Le comunità locali sono ormai costrette a prostituire il proprio territorio per ottenere risorse ordinarie. La società Stretto di Messina ha appena proposto di sistemare una strada e offrire qualche borsa di studio per compensare il territorio messinese dei disastri del Ponte. I piccoli comuni che ospiteranno le megadiscariche dei cantieri avranno un svincolo autostradale.

     

Scritto da Luigi Sturniolo

La parola che ritorna di più di questi tempi nei discorsi e nei documenti riguardanti la costruzione del Ponte sullo Stretto è “compensazione”. La città di Messina avrà, in cambio della devastazione cui andrebbe incontro in caso di avvio dei cantieri, opere compensative come “l’adeguamento e riqualificazione della Panoramica dello Stretto” o “la rinaturalizzazione e ripascimento dei litorali”; i comuni di Valdina, Torregrotta e Venetico, invece, si beccheranno i materiali di risulta dei cantieri del Ponte in cambio dello svincolo di Monforte (che inizialmente servirà proprio a conferire in discarica); l’Università di Messina consegna l’incubatore d’impresa in cambio di qualche borsa di studio.

La politica della compensazione è una vera e propria politica della miseria. Riflette il grado di povertà finanziaria cui sono sottoposte le comunità locali, costrette a prostituire il proprio habitat pur di ricevere in cambio le risorse necessarie per quelle opere, utili ai cittadini, che non potrebbero ormai più realizzare con risorse ordinarie. La politica della compensazione è una vera e propria politica della miseria delle rappresentanze politiche locali che, terminali di quelle filiere gerarchiche che traducono la crisi in depauperamento dei cittadini e mantenimento del differenziale a vantaggio delle élite, fanno raccolta di consenso provando a partecipare alla tavola imbandita degli appalti pubblici ricavandone le briciole per il territorio.

“Difenderemo il nostro territorio” ha dichiarato ripetutamente il sindaco di Messina Peppino Buzzanca. Sarebbe atrocemente facile accennare un sorriso amaro come a dire “come lo difende dal dissesto idrogeologico, come lo difende dal rischio sismico”. La verità è che non può difenderlo. Il territorio della crisi è il territorio delle grandi opere, dei disastri, dei grandi eventi e si sovrappone, storicamente, al territorio delle speculazioni edilizie, della cementificazione. Si tratta di un modello adeguato al foraggiamento di pochi grandi contractor e non prevede cura dell’abitare, dell’ambiente, sicurezza.

Non le prevede perché è basato sull’esatto inverso: il disastro, l’emergenza, la concentrazione delle risorse scarse. Il sindaco Buzzanca è espressione politica, seppur locale e assolutamente periferica, di questo modello. Non può, quindi, essere la cura perché fa parte della causa.

E’ questo modello che produce la politica della miseria. Non potendo garantire protezione dal rischio, qualità del vivere, cura dell’ambiente viene offerto un miserabile risarcimento del danno. Viene comprato in questo modo il consenso dei cittadini nei confronti di una pratica spartitoria che vede consegnare nelle mani di pochi le risorse destinate alle opere pubbliche. Allo stesso modo vengono scambiati piccoli pezzetti di welfare (si pensi all’esclusione dal pagamento dei ticket sanitari per gli abitanti dei paesi colpiti dalle alluvioni o ai miseri rimborsi per gli affitti destinati agli sfollati) con l’assenza di veri interventi di messa in sicurezza dei territori.

Ribaltare questi meccanismi è cosa molto complessa. Sono del tutto spuntate le armi dell’ambientalismo classico perché avendo come riferimento centrale la difesa dell’habitat esso non riesce a tenere conto degli interessi materiali in campo. I meccanismi che regolano le attuali politiche di gestione del territorio sono, infatti, cooptativi, compromissori, corruttivi. Possono essere contrastati solo se si riescono ad avviare percorsi capaci di aggregare larghi strati di popolazione intorno ad obiettivi credibili e che apportino vantaggi, basati cioè sulla conquista di interessi materiali.

Ci vuole una nuova alleanza tra luoghi e diritti, tra ambiente e reddito. Per questo la lotta per la riconversione delle risorse destinate alle grandi opere devastanti come il Ponte sullo Stretto sono importanti. Perché possono essere paradigmatiche. Perché possono essere esperienze pilota.

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