Pietro Mirabelli è morto il 22 settembre. Era un minatore e aveva 54 anni. I funerali si sono svolti a Pagliarelle, in provincia di Crotone. Perché Pietro, come tantissimi suoi compaesani, andava a lavorarare nei cantieri del Nord. Ha lottato per ritmi di lavoro umani, ha denunciato il paradosso dei lavoratori costretti a correre nei “cantieri lumaca”. Ma alla fine è morto mentre lavorava in una galleria ferroviaria al confine con la Svizzera.

     

Scritto da Redazione terrelibere.org

Pietro Mirabelli è morto in un infortunio sul lavoro in Svizzera, più precisamente a Sigirino (Canton Ticino), poco a nord di Lugano. Sava scavando la galleria ferroviaria del Monte Ceneri, in uno dei tanti cantieri dell’Alptransit, il potenziamento del collegamento ferroviario tra Italia e Svizzera. Il minatore è stato travolto da un masso che si è staccato durante la perforazione di una parete rocciosa ed è morto in un ospedale del Canton Ticino per le lesioni interne. I sindacati svizzeri hanno chiesto che vengano adottate con urgenza nuove misure di sicurezza per tutelare i lavoratori e migliorare l’ organizzazione dei soccorsi in caso di incidente.

Questo video è tratto da “Fratelli di Tav” di Manolo Luppichini e Claudio Metallo. Si tratta dell`intervista a Pietro Mirabelli. Terrelibere.org aveva pubblicato una sua intervista, in cui evidenziava che nei “cantieri lumaca” (quelli TAV sono partiti nel 1990) i lavoratori sono costretti a correre. A lavorare di notte, a passare sopra sulle norme di sicurezza.

“Pietro Mirabelli aveva  lavorato dal 2000 in CAVET – il consorzio del TAV – dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell’opera”, racconta Simona Baldanzi, consigliere comunale di Barberino del Mugello. “Era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola.

Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria.

Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila”.

Ma il caso di Mirabelli non è certo isolato. Questo blog offre un quadro delle morti sul lavoro in Italia e notizie aggiornate. Sono tante le vicende simili. Lavoratori italiani costretti a emigrare da una parte all`altra del Paese. A stare notte e giorno nei cantieri degli scandali e delle tangenti, per pochi soldi. A vivere nei cantieri insicuri e pericolosi in un paese che parla ogni giorno – a sproposito – di sicurezza. A sopportare pubblicità pagate con soldi pubblici (9 milioni di euro) come questa, quasi una beffa, perché spaccia la sicurezza sul lavoro come qualcosa che i lavoratori devono pretendere. Mentre per legge è un obbligo dei datori di lavoro.

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