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Il mitra di Lombardo. Di cosa devono avere paura i siciliani

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Secondo il presidente siciliano occorre “armarsi di mitra” contro i migranti di Mineo che “scorazzano per le campagne” o dormono nei casolari abbandonati. Un’imitazione di Bossi particolarmente grottesca in Sicilia, dove la sicurezza è da sempre messa a rischio dalla mafia, non certo dai braccianti stranieri che sostengono l’agricoltura. E sui rapporti con Cosa Nostra, i fratelli Lombardo devono ancora chiarire due o tre cose importanti…

     

Scritto da Giovanni Tizian

CATANIA – La DDA etnea ha avviato da tempo un’indagine su presunti rapporti del Presidente della Regione Sicilia con boss di Cosa nostra. Nessuna conclusione, nessuna condanna, ma elementi sufficienti per un giudizio politico sulla strategia “lombardiana”. Nella giunta Lombardo è presente un magistrato antimafia e la figlia del giudice Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia negli anni ’80. Il PD sostiene e difende Lombardo dalle ipotesi investigative dei magistrati etnei.  Allontanato, per almeno sette anni, lo spettro di Totò Cuffaro, il nuovo governatore aveva avviato un “nuovo corso” della politica siciliana.

O almeno così sembrava, con l’inserimento in giunta di due autorevoli magistrati: Massimo Russo, al quale era stata data l’incombenza di rappresentare la sanità siciliana e Giovanni Ilarda, ex assessore alla presidenza, entrambi sostituti procuratori in servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo e componenti della locale Direzione Distrettuale Antimafia. Ilarda è rimasto nella Giunta soltanto un anno. Si è dimesso prima della notizia dell’indagine su Lombardo. In un’intervista al mensile “S” dell’aprile 2010, aveva affermato di essersi dimesso per ragioni politiche, ma ha confessato che se fosse stato nella giunta di un Presidente indagato “si sarebbe trovato in grosso imbarazzo”.

Questione d’immagine

“Allo scopo di asseverare, con tale decisione, la scelta programmatica di contrastare il malaffare di qualunque natura e in qualunque modo operante negli organismi politico-amministrativi della Sicilia e, al contempo, di presentarsi all`opinione pubblica come soggetto politico che, godendo della fiducia di due autorevoli e noti magistrati siciliani i quali avevano accettato di far parte della sua giunta di governo, non era per ciò stesso sospettabile di contiguità alcuna con soggetti o settori del crimine organizzato”. A scriverlo sono i magistrati della DDA di Catania, che sui fratelli Lombardo, Raffaele e Angelo – deputato della Repubblica-, stanno indagando su presunti rapporti con alcuni boss di Cosa nostra. Raffaele Lombardo nella sua giunta multicolore non ha chiamato soltanto magistrati antimafia. Assessore regionale per le Autonomie locali e la Funzione pubblica era Caterina Chinnici, ex magistrato e  figlia del giudice Rocco Chinnici ammazzato da cosa nostra negli anni ’80. E mentre l’ex governatore siciliano si costituisce a Rebibbia – nella storia della Sicilia è il primo presidente di Regione a essere condannato per rapporti con la mafia -, Lombardo è indagato.

L’antimafia di Lombardo vista dai boss

“Ma che spacchio (intercalare dialettale, ndr) gli ha messo a due della DDA nella Giunta Regionale?”. E’ preoccupato Vincenzo Aiello, ritenuto dai magistrati il referente di Cosa Nostra catanese. Di fronte all’ansia di Aiello che teme i magistrati della giunta Lombardo, Giovanni Barbagallo, geologo, militante Mpa, mai condannato nel procedimento, gli fa notare di averli inseriti per avere la copertura della magistratura, quantomeno a livello d’immagine, “sta cercando di fare le coperture”, e che non poteva fare diversamente, perché seguiva in tutto e per tutto i suggerimenti antimafia di Antonio Fiumefreddo, avvocato penalista catanese nominato da Lombardo alla Presidenza del Teatro Massimo “Bellini” di Catania.

