltare la loro voce). E così le notizie che arrivano sono una cruda sequenza aritmetica che racconta degli arrivi, intervallata da qualche storia commovente (donne e bambini, morti e naufragi).

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Quasi tutti apprendono degli “sbarchi” da Internet o dalla tv, anche se avvengono a pochi metri. E’ tutto asettico. I barconi vengono scortati in porto, i migranti salgono sui bus, fanno il loro ingresso nei centri, da cui vengono trasferiti ai CIE o ai CARA col ponte aereo oppure con la nave Moby o Grimaldi. E’ stato fatto un regolare appalto o un affidamento con procedura di emergenza?. Un turista può stare qui due settimane senza accorgersi di nulla. Saprà degli “sbarchi” solo se ha voglia di guardare il telegiornale.

Tutti gli altri, quelli che hanno voglia di vederli – giornalisti, curiosi, attivisti – cercano di inserirsi nella rete di telefonate che può avvertire con anticipo dell’evento. “A volte sembra di stare allo zoo, quando si va alla gabbia a gettare noccioline”, ci dice con amarezza un volontario.

(2 – continua)

Domani la puntata successiva

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.