Una discarica che rallenta i lavori, tre operai licenziati nonostante il ritardo accumulato, l`incendio doloso di una trivella, un investimento di 26 milioni per spostare un binario, mentre nei pressi una frana incombe sulla ferrovia. Le facili profezie del movimento No Ponte si sono già avverate tutte a Cannitello, cantiere preliminare aperto dal 2009 sul versante calabrese. Le analogie con il modello TAV.

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su “il manifesto

VILLA SAN GIOVANNI (Reggio Calabria) – Le facili profezie del movimento No Ponte si sono già avverate tutte a Cannitello. E’ solo il primo cantiere del Ponte, un’opera preliminare, ma già da sola dimostra che la grande opera non porta lavoro, che la vera priorità è il recupero di un territorio disastrato, che il problema mafia è reale e che non ha molto senso spendere milioni di euro per spostare un chilometro di binario mentre a poca distanza i treni rallentano per paura delle frane che periodicamente vengono giù.

I lavori sono partiti senza grandi cerimonie a Natale del 2009, con lo scopo di spostare un binario e disegnare un nuovo tracciato ferroviario per far posto al pilone calabrese. La “piccola opera” costerà ai contribuenti ventisei milioni di euro, mentre a breve distanza una frana incombe da dieci anni sui treni che passano sotto la montagna. Il completamento era previsto proprio in questi giorni, ma la data di consegna è slittata a settembre.

Intanto il consorzio Eurolink – composto dalle imprese vincitrici del mega-appalto del Ponte – ha già inviato una lettera al capocantiere, all’addetto alla contabilità e a quello amministrativo. Tutti in mobilità con una comunicazione del 15 aprile indirizzata anche ad altri dodici dipendenti sparsi tra Calabria, Sicilia e Milano. La società spiega il provvedimento con l’incertezza relativa all’approvazione del progetto definitivo, ma rimane il paradosso di un cantiere in ritardo collegato a un progetto ancora da approvare, con l’unica certezza delle maestranze già licenziate in via cautelativa.

All’inizio erano stati sbandierati 40.000 nuovi occupati. Poi la cifra è stata ridotta a 4 mila lavoratori l’anno, durante la durata dei cantieri. Al termine, comunque mille addetti alla navigazione andrebbero a casa. Sono tutte ipotesi per il futuro: oggi c’è una sola certezza, il saldo occupazionale è a meno 15.

“La riduzione del personale impegnato nei lavori della variante di Cannitello avverrà soltanto al termine del completamento delle opere civili prevista per l’estate”, ci spiegano i responsabili di Impregilo. “Successivamente rimarranno in cantiere tre addetti coordinati dal direttore di cantiere che sovraintenderanno alla fase di realizzazione della parte impiantistica”. Se il progetto definitivo sarà approvato, Eurolink si augura di poter riassorbire il personale sulla base di “competenze e know-how” di ognuno. Altrimenti tutti a casa.

A cosa si devono i ritardi? Per prima cosa, al rinvenimento in superficie di “rifiuti urbani misti a materiali da demolizione”. Una discarica abusiva, in parole povere. I materiali sono stati rimossi e smaltiti presso siti autorizzati ed è stato verificato che non avessero inquinato il suolo sottostante. Il 19 dicembre 2009, appena qualche giorno prima rispetto all’apertura del cantiere di Cannitello, si tenne a Villa San Giovanni una manifestazione nazionale No Ponte per chiedere la bonifica del territorio dalle ‘navi dei veleni’ e dai rifiuti nascosti nel terreno. Nessun politico ha dato seguito alla richiesta e dopo qualche settimana di clamore sui media l’argomento è sparito dal dibattito pubblico.

Stesso discorso per la questione mafia. Grandi dibattiti sull’ipotesi delle “infiltrazioni” e solenni protocolli di legalità firmati in Prefettura. Ma quanti sanno che il 18 aprile 2010, poco prima delle 22, fu incendiata una trivella della ditta “Sorige” impegnata nei carotaggi? La zona era sempre quella di Cannitello, i lavori sempre quelli preliminari del Ponte. Un atto non da poco, considerando che i vigili del fuoco impiegarono circa quattro ore per spegnere completamente l’incendio. Eppure non è stata fornita alcuna informazione ulteriore.

Macchine

Il 22 giugno il Consiglio di Amministrazione della “Stretto di Messina” ha avviato l’esame del progetto definitivo, che dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno. Nonostante l’opinione corrente secondo cui “non lo faranno mai”, l’iter del Ponte procede speditamente, a spese della collettività. L’ultimo atto sottoscritto è l’accordo tra la società committente e gli enti locali coinvolti nelle procedure di esproprio, in particolare i comuni di Messina e Villa San Giovanni.

Il consorzio Eurolink è composto da Impregilo, la maggiore impresa italiana delle costruzioni, da CMC,  colosso del mondo delle cooperative, da Condotte d’Acqua e infine dalla spagnola Sacyr e dalla giapponese  Ishikawajima – Harima. Perché cinque multinazionali – tra le maggiori del pianeta nel loro settore – non riescono a mantenere in organico quindici dipendenti per qualche mese?

“In realtà il signor Impregilo non esiste”, ci spiega Luigi Sturniolo della Rete No Ponte. “Oggi con basse percentuali azionarie e con un sistema complesso di finanziarie è possibile controllare una delle più importanti aziende italiane”. Le decisioni le prendono i manager e sono scelte tecniche. Eurolink ragiona  dunque come una “macchina”: si preoccupa di liberarsi in anticipo di eventuali contratti di lavoro superflui e non pensa all’effetto politico dei licenziamenti.

Le frane di Favazzina

Ponte e TAV, il modello è lo stesso. “Le similitudini tra i due progetti sono tantissime, dagli enormi costi alle lobbies coinvolte, dagli impatti ambientali all`incapacità di risolvere i problemi reali, così come uguale è la volontà di difendere i propri territori dalla mercificazione”, ci dice Peppe Marra del movimento calabrese. Intanto proseguono le proteste sul territorio contro un’opera ritenuta inutile. L’ultima manifestazione di Messina è del 14 maggio, ma si annunciano nuove iniziative. Il movimento chiede che i soldi per la grande opera vengano utilizzati per la messa in sicurezza del territorio.

Per fare un esempio, a meno di dieci chilometri dal cantiere di Cannitello c’è la collina di Favazzina. Nel 2005 venne giù un blocco di fango che trascinò un vagone dell’Intercity diretto a Milano nella scarpata sottostante. Il bilancio fu di pochi feriti ma fu sfiorata la strage considerando che sul treno viaggiavano 200 persone.

Nel 2001, sempre nella stessa zona, la frana ha colpito l’Espresso diretto a Roma. Solo feriti lievi ma gravi danni al metanodotto. “Welcome to Favazzina Hill”, hanno scritto sul cartello stradale per esorcizzare il pericolo incombente. Da allora nessuna messa in sicurezza strutturale della zona. Semplicemente, i treni rallentano. E proseguono verso il cantiere del Ponte.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.