Il progetto Nautilus affidato a Connecting People – consorzio specializzato nella gestione dei CIE – doveva raccogliere i dati su 10000 questionari, ne ha collezionati circa 4000. Ma è stato già rifinanziato per un secondo progetto. Gli italiani sono molto preoccupati dei costi dell`immigrazione, ma non sanno nulla dell`economia parallela legata ai migranti. La replica del consorzio: `Niente da nascondere. L`obiettivo è aprire uffici di contatto nei pressi dei CARA`.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

ROMA – E’ costato 1.517.818,11 euro il progetto Nautilus “dall’accoglienza all’integrazione”, finanziato con il Fondo europeo per i rifugiati attraverso il ministero dell’Interno. Doveva raccogliere i dati su diecimila questionari ma ne ha collezionati solo 1083 [oltre 4000 secondo il consorzio]. Tuttavia, è stato già rifinanziato per un secondo progetto che partirà entro un mese e mezzo. Nautilus è stato realizzato dal Consorzio Connecting People, capofila della ricerca e gestore di servizi in molti centri Cara e Cie in tutta Italia, con la partecipazione del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza, l’Aiccre, l’Organizzanzione internazionale delle migrazioni (Oim) e il Consorzio Mestieri, che fa parte del Consorzio Cgm assieme a Connecting People.

“Per fare orientamento ai richiedenti asilo bisogna conoscerli e a questo serve il progetto Nautilus”, ha detto la dott.ssa Matscher, presente come tecnico del Viminale oggi alla presentazione dei risultati della ricerca. La realizzazione e l’elaborazione dei questionari è stata curata da Mario Morcellini, direttore del dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma. Secondo il sociologo, “i dati su 1083 questionari  sono pochi rispetto alle aspettative ma moltissimi come cluster, più che adeguato a darci le risposte”.

A margine dell’incontro abbiamo chiesto a Giuseppe Scozzari, presidente del Consorzio Connencting People, i motivi per la riduzione del numero dei questionari a un decimo di quelli previsti. “Quando abbiamo iniziato – spiega – il fenomeno migratorio era notevolmente ridotto e anche le presenze erano più basse, quindi siamo partiti svantaggiati dalla presenza ridotta del 30% rispetto a quando abbiamo fatto il progetto nel 2008, in cui c’era invece la fase acuta degli sbarchi a Lampedusa.

Successivamente è iniziata la seconda fase di arrivi dopo gli eventi del Maghreb, adesso le presenze ci sono e stiamo aumentando le interviste”. Scozzari precisa che “il progetto è stato controllato dal ministero dell’Interno con un’ispezione formale e solo dopo aver visto che gli obiettivi erano stati raggiunti è stata finanziata la seconda parte, che partirà entro un mese e mezzo, per inziare questi progetti di job matching per fare incontrare domanda e offerta del lavoro nei territori”.

Uomo, giovane, tunisino

Quali sono i risultati emersi? Uomo, giovane, tunisino, somalo o afghano. E’ questo l’identikit del richiedente asilo emerso dall’indagine Nautilus curata da Connecting People con il dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma.  Su 1083 questionari distribuiti nei centri di accoglienza per richiedenti asilo, il 90,3% degli intervistati sono uomini, per l’86% di età inferiore ai 34 anni. La religione è musulmana nel 78% dei casi, cristiana nel 20 %  di cui il 9% sono cattolici. Provengono da 40 paesi ma quasi la metà nel complesso arriva da Tunisia, Afghanistan e Somalia. Il 51% è partito dai paesi d’origine nell’ultimo anno e l’83% dichiara di voler rimanere in Italia.

“Emerge una grande frammentazione linguistica, questo vuol dire che servono mediatori linguistici” afferma il sociologo Mario Morcellini, direttore del dipartimento universitario che ha elaborato le domande dei questionari e i dati. Il 6% ha titolo un universitario e post laurea. “Solo il 12% degli italiani sono laureati, la differenza non è così tanta” commenta il docente. L’ 11% dei richiedenti asilo non ha alcun titolo di studio, il 40% è diplomat o con la licenza media, il 42% ha licenza elementare.

Una nota dolente è l’accesso al mercato del lavoro: solo 24 persone su 1083 hanno un’occupazione stabile, l’87% degli intervistati non ha mai effettuato colloqui di lavoro. Alla domanda “Quale lavoro accetterebbe? Tutti sono disponibili a fare sostanzialmente tutto, continua Morcellini. La questione abitativa è uno dei problemi più gravi, c’è un welfare provvisorio non degno da paese civile”. Tuttavia, tra gli ospiti dei Cara, l’83% giudica positivamente l’accoglienza ricevuta in Italia. I più soddisfatti sono i tunisini (243 risposte positive su 244 intervistati) insieme ad afghani e pakistani. Meno soddisfatti sono somali e turchi. Questi i dati sul fenomeno dell’autosegregazione: su 1082 intervistati ben 878 affermano di vivere in stretta relazione con i propri connazionali. Il 77% non frequenta mai italiani. La percentuale di quanti hanno contatti frequenti con gli italiani è piuttosto bassa, specie fra i nuovi arrivati. “E’ un dato tendenziale, ma misurarlo è già l’inizio per una lucida presa di coscienza delle politiche pubbliche” conclude Morcellini. 

