A Mineo, nel catanese, i migranti protestano perché chiedono procedure rapide per il riconoscimento del diritto d`asilo. Invece lo Stato continua a sprecare soldi nel nome dell`emergenza. All`estremo opposto d`Italia, invece, è psicosi invasione. Un paese in Piemonte chiede un referendum per 15 somali. Quaranta tunisini in transito nel pavese diventano un`invasione che minaccia i valori cristiani.

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su “il manifesto”

La Catania – Gela è famosa per tre cose. Le prostitute colombiane e nigeriane che aspettano clienti nelle piazzole di sosta della strada provinciale. Il numero spaventoso di incidenti mortali. Le automobili targate AFI dei marines che sfrecciano verso Sigonella (i tre elementi sono collegati tra loro). Da qualche mese si è aggiunta la presenza di richiedenti asilo asiatici e africani che periodicamente occupano la carreggiata all’altezza del Residence degli aranci di Mineo (l’ultima volta è successo il 6 giugno). Perché? Mentre nel resto d’Italia si protesta per i soldi sprecati nell’accoglienza e nessuno vuole i profughi sul proprio territorio, nella Piana di Catania sono i migranti a chiedere procedure rapide, dunque meno spreco di denaro pubblico, in modo che possano andarsene e trovarsi un lavoro.

Mineo non è un luogo dove migranti parassitari vengono mantenuti a spese della collettività, come vuole l’immaginario creato dalla Lega, ma un passaggio necessario della burocrazia. Più è lenta, più alti sono i costi. Dopo l’insensato trasferimento deciso in piena “emergenza Lampedusa”, più di mille migranti sono stati portati con ponti aerei dai CARA di tutta Italia al villaggio costruito per i marines. Il lavoro delle commissioni procede ancora a rilento. Negli altri centri in cui si trovavano molti erano sul punto di ricevere una risposta alla domanda d’asilo. A Mineo sono rimasti nel limbo di una procedura giuridica kafkiana, in mezzo agli aranceti della piana di Catania, a un’ora di cammino (in salita) da un paese fantasma.

E tutto questo costa: sono i cittadini a pagare i trasferimenti via aereo e i ritardi della burocrazia. E pure la requisizione con cui lo Stato ha brillantemente risolto il problema della Pizzarotti, una ditta di Parma che – dopo la disdetta dei marines – doveva affittare le proprie casette in stile yankee pensate per la vicina base di Sigonella. E intanto, all’estremo opposto della penisola…

Piemonte. Settime, effetto Lampedusa

Il riso fritto col pesce si abbina al Nebiolo, la zuppa piccante di capra al Barbera Doc. Sono alcune trovate di “matrimonio misto”, l’iniziativa annuale che il PIAM organizza ad Asti per celebrare le contaminazioni tra piatti africani e vini piemontesi. Alberto Mossino e Princess Inyang Okokon – mediatrice culturale nigeriana – ci presentano la loro associazione, che si occupa di articolo 18 per le prostitute, avviando processi di inserimento preceduti dalla denuncia degli sfruttatori. Spesso delinquenti molto pericolosi.

Gli “afropiemontesi” non hanno vita facile nella regione che ha eletto il leghista Roberto Cota. Nei giorni della “sindrome Lampedusa” – tra aprile e maggio – stava per arenarsi un progetto su cui il PIAM ha speso tempo ed energie: portare a Settime, seicento abitanti nella collina piemontese, lo SPRAR. Si tratta della rete che ospita i richiedenti asilo, in questo caso seguendo il “modello Riace”, dal nome del piccolo paese calabrese che ha scelto la strada dell’ospitalità diffusa, ha rifiutato il metodo della recinzione e ha ribaltato il concetto di accoglienza come atto di bontà. I migranti lì non sono un peso ma un mezzo indispensabile per rivitalizzare il borgo antico, altrimenti destinato allo spopolamento.

A Settime non si emigra ma la situazione non è allegra. Le casse comunali non sono piene come un tempo e le scuole rischiano di chiudere perché i bambini sono troppo pochi. Potrebbero essere salvate dagli stranieri, che poi sono appena 15 somali, cioè tre famiglie.

L’iter del progetto non è stato rallentato da pregiudizi radicati ma piuttosto dalle immagini televisive provenienti da Lampedusa che hanno creato la solita psicosi dell’invasione. Nel paese ci sono già una sessantina di stranieri dell’Europa orientale – quattro volte quelli che dovrebbero arrivare – e non ci sono mai stati problemi. A poca distanza, nei pressi di Alessandria, il paese di Alice Belcolle ospita già uno SPRAR da 6 anni, e anche qui finora non se n’era accorto nessuno.

Incontro i volontari alla “Casa del Popolo” di Asti, in occasione della festa per il decennale del PIAM. Simone Perini ha lasciato Latina, una roccaforte della destra estrema, sperando di trovare sotto le Alpi un clima differente. E invece è rimasto esterrefatto. “L’impatto di pochi stranieri sulla comunità è nullo. E’ un’opposizione ideologica”. Parlano della fatica che i loro figli avrebbero fatto in classe accanto agli stranieri. Di risorse che vanno a “loro” e non a “noi”. Dell’immancabile problema sicurezza. Piero Vercelli della cooperativa Jocco gestisce un doposcuola a Settime con bambini italiani: da 60 sono scesi a 10. I genitori li hanno ritirati quando hanno scoperto che Jocco è collegata al PIAM. Il clima è diventato improvvisamente ostile.

Alla fine, duecentosettantadue abitanti hanno chiesto il referendum, che tra l’altro costa diecimila euro. Nove consiglieri contro tre hanno respinto l’idea. In diversi  incontri aperti alla cittadinanza e vari consigli comunali il sindaco ha spiegato il progetto: si tratta di 250 mila euro l’anno per tre anni, gli stranieri saranno inseriti nelle case sfitte, con presa in carico totale nei 6 mesi in cui attendono il responso sulla richiesta d’asilo da parte della commissione. Arriveranno anche 15.000 euro l’anno di borse lavoro. La maggior parte dei soldi si riversa sul territorio: l’affitto degli appartamenti, la forza lavoro impiegata e un pulmino a disposizione del Comune. Alla fine il progetto PAIS è stato approvato e a luglio i primo somali arriveranno a Settime.

Pavia. L’invasione dei 15 tunisini

“’Ndrangheta”, titola a tutta pagina “corsocavour.info”, il giornale locale del PD. Dopo l’operazione “Crimine”, una delle più importanti sul ruolo dei clan nel settentrione, Pavia ha scoperto di essere il nodo nevralgico del rapporto tra mafia calabrese e politica padana. O meglio, lo ha scoperto una parte della popolazione.

“Quindici tunisini arrivano a Pavia”, urla “la Provincia Pavese” il 17 aprile 2011, dimenticando che solitamente un numero del genere non si nota in un centro urbano di 71 mila abitanti. E in quel periodo i tunisini si dirigono speditamente verso la Francia.

“C’è preoccupazione per un’invasione non voluta che rischia di portare a un aumento della criminalità e di minacciare i valori cristiani tramandati dai nostri padri”, dice Emanuela Pastore, capogruppo della Lega alla provincia. L’invasione in questione riguarda l’arrivo in Oltrepò di appena quaranta tunisini, divisi tra il capoluogo, Vigevano e Voghera. Molti di loro si sono fermati solo poche ore, per poi tentare l’attraversamento della frontiera francese. In tutta la provincia ci sono più di 500 mila abitanti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.