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Migranti sfruttati in agricoltura. Cosa succede al Nord?

Antonello Mangano
  Da Rosarno alla Campania, dai campi di pomodori pugliesi alla vendemmia siciliana sono ormai note le drammatiche condizioni dei braccianti che lavorano nelle campagne del Meridione. Qui le raccolte diventano, di stagione in stagione, una vera emergenza umanitaria. Ma cosa succede al Nord? Non arriva alle drammatiche situazioni del Sud, ma anche in “Padania” i migranti sono sfruttati. In Veneto, però, hanno iniziato a ribellarsi.
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La campagna “Stop Caporalato”, lanciata a fine gennaio, propone che l’intermediazione tra lavoratori e padroni, specie in agricoltura ed edilizia, diventi “un reato di violenza contro le persone”. E’ una proposta della Cgil. Il rapporto del sindacato non si riferisce solo alle campagne meridionali, ma cita anche “le aziende della macellazione del modenese, i campi di meloni nel mantovano, le aziende cooperative di Cesena, i meleti in Trentino”.

In un articolo pubblicato da Repubblica.it, Raffaella Cosentino racconta dei profughi somali di Torino. “Si trova lavoro solo come bracciante agricolo  –  racconta A., in Italia da quasi tre anni  –  a settembre e ottobre a Cuneo raccogliamo pesche, pere e mele, ci pagano 5 euro e 50 l’ora e stiamo nei campi 10 ore al giorno, ma solo 2 o 3 ore vengono retribuite con i voucher dell’Inps, il resto è in nero”. Così il datore di lavoro si ripara dai controlli e non paga i contributi. La peculiarità della “Padania” sembra appunto l’ipocrisia. Lo sfruttamento si maschera con i voucher, il caporalato con l’esternalizzazione alle cooperative.

Il 27 gennaio Melting Pot ha raccontato la protesta di 14 giovani donne – marocchine, ghanesi, ivoriane – determinate a reagire ai soprusi, alle intimidazioni quotidiane e alle paghe basse. Ma non in Calabria, bensì a Cologna Veneta, in provincia di Verona, tutte dipendenti di una importante azienda agricola della zona.

Sono impiegate nella lavorazione delle verdure da rivendere ai supermercati: lavate, pulite, impacchettate. Un impiego da 15 e più ore al giorno, ritmi intensi anche per le donne in gravidanza, un contratto a tempo determinato anche in presenza di più di 180 giornate lavorate l’anno. Ambienti non riscaldati, grandi vasche d’acqua fredda in cui lavare gli ortaggi. Paghe da 5 l’euro l’ora (per la legge sono 6,80), violazioni su straordinari, festivi e contributi.

Lo scorso novembre chiedono che vengano pagati tre mesi di stipendio arretrati. Il padrone risponde da padrone. “Se non vi piace, quella è la porta”. Le lavoratrici si ribellano, col sostegno del sindacato USB, e bloccano l’azienda. Sono poche, straniere e donne. In breve hanno tutti contro. “Più volte con auto e trattori cercano di forzare il blocco e alla fine un grosso Suv investe una di loro”.  Denunciano l’accaduto ai Carabinieri, alla Polizia Municipale, ai giornali. Partono le trattative. Il padrone non cede. E allora blocchi ai cancelli a Natale e a fine gennaio. Arriva il cedimento sui contratti a tempo indeterminato, sugli arretrati e sui contributi non versati. Spiega Ibtissam: “Quando sono andata all’Inps e ho verificato che non mi pagano i contributi, mi sono vergognata di me stessa”. Le sue compagne si chiamano Saida, Rachida, Bahija, Alima, Nadia, Saadia, Malika, Zanabou, Marian, Karidia, Fatou, Aminata e Saran.

 

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