Lasciata all`incuria e al degrado sta crollando in mare la città greca sul litorale di Ragusa da cui passavano le merci pregiate per gli imperatori di Roma. Rischiano di sparire tesori di monete, statue e relitti affondati nei pressi della spiaggia resa celebre dal telefilm del commissario Montalbano. La denuncia del direttore del museo e della società civile.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

RAGUSA – La ricca città greca di Kamarina, riemersa dalle sabbie africane sulla spiaggia del commissario Montalbano, sta per sprofondare in mare. Lasciata all’incuria e al degrado come Pompei, vittima dell’erosione costiera amplificata dal porto di Scoglitti, una delle colonie della Magna Grecia più importanti del Mediterraneo rischia di essere distrutta per la quinta volta nella sua storia lunga quasi tremila anni. Kamarina è una colonia greca, fondata dai Siracusani, nel VII secolo a.C e cantata da Pindaro nelle sue odi per quanto era popolosa. Sorge su un promontorio sabbioso nel comune di Marina di Ragusa. Una spiaggia più famosa per le scene della fiction ispirata dai racconti di Camilleri che per questo tesoro dell’archeologia ancora poco noto.

A Kamarina, in un paesaggio nordafricano affacciato sul canale di Sicilia, terra e acqua sono uno scrigno di tesori custoditi dal parco acheologico dell’antica città e da quello sottomarino. Lungo la costa ragusana ci sono decine di relitti affondati, dalle navi greche alle galee medievali. Il mare ha resituito elmi corinzi rarissimi, un tesoro di cinquemila monete coniate da sei diversi imperatori romani, ma anche monete puniche, thermos di bronzo decorati con maschere, fiaschi di vetro di duemila anni fa, vasi intarsiati e uno dei primi lingotti d’argento del Mediterraneo.

Il relitto più bello da quarant’anni appare e scompare sott’acqua a seconda delle mareggiate. Trasportava  due colonne da 18 tonnellate, lunghe sei metri l’una, adagiate sul fondale. Colonne di marmo giallo, provenienti dalle cave della Numidia. Erano marmi pregiati, destinati a Roma e alle sue province. Pare infatti che nel I secolo a.C. il marmo africano fosse una vera moda. La casa di Augusto sul Palatino aveva colonne e capitelli di marmo giallo antico, così il Pantheon e l’arco di Costantino. Utensili, armi e suppellettili rinvenuti nei pressi della nave affondata intorno al 200 d.C. provengono da tutto il Mediterraneo e mostrano le rotte commerciali che passavano da Cartagine e attraversavano il Canale di Sicilia. Per le forti correnti che spingevano le navi verso la costa, i naufragi erano frequenti, così la nave terminò il suo viaggio sotto l’agorà di Kamarina.

Tra il promontorio di Kamarina e punta Braccetto sono state rinvenute un gran numero di lucerne in bronzo, resti di un altro naufragio. Erano un bene di lusso, destinate alle domus romane di rappresentanza di Pompei ed Ercolano. Ma anche brocche con raffigurazioni di Iside e decorazioni a fiori di loto. La costa infida della Sicilia Orientale ha conservato tutto questo, in un basso fondale sabbioso sotto dune di sabbia.

Sommerso è anche il porto di Kamarina, importantissimo sbocco commerciale, costruito dentro la foce del fiume Ippari, in un perfetto equilibrio tra acqua dolce e salata. Sul promontorio invece è visibile l’agorà, dove si svolgevano le funzioni civili e religiose. Il museo è stato ricavato da una masseria ottocentesca costruita sui resti del tempio di Athena, in parte ancora visibili. La cresta del promontorio costituiva l’asse della città, collocata tra due fiumi, l’Ippari e l’Oanis, con un abitato molto esteso di circa 200 ettari, in cui sono identificabili anche le fattorie ellenistiche. Nelle necropoli sono state ritrovate migliaia di tombe. Tutto questo fa di Kamarina un luogo unico per la storia del Mediterraneo.

“E’ allarme rosso per Kamarina, qui sta crollando tutto”. Sono parole di Giovanni Di Stefano, direttore del neonato parco archeologioco di Kamarina, nel comune di Marina di Ragusa. L’archeologo, autore di decine di studi sul sito, è di fresca nomina a capo dell’area archeologica, che da un paio di mesi è diventata ‘parco’con una legge regionale, ma non ha le risorse necessarie per intervenire sull’erosione costiera che sta portando via il promontorio dell’agorà.

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