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Bilancio della raccolta del pomodoro: niente accoglienza, ma censimenti e repressione

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Durante la raccolta del pomodoro dei mesi scorsi, gli enti locali della Basilicata non hanno messo a disposizione posti letto per i braccianti stagionali. Si sono limitati a una indagine per “conoscere il fenomeno” e a ipotizzare interventi per il 2011. La polizia ha effettuato numerosi interventi repressivi. I migranti hanno trovato rifugio solo in casolari diroccati. Sono state le prove generali di Rosarno. Ma senza il freddo dell`inverno.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

Alla fine la regione Basilicata non ha messo a disposizione gratuitamente posti letto per i braccianti stagionali stranieri impegnati nella raccolta del pomodoro. Antonio Anatrone è delegato dalla regione e commissario per la Comunità Montana dell’Alto Bradano. E lui che gestisce i fondi pubblici per l’emergenza. Con quei soldi, di cui è stata impegnata solo una parte, si è studiato il fenomeno e approntato qualche servizio di assistenza nelle campagne, come la fornitura d’acqua. Sono stati fatti gli studi sulla stagione appena trascorsa, con la raccolta del pomodoro che si chiude a metà ottobre, per realizzare interventi nel 2011. Secondo Anatrone ci si orienterà a fare in modo che siano i datori di lavoro a dover dare i posti letto e si è ipotizzato un sistema di banca dati per smistare le richieste di manodopera e l’offerta attraverso l’ufficio per l’impiego. “In linea di principio faremo di tutto per non andare verso la ghettizzazione del fenomeno, cosa che succede con un campo di accoglienza, e favoriremo la ricettività diffusa nelle aree urbanizzate e con i servizi per la permanenza sul territorio”, ci spiega il Commissario.
Praticamente l’opposto di quello che è appena accaduto, con i braccianti che hanno trovato rifugio in casolari diroccati o sotto gli ulivi, dispersi nelle campagne, a causa della scelta dell’amministrazione comunale di non aprire il vecchio campo di accoglienza di Palazzo San Gervasio (Pz), attivo da un decennio in cui sono stati spesi in totale 800 mila euro. Secondo Anatrone ci sono aspetti positivi con l’indisponibilità della struttura. “Il campo attraeva persone perché quello era un posto meno indecente dove stare, la sua chiusura ci ha fatto avere numeri più aderenti alle esigenze reali di manodopera – afferma – di spiacevole c’è il fatto che sia venuto meno un riferimento all’accoglienza seppur precario, adesso le persone sono alloggiate in vecchi casolari abbandonati di campagna”. Il commissario spiega anche cosa ha fatto la Comunità montana: “Una verifica, un censimento attraverso un Camper dei diritti con delle cooperative lucane e la cooperativa Stand Up di Roma. La prima iniziativa è conoscere il fenomeno per poi ipotizzare delle soluzioni per il 2011”.
Cosa si è scoperto con il censimento dei braccianti? “La loro identità e la qualifica – risponde Anatrone – sappiamo che sono in regola con il permesso di soggiorno, che non vengono direttamente dall’Africa ma è gente che vive in Italia tutto l’anno, vengono assistiti per il permesso di soggiorno”. E  il caporalato? “Il Camper dei diritti non può sconfiggerlo, serve una progettualità”. Oltre al racket dei caporali che sono italiani e stranieri, ciò che preoccupa maggiormente i volontari di Palazzo San Gervasio e di Venosa è l’emergenza umanitaria, dovuta alle terribili condizioni alloggiative. “Abbiamo attivato un protocollo d’intesa per la distribuzione dell’acqua con le autobotti presso i casolari attraverso l’Acquedotto Lucano – spiega Antonio Anatrone – e con l’Azienda Sanitaria del Potentino per avere un punto salute informativo a Palazzo e uno assistenziale all’ospedale di Venosa”. Per tutte queste attività, dal censimento ai servizi, sono stati impegnati circa 50 mila euro dei 70 mila a disposizione della Comunità Montana Alto Bradano. Una cifra stralciata dai 190 mila euro che la regione aveva messo a disposizione del comune di Palazzo San Gervasio per riaprire il campo d’accoglienza alle porte del paese e che l’amministrazione comunale ha preferito non usare, affermando di non poter fare fronte all’emergenza.
Il commissario Anatrone spiega che quest’anno per la crisi del settore, gli imprenditori agricoli hanno avuto difficoltà a vendere il prodotto, che è stato acquistato dalle industrie di trasformazione a 4 centesimi al chilo. I braccianti vengono pagati al ‘cassone’ che pesa tre quintali e ricevono 3-4 euro a cassone. La mancanza di lavoro avrebbe ridotto il numero delle presenze. Sulla base del censimento del Camper dei diritti, riferisce il commissario, ci sarebbero circa 400 persone in tutta l’area al confine tra Basilicata e Puglia. L’anno scorso il dato ufficiale di persone ingaggiate è stato di 800 su tutta l’area, di cui il 40% a Palazzo, secondo l’ufficio territoriale del lavoro. Ma in questo caso è guerra di cifre. Le stime, a occhio, dei volontari dell’Osservatorio Migranti Basilicata sono ben più alte, almeno un migliaio di braccianti stranieri.

“I casolari scoppiavano e c’è chi ha dormito sotto gli alberi – dice Gervasio Ungolo, coordinatore dell’Osservatorio, che si occupa del fenomeno dalla fine degli anni Novanta – alla ‘Grotta Paradiso’ c’erano 100 persone, 500 persone nei dintorni del vecchio campo, e nel confinante comune di Spinazzola, in Puglia, altre 300 accampante nelle tende accanto a un casolare”. La maggior parte sono dell’Africa subsahariana, ma anche maghrebini e bulgari. Ungolo racconta che un ghanese è rimasto ferito a causa del crollo di un muro in un casolare ed è stato accompagnato in ospedale a Potenza e poi dimesso. Che una cinquantina di stranieri erano entrati nel vecchio campo chiuso e sono stati fatti uscire dopo un’ora dalle forze dell’ordine, lasciate a presidiare il campo vuoto per impedire l’accesso alla struttura.  “Nel campo almeno c’era una comunità e un minino di socialità in cui era più facile scambiarsi le informazioni sul prezzo del cassone, ora dispersi nei casolari i migranti sono più schiavi dei caporali dai quali dipendono per lavorare, per alloggiare e per spostarsi”.

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