Notizie

A Mineo tra i 1.700 profughi in fuga da guerre e dittature

Scritto da

Hanno subito violenze e torture. Fuggono dalle guerre e dai fondamentalisti. Hanno viaggiato in condizioni terribili per arrivare in Europa. Ora l`Italia dovrebbe decidere rapidamente se hanno diritto all`asilo e – nel caso – inserirli e proteggerli. Invece li hanno sbattuti nel cuore della Piana di Catania, in mezzo al nulla. Fino a quando i migranti saranno vittime delle deliranti politiche governative?

     

Scritto da Giovanni Tizian

MINEO (CT) – Ismael ha trascinato con sé, fino in Italia, i fantasmi del Paese d’origine: torture, carcere e violenza. Vive nell’attesa che la burocrazia nostrana gli conceda lo status di rifugiato. Per il momento, è nel limbo degli invisibili. Dopo quasi un anno di attesa, il riconoscimento tarda ad arrivare. «Le forze di sicurezza del governo regionale del Kurdistan iracheno mi hanno rapito, senza ragioni. Mi hanno rinchiuso in isolamento per più di tre settimane. Mi hanno trattato da bestia, mi picchiavano, mi torturavano. Senza che io conoscessi le motivazioni».

DAL KURDISTAN A MINEO. Ismael (l’avvocato che segue la sua pratica ci ha chiesto di mantenere l’anonimato) è di nazionalità kurda-irachena, laureato in Ingegneria, perseguitato politico e brutalmente torturato nel suo paese. Sono le storie di perseguitati, arrivati clandestinamente in Italia e ospiti del Villaggio della solidarietà di Mineo, in provincia di Catania. Il centro è stato allestito nel Residence degli aranci, una struttura della Pizzarotti, un tempo destinata ai militari della base Nato di Sigonella.

Il governo, con un’ordinanza, ha requisito per fini umanitari le villette di proprietà della ditta emiliana, alla quale dovrebbe essere corrisposta un’indennità di requisizione, che non è stata ancora resa nota. Il villaggio attualmente ospita 1700 richiedenti asilo. Ci sono anche circa 40 minori, che per legge dovrebbero alloggiare in strutture specifiche. Ma continuano a vivere lì, sperduti tra i terreni agricoli limitrofi alla statale Catania-Gela.

Ismael, dalla Turchia dentro un container

«Vennero a prendermi nella mia abitazione, ricordo ancora il terrore negli occhi di mia madre e la promessa di mio padre di cercarmi in tutti i commissariati», ha detto il trentenne kurdo. «Dopo tre settimane uscii di prigione e decisi di partire. Chiedo aiuto all’Italia, perché so che la mia vita è in pericolo, tanti miei amici mi hanno detto che il Governo mi osserva, di stare attento. Anche i miei fratelli mi dissero di abbandonare il Kurdistan, perché la mia vita era in pericolo. Ho deciso di raggiungere l’Europa, perché è la patria dei diritti umani».

A Mineo vivono 20 iracheni, 19 provengono dal Kurdistan, uno da Bagdad. Prima di arrivare al villaggio erano distribuiti nei C.a.r.a. (Centro accoglienza richiedenti asilo) di tutta Italia. Ismael è partito da Ancona in aereo con altre 64 persone. Tutti con destinazione Mineo. «Al centro di Ancona stavo meglio, era un hotel, non ci mancava nulla».

UN VIAGGIO DURATO DUE GIORNI. Ismael è arrivato in Italia dalla Turchia, nascosto nel doppio fondo di un container. «Dal Kurdistan iracheno alla Turchia il viaggio mi è costato mille dollari, poi sono rimasto due mesi a Istanbul in attesa di imbarcarmi. Grazie a un amico ho trovato un container e non pagato altri soldi». Un viaggio durato due giorni, e poi finalmente l’Italia. Ismael è sbarcato nel porto di Ancona il 27 ottobre 2010, ma del riconoscimento dello status nemmeno l’ombra. «Nei container possono starci due persone come 15, dipende dalle volte. Una volta arrivati ad Ancona, i container sono stati prelevati e portati nella zona industriale. E durante la notte sono fuggito».

Ismael ci ha mostrato il bigliettino da visita dell’hotel di Ancona (il C.a.r.a è un albergo) e una tessera: l’abbonamento per il trasporto urbano del comune, consegnato ai richiedenti asilo ospiti del centro marchigiano. A Mineo, invece, sono costretti a vagare, come fantasmi, sulla Catania-Gela, una statale tristemente nota per gli incidenti mortali e la prostituzione delle ragazze nigeriane.