Il questionario è stato distribuito in 12 sportelli, realizzati con il progetto Nautilus, in tutti i centri d’accoglienza per richiedenti asilo presenti sul territorio  compreso il nuovo centro di Mineo e con l’aggiunta della città di Torino dove non ci sono Cara ma ci sono storicamente molti rifugiati. L’obiettivo era di costruire profili migratori con cui costruire una banca dati che permette di incrociare le informazioni per costruire dei profili professionali per l’inserimento dei rifugiati. 

Tra i risultati, elencati dal responsabile del progetto per Connecting People, Giuseppe Lorenti:  “L’assunzione di rifugiati come mediatori, l’inserimento di 4 somali sgomberati dall’ex palazzo delle poste di Catania e assunti in un’azienda edile del calatino, a Caltanissetta abbiamo creato uno sportello che offre un pachetto di servizi integrato, a Foggia abbiamo inserito 4 richiedenti asilo in un corso per mediatori culturali, di cui uno è già stato assunto nel Cara gestito da noi di Connecting People”. Con Italia Lavoro c’è un protocollo d’intesa per un bando che il consorzio presenterà domani alla Regione Sicilia sull’inclusione sociale per gli ospiti del centro di Mineo.

La replica del consorzio: non sono mille ma quattromila

Il Consorzio Connecting People replica agli articoli pubblicati il 28 giugno da Redattore Sociale sul progetto Nautilus, di cui è capofila, finanziato con oltre un milione e mezzo di euro del Fondo europeo per i rifugiati (Fer) attraverso il ministero dell’Interno. Il progetto è stato rifinanziato anche se non ha completato le diecimila interviste ai richiedenti asilo, inizialmente previste dallo stesso Consorzio.

“Quelle effettuate non sono 1.083 come riportato erroneamente nel vostro articolo, sono oltre 4mila – spiega il coordinatore del progetto per Connecting People, Giuseppe Lorenti   – sono stati spesi un milione e mezzo di euro con l’obiettivo di aprire in prossimità dei Cara degli uffici di contatto che intercettano i richiedenti asilo e, sulla base dei questionari, identificare dei profili per percorsi di integrazione differenziati a seconda dei territori e delle condizioni giuridiche dei soggetti intervistati”.

Sono stati attivati 12 sportelli in tutti i centri d’accoglienza per richiedenti asilo presenti sul territorio nazionale, compreso il nuovo centro di Mineo e con l’aggiunta della città di Torino dove non ci sono Cara ma ci sono storicamente molti rifugiati. Al progetto partecipano anche l’Aiccre, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e il Consorzio Mestieri, che fa parte del Consorzio Cgm assieme a Connecting People.

“Con l’università La Sapienza abbiamo pensato di offrire un prodotto in più che non era scritto nel bando, cioè l’elaborazione dei dati dei questionari raccolti dai nostri operatori attraverso il dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale” continua Lorenti. Quindi il dato di 1083 interviste fornito dal professor Mario Morcellini, responsabile scientifico del gruppo di ricerca della Sapienza durante la presentazione ufficiale dei risultati della ricerca a Roma si riferisce soltanto a quelle esaminate dal suo dipartimento.

“Poiché il ministero dell’Interno ci aveva chiesto di presentare un report, le rilevazioni per questo report, solamente intermedio, abbiamo avuto necessità di bloccarle molto prima, mentre le attività sono continuate fino al 30 giugno – spiega Lorenti – Già al tempo erano molte di più, ma non erano caricate nella banca dati, erano ancora nei notebook dei vari operatori”.

Secondo il coordinatore del progetto Nautilus ci sono stati un’altra serie di impedimenti nello svolgimento delle attività che hanno ostacolato il raggiungimento del numero di interviste previsto. “Nei mesi precedenti, da ottobre a febbraio, il ministero aveva chiuso per mancanza di ospiti ben tre centri in provincia di Trapani – dice – Non abbiamo assolutamente nulla da nascondere, se si guardano i trend di intervista nel periodo in cui tutti i centri si sono riempiti come da capienza, il tipo di attività cammina con quelli che devono essere i beneficiari.

Durante questo percorso abbiamo assunto 10 titolari di protezione internazionale come mediatori culturali. A Mineo abbiamo aperto uno sportello con 7 mediatori culturali. Inoltre ci siamo trovati con una serie di pastoie burocratiche. All’interno dei centri l’ingresso non è libero, bisogna chiedere l’autorizzazione alle prefetture competenti che ci hanno permesso l’accesso soltanto dopo mesi, in alcuni casi”.

Sull'autore