Barbagallo precisa ad Aiello: “Sotto ricatto siamo, l`hai capito? Si è messo nelle mani di quel pezzo di merda di Antonio Fiumefreddo”. E sempre il boss Aiello, rappresentante della cosca Ercolano-Santapaola di Catania, in un’altra conversazione intercettata esplicita la sua posizione in merito alla mossa di Lombardo: “Raffaele Lombardo… nella giunta di Governo gli ha messo due della DDA di Palermo… al Governo regionale, per pararsi il culo…”. Ne è convito il boss, finito in carcere a novembre scorso in seguito all’operazione Iblis – 60 arresti – che ha ufficializzato l’indagine a carico dei fratelli Lombardo.

I dubbi di Aiello non trovano pace. Quei due magistrati in Regione non li digerisce. E riferendosi al governatore sentenzia: “Questo è un cornuto che non ce n`è! Minchia, come gli ha messo due della DDA nella Giunta regionale?! E la prima cosa già gli ha fatto l`avviso di garanzia al suo…come si chiama… lì… Raffaele con Occhipinti”. Aggiungendo che il motivo dell’indagine su Occhipinti sarebbe da ricondurre al fatto che lo stesso Lombardo gli aveva “assegnato una cosa a una ditta riconducibile a lui, un milione e mezzo di euro…”. Aiello conclude il suo discorso con un adagio siciliano: “Si ti savvi a vipera `nta sacchetta, prima o dopu ti muzzica”. Tradotto, “se ti conservi la vipera nella tasca prima o poi ti morde”: è un chiaro riferimento alla presenza ingombrante di due magistrati antimafia nella giunta.

“Si è mangiato sette sigarette”

L’esistenza di rapporti diretti tra Rosario Di Dio – “uomo d`onore” ed esponente di primissimo piano dell`associazione criminale “Santapaola” di Catania – e Raffaele Lombardo “sono dimostrati dalle intercettazioni”, scrivono i pm di Catania nella richiesta di misure cautelari in carcere per 77 persone. Il boss riferisce a un suo sodale che Lombardo tempo addietro si sarebbe recato da Di Dio. Era notte fonda: “Da me – spiega Di Dio – all`una e mezza di notte è venuto, ed è stato due ore e mezza qua da me. Dall`una e mezza alle quattro di mattina…. Si è mangiato sette sigarette”. E aggiungeva che Lombardo gli aveva fatto pervenire attraverso il proprio massaro “tre buste piene di fac simile”, invitandolo a impegnarsi nella campagna elettorale.

Di Dio, stanco delle richieste di Raffaele Lombardo gli avrebbe risposto di non inviargli altro materiale. E, si legge nella richiesta, “esortava l`uomo politico a retribuire il ‘massaro’ latore dei fac-simile”. “Pensa a dargli lo stipendio a questo povero sventurato, che ha due anni che non glielo dai”,- spiegando all’interlocutore che si trattava di una persona che, pur essendo da due anni alle dipendenze del Lombardo accettava di lavorare senza percepire retribuzione alcuna in quanto l`uomo politico gli aveva promesso che avrebbe trovato una sistemazione per il figlio.

“Gli deve sistemare il figlio”, così come in precedenza aveva promesso di sistemare un altro figlio del ‘massaro. Secondo Di Dio, Lombardo “gli ha fatto assumere l’altro figlio per tre mesi all’aeroporto, e poi glielo ha fatto licenziare “comportamento, questo, che veniva icasticamente qualificato come abilmente `profittatorio’. “…E lui fa così! Sei mesi… tre mesi… li tiene sotto scopa!”. E conclude: “Presidente della gran coppola di minchia! Che sei Presidente? Non si nuddu ammiscatu cu nenti”.

