Ogni anno la stagione estiva si apre in Calabria con uno spot molto discusso. Quest`anno è toccato ai bronzi. Ma nessuna pubblicità può mascherare acque inquinate, strade inesistenti, discariche abusive, depuratori sabotati, ditte incapaci e lavoratori licenziati. E un comune insignito della bandiera blu ma sciolto per mafia. Il paradosso della ‘vocazione turistica` di una terra che ripropone da anni gli stessi problemi.

     

Scritto da Antonello Mangano

 Mare o montagna? I bronzi di Riace sono statue animate che giocano a pari o dispari nell’ultimo spot della Regione Calabria. “Sembrano bulli”, per alcuni. Per altri una trovata efficace. Ma nessuno spot può nascondere chiazze di liquami maleodoranti, depuratori sabotati e sequestrati dalle Procure e ditte improvvisate incaricate della manutenzione. O il paradosso unico di una località insignita della bandiera blu ma con il consiglio comunale sciolto per mafia. A che serve spendere in un video promozionale “appena 50 mila euro” (parole del presidente della Regione Giuseppe Scopelliti) se poi il turista si trova a fare il bagno in un mare di liquami?

 Domenica 17 luglio, alto tirreno cosentino. Su questo tratto di costa il problema acque inquinate non è stato mai risolto. A questo si aggiungono i lavori eterni sulla Salerno-Reggio Calabria. L’ennesima chiusura di un tratto autostradale forma otto chilometri di coda sulle statali che portano al mare. All’arrivo, i turisti sono “ripagati” con larghe chiazze marroni. Lo stesso presidente Scopelliti vola in ricognizione area sulla costa da Paola a Fuscaldo. Al termine del sopralluogo, una nota ufficiale cita i dati Arpacal, secondo cui il 90% delle coste calabresi sono balneabili.

 Nel 2009, al governo regionale c’era il centrosinistra e la Procura sequestrò tutti i depuratori della zona. Scopelliti (allora coordinatore regionale Pdl) disse: “E’ giusto che la giunta attuale chieda scusa ai calabresi e agli italiani per questi 50 lunghi mesi di omissioni e di colpevoli ritardi”. Loiero, nel 2005, si era presentato con una lettera al Corriere della Sera in cui chiedeva scusa ai turisti di tutta Italia per il mare sporco (e per le strade) e prometteva il massimo impegno. “L’eredità del passato è troppo pesante”, spiegava. Il suo predecessore, Chiaravalloti, centro-destra, era stato indagato proprio per la gestione dei depuratori. Oggi nuova staffetta politica, inversione dei ruoli e situazione identica: acque maleodoranti e strade della morte. Scopelliti, tuttavia, ha avviato l’immancabile task force e predisposto 14 battelli per la pulizia dei tratti di mare prospicienti alcune località marine. L’obiettivo, secondo il dipartimento ambiente, è quello di eliminare “i rifiuti, anche presumibilmente provenienti da altre regioni e trasportati dalle correnti”.

 Scendendo più in basso si arriva nel vibonese. Siamo nella zona di Tropea, uno dei tratti di costa più belli d’Italia. Ma a Vibo Marina, sempre a metà luglio, il mare è cosparso di chiazze giallastre che emanano cattivo odore. Ancora più in basso e stiamo nel reggino. Ovviamente, l’autostrada è tutta cantieri e cambi di carreggiata. Negli anni scorsi, in questo periodo, l’Anas predisponeva un piano speciale con una campagna pubblicitaria, un numero verde e la tabella con gli orari delle navi per bypassare la Calabria e togliersi il pensiero. Quest’anno ancora niente.

 In qualche modo arriviamo a Reggio Calabria. Il lungomare è il celebre “chilometro più bello d’Italia”, secondo la definizione dannunziana. Il lido comunale permette da sempre ai reggini di andare al mare restando nel centro della città. Ma i dati del Ministero della Salute indicano che le acque della zona non sono balneabili. Il turismo è una delle basi della politica dell’ex sindaco Scopelliti. “Città turistica?”, si chiedono i consiglieri comunali del gruppo “Energia Pulita”. “Al lido abbiamo visto solo acqua sporca e maleodorante”. Dopo la denuncia di Legambiente, il sindaco in carica Demetrio Arena (erede di Scopelliti) decide una serie di divieti di balneazione.

 Arrivati all’estrema punta dello stivale possiamo risalire lungo la costa jonica. Se dall’altro lato l’autostrada è un cantiere perenne, qui la 106 è direttamente ‘la strada della morte’: incidenti quotidiani e appalti in mano alle ‘ndrine della zona (in collaborazione con le grandi imprese nazionali). Il binario unico vede arrancare pochi trenini diesel. Praticamente una zona irraggiungibile. Marina di Giojosa Ionica può vantare un singolare primato: il comune è stato sciolto per mafia, ma la spiaggia è insignita della bandiera blu. All’inizio di luglio il provvedimento del governo, “per riscontrate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata”. Secondo i magistrati, un clan stava con il centrodestra, l’altro con il centrosinistra. Mazzaferro contro Aquino. Come nel film di Albanese, la notte dopo il voto era andata a fuoco la macchina del cognato del sindaco. La giunta, sempre secondo le accuse, aveva falsificato i dati per ottenere il prestigioso riconoscimento ecologista.

