Smarrito l’insegnamento di Rosarno. E gli immigrati non sono una ‘polveriera’

Antonello Mangano
  L`ultimo rapporto IRES-Cgil presenta l`Italia come una polveriera pronta a esplodere. Esisterebbero “altre Rosarno” nei luoghi dove c`è degrado, sfruttamento o un`alta concentrazione di stranieri. Ma è un`ipotesi fuorviante. Le lotte dei lavoratori migranti sono le stesse degli italiani. Si rischia di allarmare la popolazione presentando lo straniero come una miccia pronta a esplodere e non come un soggetto che rivendica diritti essenziali.
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Grazie all’ultimo rapporto IRES-Cgil, i media hanno nuovamente parlato – per un paio di giorni – della rivolta di Rosarno. Ancora una volta, sia studi approfonditi che semplificazioni giornalistiche finiscono per rappresentare i fatti del gennaio 2010 come il prodotto meccanico di condizioni oggettive, e non come la libera scelta di individui che avevano la possibilità di “integrarsi” col contesto, quindi accettarne la violenza endemica, oppure di ribellarsi immediatamente e platealmente.

Oggi che in Calabria si torna a sparare – quattro omicidi in poche ore, da Rosarno a Lamezia – quella scelta appare ancora più coraggiosa, se contrapposta all’atteggiamento fatalista dei calabresi e della stessa opinione pubblica nazionale, che ormai li considera come fatti naturali o di scarso interesse.

Non dimentichiamo che gli stessi migranti avevano dato vita alla prima rivolta di Rosarno (dicembre 2009), a quella di Castel Volturno (settembre 2009) contro il terrorismo camorrista che aveva causato la strage e allo sciopero delle rotonde (ottobre 2010), sempre in Campania, uno dei momenti più importanti della lotta sindacale degli ultimi anni, considerando anche le condizioni estreme in cui è stato condotto.

Purtroppo questa potenzialità politica è stata duramente limitata dall`approccio repressivo-legalitario del Ministero dell`Interno di Maroni, dal modello dell`accoglienza recintata (“vietato fare politica”, c’era scritto al cancello d`ingresso del Centro d’accoglienza messo su a Rosarno per la stagione invernale 2010-2011) e infine dalla negazione della soggettività politica del migrante, che per tutti rimane – in ultima analisi – un essere privo di volontà.

Per alcuni deve essere cacciato via, per altri va aiutato. Per tutti non ha niente da dirci o da insegnare. Pensare che possano esistere “altre Rosarno” dove ci sono condizioni generiche di degrado o sfruttamento oppure ancora un’alta concentrazione di stranieri è fuorviante. Le lotte dei lavoratori migranti sono le stesse degli italiani. Si rischia invece di allarmare la popolazione presentando lo straniero come una miccia pronta a esplodere e non come un soggetto che rivendica diritti essenziali. Come quello – per esempio – che non gli si spari addosso.

 

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