Cosa si può fare a Milano senza il permesso della ‘ndrangheta? Da escludere: vendere la porchetta nei chioschi, parcheggiare di fronte alla discoteca, gestire un cantiere edile, spacciare in piazza, consegnare un pacco, divertirsi in un locale, possedere un negozio nella stazione della metro. Eppure la Lega fa finta di niente e continua a gridare: “Padroni a casa nostra”. Per quanto crederemo ancora che il problema sono i migranti?

     

Scritto da Antonello Mangano

Le discoteche dei vip, i pacchi postali, i parcheggi, le piazze di spaccio, gli ospedali, i cantieri, i negozi dentro le stazioni della metro. Persino i chioschi che vendono la porchetta. Qualche giorno fa la Direzione Nazionale Antimafia aveva denunciato la ‘colonizzazione’ mafiosa del Nord, subito dopo è arrivata l’operazione “Redux-Caposaldo” che ha reso il concetto molto concreto.

Se era noto il controllo di alcuni settori (i cantieri edili) o di particolare zone (il mercato ortofrutticolo), il quadro fornito adesso racconta una Milano letteralmente colonizzata in ogni settore. I magistrati parlano di “preoccupante livello di accettazione sociale” delle imprese mafiose, ormai divenute “potenti e prestigiose”. Assessori e consiglieri regionali non hanno problemi a frequentare gli emissari dei boss, così come i personaggi del mondo dello spettacolo. La sanità è dominata dagli ‘ndranghetisti.

Oltre alla diffusissima “infiltrazione” nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, abbiamo la gestione della security in molti notissimi locali notturni; l’estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, il pizzo imposto ai chioschi dei “porchettari”, il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, la gestione di cooperative appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt (una parte lesa piuttosto silenziosa, ma secondo i magistrati costretta a “subire l`aggressione” dei boss) e perfino una “tassa” imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città. Milano modello Scampia.

Nonostante tutto rimane il luogo comune del buon rapporto tra Lega e territorio. I leghisti sono razzisti, è vero, però si preoccupano di casa propria. E’ assolutamente falso. La Lega in Lombardia è ormai da anni un partito di governo e non più di lotta. Ha letteralmente consegnato intere zone alla criminalità organizzata italiana, concentrando l’attenzione su elementi del tutto futili (le panchine occupate dagli stranieri, il cibo etnico, i parchi in cui si gioca a cricket, i bonus bebé, gli infermieri napoletani, gli insegnanti siciliani) e respingendo con forza l’idea della presenza mafiosa nella cosiddetta Padania. Le polemiche tra Maroni e Saviano sull’argomento sono l’esempio più celebre, ma non certo l’unico.

Le istituzioni a maggioranza leghista hanno quindi respinto l’allarme e rilanciato lo slogan “Padroni a casa nostra”, rivolto contro i migranti e che oggi suona grottesco, ridicolo, nel momento in cui persino i proprietari dei chioschi pagano il pizzo a testa bassa e in silenzio. Il modello proposto con l’Expo, come denunciato da tempo, significa la devastazione del territorio e una imperdibile occasione per le ‘ndrine padrone del ciclo del cemento. Del resto, Milano non è innocente. Già negli anni ’70 e `80 ha costruito il proprio modello di sviluppo sul connubio tra ‘narcocapitali’ palermitani e speculazione edilizia meneghina. La parabola di Berlusconi e il ruolo di Dell’Utri rappresentano bene il blocco sociale che nel corso degli anni è arrivato al governo del Paese, lasciandosi alle spalle una lunga scia di sangue e una “capitale morale” devastata dalla speculazione edilizia.

Spostandoci in Liguria, qualche giorno fa è stato sciolto il comune di Bordighera, provincia di Imperia, pochi chilometri dalla Francia. Anche in questo caso la pesante influenza della ‘ndrangheta. Nel 1995, per motivi simili, fu sciolto il comune di Bardonecchia, in Piemonte. Era il primo caso del genere al Nord e tutti parlarono di episodio isolato. Invece oggi l’espansione di camorra e ‘ndrangheta è imponente, oltre che nelle regioni citate, anche in Valle d’Aosta ed Emilia Romagna. Il Veneto è indicato nei rapporti ufficiali come la prossima terra di conquista.

Al Sud esistono anche le cosiddette “aree non tradizionali”, cioè di recente presenza mafiosa. Quasi mai autoctona ma importata dalle zone vicine e caratterizzata da tre fasi. La prima è quella del riciclaggio. Molti pensano che la “Padania” si trovi ancora in questa fase. La seconda è quella del controllo del territorio o della colonizzazione (ingresso negli appalti, controllo dei flussi di voti, dominio su sanità, edilizia, locali, trasporti e ovviamente narcotraffico e spaccio). La terza fase, la prossima, è invece quella dell’anomia. Lo scontro tra clan. Gli omicidi in strada. Il terrore e il silenzio. Il processo potrà essere ancora fermato, magari importando al Nord la cultura e le pratiche dell’antimafia che nel Mezzogiorno sono molto più radicate. Ricordando  che al momento l’Italia è unita dalle mafie, ma nulla impedisce che sia invece la lotta ai clan a saldare lo spirito del paese.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.