 Risalendo lungo la costa si arriva a Catanzaro Lido, dove spicca un enorme cartello: “Da qui Ulisse ripartì per Itaca”. Meno poeticamente, nei pressi si trova anche un gigantesco e maleodorante depuratore. Uno dei tanti messi sotto inchiesta dal sostituto procuratore Carlo Villani, nell’ambito di un procedimento che ha interessato gli impianti che vanno da Soverato a Sellia Marina. Anche in questo caso manutenzione inadeguata, impianti in tilt e liquami in mare.

 Proseguiamo ancora e arriviamo a Crotone. Mercoledì 13 luglio, i bagnanti osservano l’acqua che diventa torbida. Appaiono rifiuti d’ogni genere, dalle buste ai pezzi di pane sbriciolato, dai cerotti ai pezzi di legno. La Procura apre l’ennesima inchiesta. “Sembrava che avessero gettato i cassonetti direttamente in mare”, dicono i magistrati.

 L’inchiesta della procura di Catanzaro è la più importante sui depuratori. Ha portato a due sequestri, l’impianto di Lamezia Terme e quello di Nocera Terinese, che serve i comuni della costa tirrenica fino ad Amantea. L’accusa è disastro ambientale colposo, “consistente nell`inquinamento grave e prolungato nel tempo delle acque marine, del fondale e delle spiagge del litorale tirrenico lametino”. I colibatteri avrebbero superato fino a 6000 volte la soglia prevista dalla norma. Aziende e funzionari avrebbero falsato i dati per incassare denaro senza gestire pienamente il servizio. Questo fino al 2008, ma la vicenda continua. Il provvedimento dei giudici è del maggio 2010. Qualche giorno fa, all’inizio di luglio, gli operai della ditta incaricata della manutenzione – tutti licenziati – hanno protestato nei pressi dell’impianto. Uno di loro ha avuto un malore. “Causa che pende, causa che rende, avere ‘mammelle aperte’ è più conveniente che risolvere il problema una volta per tutte. Il modello è sempre lo stesso”, ci spiega Roberto Di Palma, magistrato della DDA di Reggio.

 Nell’aprile 2009 i carabinieri sequestravano il depuratore dell’ospedale di Locri, noto come scenario in cui sarebbe maturato il delitto Fortugno. Le acque e gli scarichi dell’edificio non subivano nessuna depurazione e finivano nel sistema fognario cittadino. A luglio dello stesso anno, la Procura di Paola disponeva il sequestro di otto depuratori della zona, tutti malfunzionanti (da Santa Maria del Cedro a Guardia Piemontese). Le denunce partivano da turisti esasperati.

 Nel 2010 la capitaneria di Porto di Vibo sequestrava il depuratore di San Nicolò di Ricadi, che non funzionava e sversava con una condotta sottomarina direttamente nelle acque blu cobalto della “costa degli Dei”, nei pressi di Tropea. Poche settimane dopo, lo stesso impianto veniva sabotato. Dopo aver forzato il lucchetto, ignoti davano alle fiamme il gruppo elettrogeno. Nello stesso periodo un altro depuratore della zona, nei pressi di Capo Vaticano, cessava di funzionare gettando i liquami direttamente in spiaggia. Per gli inquirenti, le responsabilità sono degli amministratori locali e delle aziende di manutenzione che non operano con i dovuti accorgimenti. Ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di un sabotaggio.

 Nel febbraio 2011 la procura di Lamezia sequestrava 11 depuratori (da Conflenti a San Mango d’Aquino), assegnando ai rispettivi comuni trenta giorni per rimettere in funzionamento gli impianti. E oggi? “Le indagini che stiamo facendo svolgere in maniera accurata stabiliranno se i gestori degli impianti di depurazione in alcune ore hanno tolto l’energia elettrica, provocando lo scarico a mare”, osserva l’assessore all’ambiente Francesco Pugliano.

 “Greci, arabi, normanni. Pure loro sono venuti qua. Mica scemi, co ‘sto panorama!”. Gennaro Gattuso in completo bianco passeggia lungo la spiaggia declamando l’invito a visitare la sua regione. Poi i manifesti enigmatici di Oliviero Toscani (“Incivili? Sì, siamo calabresi”) fino alla sponsorizzazione della nazionale di calcio. Infiniti (e costosi) tentativi di mutare l’immagine senza cambiare di una virgola la realtà.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.