Le amicizie

L’organizzazione mafiosa deve potere contare su amicizie sia in Regione che a Roma. Ne sono convinti Vincenzo Aiello e Giovanni Barbagallo. Di questo parlano il 20 aprile 2008. Nove giorni più tardi Angelo Lombardo è stato proclamato deputato della Repubblica, preferendo questo incarico a quello di deputato regionale. Potrebbe anche essere una coincidenza, ma qualche giorno dopo l’elezione in Parlamento, Giovanni Barbagallo, secondo le indagini in stretto contatto con il boss Aiello, organizza una “riunione conviviale” – così la chiamano i magistrati – alla presenza dell’onorevole Lombardo. I Ros sono appostati e vedono entrare diverse macchine nella tenuta rurale di Barbagallo, tra queste l’Audi Q7 di Angelo Lombardo.

Di quel pranzo conviviale i magistrati annotano che “può ragionevolmente concludersi che il 4 maggio 2008 si è tenuta a casa del Barbagallo una riunione “che appare significativa della compenetrazione tra esponenti del crimine organizzato, amministratori della cosa pubblica, politici e imprenditori”.

 

Un quadro desolante

L’incontro tra Di Dio e i fratelli Lombardo, i magistrati lo collocano invece a ridosso delle elezioni europee del 2004. In quel periodo Raffaele Lombardo era europarlamentare uscente e Presidente della Provincia di Catania in carica. “Che l`incontro si sia svolto dall`una e mezza alle quattro di notte, dunque, può spiegarsi soltanto con la consapevolezza che i fratelli Lombardo avevano di recarsi a casa di un mafioso, amico sì, ma pur sempre mafioso”, scrivono i pm che indagano sul Governatore siciliano e sul fratello deputato nazionale. Da quel presunto patto, Di Dio, da quanto emerge dalle intercettazioni, prenderà le distanze dalla politica di Lombardo. Puntando tutto su un altro politico dell’Assemblea regionale siciliana.

Ma non aleggia soltanto lo spettro di Rosario Di Dio sul successo elettorale lombardiano. Dagli atti della DDA etnea emergono i rapporti mediati da Giovanni Barbagallo, geologo e militante Mpa, tra gli interessi del boss Aiello e i fratelli Lombardo. Di Barbagallo i pm nella richiesta scrivono che “costituisce il collaudato e stabile canale di comunicazione tra l’organizzazione criminale in esame, della quale egli stesso è partecipe, e i fratelli Raffaele e Angelo Lombardo, una sorta di tramite operativo attraverso il quale vengono sottoposte, ai ridetti uomini politici le richieste volte ad assicurare all`organizzazione criminale il controllo territoriale del settore delle opere pubbliche e con esso l`acquisizione di rilevantissimi profitti illecito”.

I fratelli Lombardo, dalle indagini fin qui svolte e non ancora concluse dai magistrati della Dda di Catania, sono presenti nei racconti dei boss che parlano di loro con altri boss e nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I contatti “anomali”, evidenziati dai pm, che riguardano Raffaele Lombardo arrivano fino ad Enna. Nel maggio 2003 Lombardo, allora era Presidente della Provincia di Catania, chiama Bonfirraro, ritenuto organico alla cosca di Enna guidata da Raffale Bevilacqua. “Con toni aspri e talora sprezzanti”, scrivono i magistrati, contestava a Bonfirraro di non avere rispettato l’impegno assunto: “Ti eri impegnato con me di votare Bonincontro”. “E’ un quadro desolante” scrivono i magistrati, “nel quale peculiare rilievo assumono i rapporti che Raffaele Lombardo ha intrattenuto con un soggetto come Bevilacqua inserito nel gotha della mafia nissena”.

Dalle relazioni pericolose intrattenute con mafiosi, ipotizzate dai magistrati, a importanti nomine che portano il marchio della lotta alla mafia. Sono le due facce del potere in Sicilia. E il PD sta con Lombardo, nella sua Giunta. “La nostra posizione è  molto chiara: noi in Sicilia, a partire dalle prossime elezioni amministrative non intendiamo fare nessuna alleanza con il Partito democratico, se questo continua a sostenere il Governo Lombardo”. Sono le parole di Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell’Italia dei valori.

 

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