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Monnezza, un affare privato. Il nuovo inceneritore garantirà un miliardo di utili

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A Napoli la spazzatura è un investimento sicuro: grazie ai Cip6 pagati dai consumatori, il nuovo inceneritore garantirà un miliardo di euro di utili. Parte la corsa all`appalto. Protesta la società comunale Asia, esclusa dall`affare, che presenta ricorso al Tar. Ecco come i rifiuti si tramutano in oro.

     

Scritto da Manuele Bonaccorsi

E` un investimento sicuro. Spendi 700 milioni di euro, guadagni 1,8 miliardi. Il termovalorizzatore di Napoli Est si preannuncia come il più grande affare da quando, in tempi ormai remoti, la gestione dei rifiuti in Campania è diventata un’emergenza. Da allora è accaduto ciò che neppure la pietra filosofale poteva: puzzolenti e putridi sacchi di monnezza si sono trasformati in oro luccicante. Nei palazzi di vetro di poche grandi imprese si lavora senza sosta per partecipare alla gara indetta dall’ennesimo commissario straordinario – scadenza a mezzogiorno del 15 luglio 2011 – per la costruzione di un mega impianto capace di incenerire 450mila tonnellate di spazzatura l’anno. L’ultimo termovalorizzatore che godrà dei contributi Cip6, pagati da tutti i cittadini in bolletta.

I profitti saranno interamente devoluti ai privati, tagliando fuori il comune di Napoli e l’Asia, la sua azienda municipale, che inizialmente avrebbe dovuto controllare la metà dell’impianto, e incamerare la sua parte di ricavi. Ma il ricorso presentato al Tar dal presidente della società Claudio Cicatiello potrebbe bloccare tutto. La prima sentenza è prevista tra poche settimane e sull’argomento infuriava la campagna per le comunali napoletane: De Magistris si dice contrario, Lettieri favorevole. Nei confronti televisivi, tra accuse reciproche e promesse elettorali, fa capolino l’affare del secolo.

 Il bando

Tecnicamente si tratta di un appalto di progettazione, costruzione e gestione in project financing: il pubblico non anticipa un euro, i soldi li mette tutti il privato. Si tratta di 386 milioni per la costruzione dell’impianto e 36 milioni l’anno per la gestione. Cifre da capogiro, certo, che saranno finanziate inizialmente dalle grandi banche. Ma lo sforzo economico viene ripagato, eccome. L’impianto, secondo il bando di gara, dovrebbe essere pronto in 36 mesi. Poi comincerà ad arrivare la monnezza “talquale”, i rifiuti urbani tritovagliati in appositi impianti, al ritmo di 1.200 tonnellate al giorno per vent’anni. Per ogni tonnellata conferita, il privato che vincerà la gara riceverà 93 euro, 41 milioni di euro l’anno, pagati coi proventi della Tarsu, la tassa sui rifiuti versata dai cittadini: calcolatrice alla mano fanno 837milioni nei vent’anni di gestione. La monnezza bruciata produrrà qualcosa come 360mila megawatt l’anno.

Per i primi 8 anni ogni Mw sarà venduto alla rete elettrica a una cifra spropositata, 224 euro, il valore dei Cip6, i contributi “ecologici” ricavati da una sovratassa sulle bollette elettriche pagate da tutti i cittadini. In otto anni il fortunato privato che vincerà la gara riceverà qualcosa come 650milioni di euro, sufficienti da soli a ripagare l’intero investimento. Per i 12 anni successivi l’energia prodotta sarà venduta a prezzo di mercato, a circa 70 euro a Mw (310 milioni in tutto). Un miliardo 793 milioni di euro di ricavi: con settecento milioni di investimenti, si ottiene un miliardo di profitto. Pagano i cittadini, i privati guadagnano.

Se a vincere la gara, come dicono i rumor, sarà la A2A, controllata al 27 per cento dai comuni di Milano e Brescia – la società gestisce già l’inceneritore di Acerra – alcune centinaia di milioni di euro saranno trasferiti da Napoli alla Lombardia. Le città “padane” potranno investirli nel welfare, nella raccolta differenziata, per ripianare buchi di bilancio, organizzare concerti o abbellire le strade. Mentre a Napoli si continuerà a dire che la raccolta porta a porta costa troppo, che i soldi non ci sono. Uno spaccato dell’Italia di oggi: le risorse vanno dal pubblico al privato, dal sud al nord, dai poveri ai ricchi.

Privati

Le aziende in grado di partecipare alla gara si contano sulle dita di una mano: secondo indiscrezioni A2A sta già preparando le carte, insieme all’Ansaldo. Poi ci sono gli stranieri: i francesi di Veolia, i tedeschi di E On. E i privati: la Maire Tecnimont, la Unendo di Pietro  Colucci, che può vantare l’appoggio di uno dei più grandi colossi internazionali del settore, l’americana Waste Management. E ancora il gruppo De Vizia, la cui partecipazione alla gara per un altro termovalorizzatore campano, quello di Salerno, è finita in carte bollate col sindaco Vincenzo De Luca. E dulcis in fundo la Impregilo, costruttrice del contestatissimo impianto di Acerra, proprio l’impresa sotto processo a Napoli per la gestione del ciclo dei rifiuti a partire dal 2002, accusata di truffa ai danni dello Stato.

