Lavorano, usano internet, parlano inglese. Tra i somali di via dei Villini a Roma non c`è solo degrado. Abdul carica scatoloni a Pomezia per 20 euro al giorno. Hassan fa lo stesso lavoro, ma il padrone non lo paga da mesi. Vorrebbero andare in Svezia e in Inghilterra. Ma sono costretti a rimanere a Roma, a dormire tra i topi nel quartiere delle ambasciate.

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su il manifesto

ROMA – Hassan deve essere un tipo preciso. Mi mostra un foglio compilato con puntiglio da ragioniere. Nella prima colonna, la data. Nella seconda, la cifra pattuita. Accanto, se è stato o meno pagato: ma queste righe sono sempre vuote. Non siamo nelle campagne calabresi né tra le rotonde di Castel Volturno ma in via dei Villini 9. E’ una zona esclusiva di Roma: residenze di diplomatici, un vialetto alberato e tanta quiete. Almeno fino all’ambasciata ungherese.

Proprio di fronte, 150 somali vivono accampati in condizioni estreme di degrado in quella che era la loro ambasciata in Italia. Un paradosso che dura dal 2004. Da sei anni, dovrebbero essere accolti e integrati. Le associazioni e i pochi parlamentari sensibili chiedono fondi, corsi, programmi e soldi. Tutte cose sacrosante – l’Italia con il riconoscimento dell’asilo si impegna alla protezione del rifugiato – ma qui la situazione è ancora peggiore. La questione non è solo quella di aiutare i somali a integrarsi nel nostro tessuto ma anche il contrario. Ovvero fare in modo che il nostro tessuto sia in grado di rispettare regole basilari.

Hassan prende il cellulare, preme un paio di tasti e mi indica il display. Wake-up alarm fissato sulle 4.20. “Mi alzo, faccio la barba, quindi prendo la metro e il bus Cotral. Arrivo a Pomezia. Otto ore a caricare e scaricare cartoni”. Lavora a giornata per 20 euro, quando lo chiamano, in un mese riesce a fare più o meno 15 giorni. Ma non ha ancora visto un centesimo. Da giorni telefona, sollecita, chiede quanto gli spetta. Abdul è stato più fortunato. Qualche soldo l’ha visto, anche lui carica colli nei supermercati. Mai, però, più di 20 euro al giorno.

Non si arrenderà mai. E’ sfuggito a una guerra assurda e senza fine, ha in tasca un permesso di soggiorno che non scade, codice fiscale, tessera sanitaria e carta d’indentità. Con quest’ultima si è presentato a una vicina biblioteca, ha fatto l’iscrizione e ogni mattina si collega a Internet. Si tiene informato sulla situazione del suo paese, scrive a casa, ha pure un profilo Facebook (da cui deduco che adora Britney Spears) che gli serve a non perdere i collegamenti. L’account della sua casella “hotmail” finisce con “2008”, come quella di altri suoi compagni. Gli italiani – quando aggiungono un anno al proprio indirizzo mail – scelgono quello di nascita. I somali l’anno in cui hanno messo piede a Lampedusa.

Un altro Abdul mi invita a pranzo. Salgo le scale strette e intravedo stanze dal tetto sfondato, letti accatastati, gabinetti di legno e – in basso – vecchie Mercedes con la targa del corpo diplomatico. In una stanza, mi spiegano che è difficile dormire per via dei topi. All’improvviso, di notte, escono e salgono sul letto. Hanno provato a tappare tutti i buchi, sperano che questa notte andrà meglio. Un’altra stanza conserva tende viola e un pretenzioso lampadario, ma il resto è in totale abbandono. Il salone accanto è sfondato sia nel tetto che nel pavimento. E’ pericolosissimo. L’odore delle zuppe che cuociono nelle stanze tenta di nascondere il puzzo di piscio.

Arriviamo nella camera di Abdul. I suoi compagni stanno pulendo il pavimento togliendo la polvere da una vecchissima moquette blu. Altri cucinano una zuppa con cipolla e pezzi di carne. Mangiamo tutti insieme, seduti in terra, in cerchio, intingendo il pane nel piatto comune. Mi sento tra amici, tra gente che non ha nulla ma rispetta il dovere dell’ospitalità, proprio mentre uno dei paesi dell’Occidente sviluppato li lascia in uno stabile diroccato a crepare di freddo.

 Ringrazio commosso e salgo da A. E’ giovanissimo, diciassette anni e tante cose da raccontare. Mi mostra una foto della Medina – qui sono tutti musulmani –  e un drappo dipinto da loro. Raffigura una decina di somali su una barca chiamata “Titanic” e una dichiarazione d’amore per la propria terra. “Mia madre è in Australia, ci sentiamo via Internet”, mi racconta. “Mio padre è morto, lavorava in Olanda per la Vodafone. Io per ora sto qui, ma il mio sogno è andare a Londra”. Del resto parla pefettamente l’inglese e si presenta come un vivace adolescente del mondo globale più che un povero africano sui cui imbastire commoventi discorsi natalizi.

L’obiettivo di tutti i somali è il freddo. Svizzera, Svezia, Norvegia sono i posti dove vorrebbero andare. Molti ci hanno provato e sono stati rimandati in Italia per colpa di “Dublino”, la convenzione che prevede la registrazione delle impronte per chi ottiene l’asilo. Da quel momento rimani dove sei. Chi ha ottenuto l’asilo a Bari o Crotone, non può lasciare i nostri confini.

Shukri Said, ex miss Somalia e ora attivista per i diritti umani, vuole cambiare questa convenzione internazionale con una fotografia. Quella della toilette di via dei Villini (un box all’aperto fatto di legni e cartoni),  prova inconfutabile dell’incapacità italiana di accogliere i profughi. Tutti mi confermano che negli altri paesi è diverso. In Svezia c’è lavoro e pagano. Storie come quelle di Hassan non si sono mai sentite. Un padrone italiano pensa che un africano va sfruttato fino all’estremo. Punto. Non basteranno mille corsi a cambiare questa situazione, a meno che i beneficiari non siano i datori di lavoro a cui nessuno ha mai insegnato le regole del vivere civile ma solo la legge primordiale della giungla. Il forte sfrutta il debole. E un uomo con la pelle nera non può che essere debole.

Sto per andare via quando sento qualcuno che dice “S. Angelo di Brolo”. Mi avvicino a Mohamed, che mi spiega: “Eravamo in piena emergenza Lampedusa, per cui ci hanno portato in questo piccolo paese in provincia di Messina. La gente non ci voleva. Avevano paura”.

Il tempo di ottenere i documenti e via dalle tristi montagne dei Nebrodi. Arrivano a Messina, dove scoprono che la Questura deve rilasciare un ultimo documento, una formalità burocratica.  Non sanno dove dormire, non hanno soldi e non possono certo pemettersi un albergo o il freddo della strada (siamo a gennaio del 2009). Si arrangiano nell’atrio della stazione centrale, da cui vengono cacciati in una notte da psicodramma. Ci si chiede: come farà mai una città di 260 mila abitanti a ospitare per qualche notte pochi somali che non vedono l’ora di andarsene? Alla fine alcuni di loro trovano ospitalità nel vicino campo Rom. “Come mai?”, chiedo al kossovaro presidente dell’associazione “Baktolò Drom” (“La strada della fortuna”). “Li ho visti, non sapevano dove andare e ho aperto le porte del campo. Che c’è di strano?”

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.