La sicurezza dei nostri luoghi contro la speculazione del Ponte. Ha più senso continuare a buttare soldi per un’opera devastante o ha più senso mettere al sicuro i nostri luoghi, le nostre abitazioni, le nostre scuole? E con un saldo occupazionale certamente favorevole nella seconda opzione.

     

Scritto da Luigi Sturniolo

Non c’è alcun dubbio ormai che i lavori di messa in sicurezza dei paesi colpiti dalle frane il primo ottobre 2009 sono a rischio per carenza di finanziamento. Stessa sorte tocca agli interventi necessari nelle località interessate dall’alluvione del primo marzo 2011. In una città e in una provincia che hanno bisogno di un generale ripensamento del modello sviluppo, tocca far fronte alle urgenze. E le urgenze parlano del rischio di tutti. Ce lo dice quanto accaduto negli ultimi anni (a questo andrebbe aggiunto il grido d’allarme lanciato da più parti per quanto riguarda il rischio sismico per il nostro territorio). I cinque milioni stanziati dal Governo attraverso il “milleproroghe” gridano  vendetta. I sette milioni a disposizione del Comune sono bazzecole rispetto al necessario.

Il 14 maggio il movimento No Ponte sarà nuovamente in piazza per chiedere con determinazione che i soldi destinate al Ponte sullo Stretto siano utilizzati per infrastrutture prossime ai cittadini. In primo luogo si chiederà che quelle risorse (interamente pubbliche) servano a mettere in sicurezza i cittadini dal rischio sismico e idrogeologico.

L’idea della grande opera che riscatta un territorio della sua marginalità è costantemente reiterata per mascherare l’assoluta assenza di utilità dell’infrastruttura stessa, tacendo sulle incognite (tante) dal punto di vista ingegneristico e sul saldo negativo di qualsiasi valutazione costi/benefici dal punto di vista della collettività. In realtà, il progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto è operazione ideologica che nasconde interessi privati. Gli interessi privati sono riferibili a chi ha fruito delle centinaia di milioni di euro finora spesi senza che la collettività abbia avuto alcun vantaggio (da questo punto di vista il continuo allungamento dei tempi dell’iter è funzionale a mantenere aperto il canale di spesa). Gli interessi privati riguardano chi costruisce consenso e cooptazione attraverso la politica degli annunci.

Solo nell’ultimo anno sono stati spesi 110 milioni di euro per sondaggi geognostici e, quindi, progetto definitivo. Ritorno per il territorio uguale a zero (si pensi che solo cinque sui 125 addetti alle trivellazioni erano messinesi). La stessa cifra sarebbe stata sufficiente a pagare gli attuali cantieri gestiti dal Genio Civile, quelli previsti per le emergenze provocate dalle piogge del primo marzo e si sarebbe potuto iniziare un lavoro di messa in sicurezza degli edifici scolastici (messi sotto accusa in più di un’occasione negli ultimi tempi).

La domanda che dobbiamo porci, quindi, è molto semplice: “Ha più senso continuare a buttare soldi per un’opera devastante che probabilmente non vedrà mai la luce o ha più senso mettere al sicuro i nostri luoghi, le nostre abitazioni, le nostre scuole?” (Con un saldo occupazionale certamente favorevole nella seconda opzione, visto che i lavori del Ponte sono nettamente a più basso contenuto di lavoro vivo).

Uno striscione esposto nel corso dell’ultima manifestazione svoltasi a Giampilieri recitava: “Si sblocchino i Fondi Fas”. Ecco, i soldi promessi per l’avvio dei cantieri del Ponte vengono proprio da lì. Non c’è nient’altro, al momento. Alla faccia di chi dice che i due canali di finanziamento sono assolutamente diversi. La verità è  che si tratta di scelte politiche. Per questo è necessario che i cittadini si facciano sentire, per questo è necessario che i cittadini si difendano, per questo è necessario essere in tanti il 14 maggio in piazza.

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