C’è da scommettere che tutte le società capaci di superare gli stringenti requisiti previsti dal bando parteciperanno alla gara. Le condizioni offerte sono ottime, irripetibili. Basti pensare che l’inceneritore di Acerra paga ogni tonnellata conferita solo 43 euro (contro i 93 previsti a Napoli Est) e che un impianto simile in costruzione a Torino da parte della società pubblica Trm sta rischiando grosso a causa del decreto Romani, che ha ridotto gli incentivi all’incenerimento. «A Torino – spiega Bruno Torresin, amministratore delegato della Trm – abbiamo previsto una tariffa di 97,5 euro a tonnellata. Stimiamo di produrre in vent’anni un utile di 311 milioni, che andranno agli enti pubblici, ai Comuni che hanno costruito l’impianto, e saranno usati per sostenere la differenziata e per il welfare, gli asili, i servizi agli anziani».

A Napoli la sostenibilità economica è del tutto diversa: «Basteranno i Cip6 a ripagare l’investimento. Il resto è tutto utile, che va ai privati. Il ciclo dei rifiuti è fatto da raccolta e trasporto e poi smaltimento. La parte nobile, che produce reddito, è la seconda. Se noi dividiamo le due cose, il cittadino paga il servizio che non produce utile, e l’utile va tutto ai privati», spiega Torresin. Dello stesso avviso Daniele Fortini, presidente di Federambiente e amministratore delegato dell’Asia di Napoli, società al 100 per cento del Comune partenopeo: «Secondo un accordo del 2009 con l’allora commissario straordinario Guido Bertolaso, il termovalorizzatore di Napoli Est sarebbe dovuto nascere da una società, la Neam, costituita da noi e dalla Sapna, l’Azienda ambientale provinciale.

Poi noi avremmo messo a gara la cessione del 49 per cento delle quote della società, per cercare un partner privato. L’insediamento delle giunte di centro destra in Regione e Provincia ha cambiato le carte in tavola. Ci hanno escluso da tutto, e ora i vantaggi generati dall’impianto andranno tutti in tasca al privato», spiega Fortini. L’impianto sorgerà su un terreno di 8 ettari nella periferia est di Napoli, di proprietà della Regione. L’ente nel 2010 l’aveva ceduto al Comune, con una delibera poi revocata in fretta e in furia dalla giunta Caldoro.

 Poteri speciali

L’esclusione del Comune di Napoli, governato dal centrosinistra, è giunta ancora una volta tramite i poteri speciali. Nonostante l’emergenza monnezza sia ufficialmente finita vale ancora, nel territorio campano, lo stato d’eccezione. Col decreto 196 del 2010, infatti, il governo ha assegnato al presidente della Regione Caldoro la possibilità di nominare dei commissari straordinari per la realizzazione di impianti e discariche. Figure dotate degli stessi poteri di deroga assegnati nel 2008 al capo della Protezione civile Guido Bertolaso. A gestire la partita del termovalorizzatore partenopeo Caldoro ha chiamato il professore Alberto Carotenuto, che ha potuto modificare i termini della gara senza rendere conto a nessuno.

Inoltre i contributi Cip6 sono rimasti in vigore solo in questa martoriata Regione, grazie a un’ordinanza emergenziale del febbraio 2008. Infine l’impianto sarà inserito tra i siti d’interesse strategico nazionale (lo prevede il decreto 90 del 2008), cioè sarà escluso dalla sorveglianza di cittadini, comitati e sindaci, e monitorato dall’esercito. I cittadini napoletani sono già sul piede di guerra. E non per spostare altrove l’inceneritore. Loro, il camino, non lo vogliono proprio. Né si accontentano di una mancia da 5 euro a tonnellata di rifiuto conferita, come previsto per compensazione ambientale dal bando.

Spiega Nicola Capone, dell’Assise della città di Napoli: «Nessuna somma potrà compensare i costi di natura ambientale e sanitaria che comporta un inceneritore, un impianto industriale considerato “insalubre di classe prima” dall’Ue. Nessuno è in grado di preventivare quanto costerà la bonifica delle aree colpite da polveri sottili e da milioni di tonnellate di ceneri residuali dal processo di combustione. Nessuno può prevedere i danni sanitari. Numerosi studi mostrano aumenti di tumori in tutta la popolazione residente intorno agli impianti. L’unico sforzo da fare è pianificare percorsi di riduzione e riciclo totale dei materiali. Per non morire di rifiuti».

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