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CARA e CIE, il Viminale vieta l’accesso ai giornalisti

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Con una circolare del ministero dell`Interno si limita l’ingresso ad alcune ong e a parlamentari, “fino a nuova disposizione”. Il giurista Paleologo: “Illegittimo e grave. I centri di accoglienza non sono chiusi, i richiedenti asilo possono uscire e allora non si capisce perché non possono entrare i giornalisti”.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

ROMA – Giornalisti respinti dai Centri per gli immigrati ed esercizio del diritto di cronaca precluso a tempo indeterminato. Così l’emergenza immigrazione diventa anche un problema per la libertà di stampa. Con una circolare a firma del Ministro dell’Interno (prot. n. 1305 del 01.04.2011) inerente l’accesso ai Centri per immigrati, il Viminale consente, “fino a nuova disposizione”, l’ingresso alle strutture di accoglienza e a quelle di detenzione “esclusivamente” a soggetti pubblici (ad esempio organismi internazionali quali Oim, Cri, Amnesty International, Caritas) e a individui singoli come parlamentari europei, deputati e senatori della Repubblica e consiglieri regionali.

Sulla base di questa circolare interna, le prefetture ci hanno negato l’accesso ai Cara e ai Cie di Roma Ponte Galeria, di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, di Trapani e di Brindisi. “Il 13 maggio 2011 mi è stato negato l`ingresso nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, a Catania, al seguito di due parlamentari (Marilena Samperi e Giovanni Burtone, Pd) che sono entrati per visitare il Cara dove sono attualmente ospitate circa 1.800 persone sbarcate a Lampedusa dalla Libia e che hanno chiesto asilo politico al nostro paese – dice il giornalista Gabriele Del Grande, fondatore del blog Fortress Europe.

“Ricordo che per cancellare il diritto di cronaca in questo paese è bastata una circolare ministeriale, che con un solo colpo di spugna ha cancellato la possibilità di raccontare quanto accade nei centri”. Si tratta di strutture in cui vengono spese montagne di soldi pubblici. Ad esempio, al Cara di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto (Kr), che prima dell’istituzione del mega centro di Mineo era il più grande d’Europa con una capienza di quasi 1500 posti, arrivano 28,88 euro per ospite. La media è di 700 presenze, che fanno 20.216 euro al giorno, oltre sette milioni di euro l’anno.

Nessuno sa la cifra pro capite stanziata alla Croce Rossa Italiana per il centro di Mineo (Ct), su cui si sono espresse negativamente sia le associazioni umanitarie che si occupano di rifugiati, sia sindaci di comuni che ospitano i profughi con il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Somma che lievita ancora perché bisogna aggiungere il compenso per l`indennità di requisizione alla ditta Pizzarotti di Parma, proprietaria della struttura.

“Per quanto riguarda i Cara, è illegittimo vietare l’accesso ai giornalisti” commenta il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. “I centri di accoglienza non sono chiusi, i richiedenti asilo possono uscire e allora non si capisce perché non possono entrare i giornalisti – spiega – il fatto che la circolare richiami congiuntamente i centri di accoglienza e quelli di identificazione e di espulsione, conferma la trasformazione in atto delle strutture di accoglienza in centri di detenzione”.

Secondo il docente di Diritto di asilo dell’Università di Palermo “l’aspetto più grave svelato dal divieto d’accesso per la stampa è proprio questa assimilazione tra Cara e Cie, che al contrario sono strutture giuridicamente diverse”. Nei Cara infatti sono ospitati i richiedenti asilo in attesa che la commissione territoriale competente esamini la loro domanda di protezione internazionale. Nei Cie vengono reclusi fino a sei mesi i migranti che non hanno ottemperato al decreto di espulsione dall’Italia, in attesa di essere identificati e rimpatriati.

“Come si faceva dal 1998 al 2008 occorre creare regione per regione dei gruppi di monitoraggio composti da parlamentari anche regioali in collegamento con avvocati e giornalisti – sostiene Paleologo – L’invito che si rivolge a quella politica che ancora dice di interessarsi di diritti umani è di mettersi in collegamento con la società civile per fare uscire dai centri le storie di soprusi, come è successo da ultimo nel Cie temporaneo di Santa Maria Capua Vetere, dove alcune convalide di trattenimento sono diventate oggetto di denuncia penale solo perché alcune associazioni sono potute entrare in contatto con i migranti. Laddove ciò non è possibile, non si può intervenire”.

All’interno dei centri per migranti è comunque concesso l’accesso ad alcune associazioni umanitarie che cooperano con il ministero dell’Interno, tra cui l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Tuttavia questo non assicura il rispetto dei diritti umani, secondo Paleologo. “Le associazioni incaricate soprattutto in regioni come Puglia, Basilicata, Calabria e Campania non possono garantire il monitoraggio continuo, unica garanzia per evitare che sugli abusi possa calare l’impunità più totale” sottolinea il giurista. Paleologo ricorda infine un decreto del ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha trasformato alcuni centri di accoglienza e tendopoli in Cie fino al 31 dicembre.

Si tratta di Trapani Kinisia, Palazzo San Gervasio (Pz) e Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Il regime dei Cara si connota sempre più per l’applicazione di detenzione amministrativa – afferma il giurista dell’Asgi – come dimostra l’utilizzo di un Cara come Salina Grande a Trapani in alcune sue parti, quali la palestra, come centro di detenzione per i migranti tunisini in attesa del rimpatrio”.

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