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“Perché il permesso solo ai tunisini? Noi aspettiamo da anni”

Protestano contro il governo Berlusconi. “Come pensate che viviamo senza documenti?” chiedono al Viminale. Tra le tante storie, quella di Ibrahim, pittore senegalese che raccoglie arance a Rosarno. O quella di Mamadou, che si è ferito alle gambe perché il padrone lo ha obbligato a fuggire dai controlli. Ecco come si vive senza il permesso di soggiorno nelle campagne del Meridione. Ecco chi sono quelli che chiamate clandestini.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

Roma – Hanno portato nel cuore della capitale le loro mani rugose, rovinate dal duro lavoro nei campi. Sono arrivati a pochi passi dal Viminale e mostrano le gambe ferite durante le fughe dai controlli degli ispettori del lavoro nelle aziende agricole che li impiegano in  nero. Sono la manovalanza umiliata e schiavizzata delle campagne del made in Italy enogastronomico e sono giunti da tutto il meridione fino a piazza esquilino per ricordarlo al governo Berlusconi. Le loro storie si accalcano nel sit in come i loro volti, non più invisibili. Hanno un passato e sogni per il futuro. Vivono in Europa senza documenti, hanno rabbia e chiedono il rispetto dei loro diritti con grande dignità.

“Non vogliamo vivere nelle case abbandonate – protestano – senza il permesso di soggiorno non possiamo affittare casa, avere un contratto in regola, siamo vittime della politica del governo italiano”. E dopo il riconoscimento del permesso temporaneo per motivi umanitari ai ventimila tunisini sbarcati nei mesi scorsi, gli africani di pelle nera si sentono presi in giro una volta di più. “Perché i tunisini appena arrivano hanno il permesso e noi siamo qui senza documenti anche dal 2000? – chiede Sayon della Costa D’Avorio – date la possibilità di soggiorno solo ai bianchi, non ai neri, questa è la verità, l’Italia è razzista. Siamo la vostra immondizia!”.

Ibrahim è un vero africano di Rosarno. Dell’Italia conosce solo la cittadina calabrese. Ci è arrivato a febbraio del 2008 subito dopo lo sbarco a Siracusa dalla Libia. Un viaggio di tre giorni in mare costato 1200 euro. Nessuno li ha visti e così Ibrahim è uno dei pochi a non essere passato per un campo di accoglienza. “Era molto freddo, non avevo conoscenti e mi hanno detto che a Rosarno si poteva lavorare – racconta – ho vissuto in una casa a Nicotera con 30 persone. Durante la rivolta il mio amico Osman è stato ferito, gli hanno sparato. Ora vivo nel centro abitato di Rosarno. Siamo in 5 e paghiamo un affitto di 400 euro al mese in 5 persone, 80 euro a testa, escluse le spese”.

Per lui qualcosa è cambiato in positivo con la rivolta. “Il mio vecchio datore di lavoro, che prima mi teneva nei campi in nero, questa volta mi ha fatto un contratto di 40 giorni per raccogliere arance e mandarini, è la prima volta”. Ibrahim è “un pittore con la zappa”. E’ nato a Dakar 35 anni fa. In senegal dipingeva, anche con la sabbia. A Rosarno ha rinunciato. Non solo perché non ha i materiali, ma soprattutto perché, spiega, “per dipingere bisogna avere la testa tranquilla”. Il sogno è di ricominciare. Ma servono una casa vera, un lavoro e un po’ di soldi per iniziare.

“Il governo italiano ci deve dare la possibilità di prendere un contratto di lavoro e di affittare una casa”, dice Koudous del Burkina Faso, stabilitosi a Rizziconi nella Piana di Gioia Tauro, dopo aver girovagato tra Casal di Principe e Foggia. “Il governo, Berlusconi, come pensa che viviamo noi senza permesso di soggiorno? Dove pensa che dormiamo? Io non posso lavorare senza documenti – continua – Non sono stati gli stragisti condannati per Castel Volturno ad avere fatto male agli africani, è stato il governo. A Rosarno è il governo che ha messo fuoco alle nostre case con la benzina, è colpa sua”. Mamadou e Omar, ivoriani, spiegano che la maggior parte dei 400 migranti in piazza ha chiesto protezione internazionale e le loro domande sono state diniegate dalle commissioni territoriali per l’asilo. Si  lamentano soprattutto di quelle di Bari, Foggia e Crotone.  “Sono razzisti, a noi neri non danno il permesso per motivi umanitari, a Foggia neanche sugli autobus possiamo salire in pace, la gente ci vede di colore e si allontana. E’ una forma di esclusione”. Mamadou alcuni giorni fa stava piantando i pomodori nel foggiano per 2 euro e 50 centesimi l’ora. Solleva i jeans e fa vedere la gamba destra con delle escoriazioni.

“Mi sono fatto male perché sono arrivati i controlli e il datore di lavoro mi ha obbligato a scappare – racconta – sono inciampato su una macchina e mi sono ferito. Anche sulla paga non c’è certezza quando non hai i documenti, ti ricattano come vogliono”. O non ti pagano. Mourtala è un togolese che ha lavorato per sei mesi in una fabbrica di mozzarelle a Foggia, con orario notturno da mezzanotte all’alba, per 30 euro a giornata. “Per i primi tre mesi il proprietario mi ha pagato quando ha voluto, mi faceva l’elemosina. Poi per gli ultimi tre non mi ha dato un soldo” denuncia. Omar lavorava come muratore sempre in Puglia, per 5 euro al giorno con orario 8 – 13. “Abbiamo il foglio di via – dice – ok, sono d’accordo. Me ne vado in Svizzera, qualcun altro è stato in Germania. Ma poi lì vedono che veniamo dall’Italia e ci rimandano indietro”.

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