L`isolamento di Mineo

Il paese più vicino, Mineo, dista dieci chilometri. Per raggiungerlo, non sono stati attivati servizi navette e la strada è in salita. Tornanti ripidi, che centinaia di migranti, rifugiati politici, percorrono avanti e indietro, quotidianamente. Mamme con bambini piccoli, ragazzi giovanissimi, uomini e donne. Un esercito di emarginati in marcia verso un luogo di socialità, un bar, una piazza. In cerca di luoghi normali, insomma. Non previsti nel progetto del villaggio esclusivo voluto dal governo.

GLI ACCORDI CON IL GOVERNO. Il servizio navetta rientrerebbe negli accordi sottoscritti con il Patto per la legalità che il governo e i sindaci del comprensorio stipularono dopo i primi trasferimenti a Mineo. Ma di pulmini neppure l’ombra. L`accordo prevede una serie di garanzie in cambio della disponibilità dei sindaci ad accogliere, a decine di chilometri di distanza dai centri abitati, i richiedenti asilo. «Ad Ancona avevamo la televisione, leggevamo i giornali, in questo centro non ci danno neppure le schede telefoniche», ci ha segnalato, con un sorriso amaro, Ismael, prima di congedarsi.

Mourì, dalla Costa d`Avorio attraverso il deserto

Nigeriani, sudanesi, eritrei, ivoriani, pakistani, afgani, srilankesi, kurdi, iracheni: il centro di Mineo è un caleidoscopio di culture. Tutti sono fuggiti da situazioni estreme. E sono accomunati dall’identico sogno: trovare un lavoro onesto nella patria dei diritti umani, l’Europa.

«Sono arrivato a Lampedusa dalla Libia», ha raccontato in francese l’ivoriano Mourì Kunì, «dopo cinque giorni sull’isola, ci hanno trasferiti a Mineo. È dal 13 aprile che sono qui. Siamo partiti dalla Costa d’Avorio, una volta entrati in Algeria abbiamo continuato a piedi, attraversando il deserto, fino in Libia. Qui ho ritrovato altri miei connazionali e ci siamo imbarcati».

L`OSTILITÁ DEI LIBICI. E ha aggiunto: «Sono stato fortunato, ma conosco persone rinchiuse nelle carceri libiche per sette mesi. Poi, scoppiata la guerra, li hanno lasciati liberi e sono venuti in Italia. In Libia abbiamo soltanto il diritto di passaggio, non possiamo rimanere lì ma dobbiamo fuggire per la nostra incolumità. La popolazione diventa ostile nei confronti dei subsahariani, lì non c’è legge. Se lavori per un libico e non ti paga, tu reclami i tuoi diritti, il giudice condanna te e non il datore di lavoro».

IL PREZZO È TUTTO CIÓ CHE HAI. Assin Uatarà, anche lui ivoriano, è entrato nei particolari del viaggio, «C’è chi paga e chi non paga. Prima di imbarcarci, uomini dell’esercito di Gheddafi ti perquisiscono e ti spogliano di tutti gli averi. E ci fanno salire sulle barche. Fanno una proposta: “Domani c’è una barca che parte, se vuoi partire c’è questo da pagare”. In pratica, mon c’è una tariffa: tutto quello che hai lo devi dare, altrimenti ti lasciano a terra o ti inseriscono come ultimo passeggero se rimane qualche buco».

Alcuni di loro hanno fornito cifre: qualcuno racconta di avere pagato 900 dollari, altri 500. Una differenza di costi che rafforza quanto raccontato da Assin: «Tutto quello che hai lo devi dare». L`ivoriano ha spiegato le motivazioni del viaggio: «È la guerra che mi ha fatto scappare sia in Costa d’Avorio che in Libia», ha proseguito nel suo racconto Assin, «il mio padrone quando è scoppiata la guerra in Libia mi ha consigliato di andare in Italia e mi ha fatto partire. In Libia è pazzesco: chi non è del posto viene fermato, perquisito, arrestato. Si può solo fuggire da lì».

L`INFERNO DELLE CARCERI. Lungo la strada, di fronte ai cancelli del villaggio, ci sono anche alcune ragazze, eritree e somale. Una di loro, somala (preferisce l’anonimato), ha raccontato la reclusione nelle carceri-lager del colonnello Gheddafi. «Sono stata otto mesi in un carcere libico. Vivevamo in una stanza buia, senza finestre. Eravamo almeno dieci donne in una stanza. Terribile», ha raccontato tra i singhiozzi la ragazza. «Nella stanza facevamo i nostri bisogni e anche il bucato. Abbiamo subito violenze, le guardie ci picchiavano con dei bastoni. Abbiamo visto le guardie prendersela con i nostri fratelli, i nostri uomini: picchiarli e buttare l’acqua sulle loro teste. Era l’inferno. Prima di partire ci hanno preso tutto. Non abbiamo più soldi». Uno spaccato atroce delle carceri libiche, che sono tate riempite di migranti anche grazie all’accordo con l`Italia e alla politica dei respingimenti.

Sull'autore