Fin dal 2007 gli accordi tra Italia e Libia prevedono “un sistema di controllo congiunto con una catena di comando italo-libica”. Ci voleva la sparatoria contro il peschereccio di Mazara – che in passato aveva salvato centinaia di vite – per dimostrare che i militari italiani non fanno solo “formazione e manutenzione”, ma sono a bordo delle unità libiche. E sparano insieme a loro.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Pochi mesi fa scrivevamo come il 17 giugno il Parlamento Europeo, con una risoluzione, avesse raccomandato agli stati membri di non effettuare espulsioni verso la Libia, dove negli ultimi mesi erano state eseguite diverse condanne a morte, anche contro cittadini di paesi terzi. Appena qualche settimana dopo, all’inizio di luglio, il Parlamento italiano rifinanziava, tra le missioni militari di pace, anche la missione in Libia degli agenti della guardia di finanza , ufficialmente “per compiti di manutenzione” delle sei motovedette donate dall’Italia a Gheddafi per bloccare i c.d. “clandestini”, come è noto, in gran parte donne, minori e potenziali richiedenti asilo.

E aggiungevamo che questi “compiti di manutenzione” non sembravano esaurirsi nelle riparazioni dei motori in porto, “se sarà dimostrato, come risulta da diverse testimonianze, che i militari italiani sono imbarcati sui mezzi italo-libici anche durante le missioni operative”. E del resto, come prevedono gli accordi stipulati nel dicembre del 2007, “quelle missioni si svolgono nell’ambito di un sistema di controllo congiunto caratterizzato da una catena di comando italo-libica. Per questa ragione ogni intervento di blocco di migranti in acque internazionali da parte delle motovedette italo-libiche è direttamente ascrivibile alla responsabilità internazionale dello stato italiano, anche davanti alle Corti internazionali” .

Il gravissimo attacco della motovedetta italo-libica ai pescatori siciliani che lavoravano in acque internazionali e le notizie certe sulla partecipazione di sei militari della guardia di finanza, a bordo dell’unità battente bandiera libica durante questa ennesima operazione di pattugliamento congiunto, costituiscono la prova incontestabile che la presenza dei militari italiani sulle unità donate alla Libia non si limita alla formazione (che avrebbe dovuto peraltro esaurirsi nei primi sei mesi di attuazione degli accordi) e va ben oltre la manutenzione dei mezzi, sulla quale lo scorso luglio si è estorto un voto bipartisan al Parlamento nell’ambito del rifinanziamento delle “missioni di pace” all’estero. E l’operazione militare congiunta sferrata contro un peschereccio di Mazara, che in passato aveva salvato centinaia di vite, non appare certo una “missione di pace”, o forse si tratta di una pace che puzza di guerra, a chi si guadagna la vita sul mare, ma anche ai più deboli, agli esclusi, ai richiedenti protezione internazionale.

L’incidente, se di incidente si vuole parlare, non è neanche il primo, da quando Berlusconi ha concordato con Gheddafi, con il Trattato di amicizia del 2008, l’esecutività dei Protocolli sottoscritti da Amato nel 2007, fissando in diversi miliardi di dollari il prezzo della collaborazione della Libia nel respingere e detenere migliaia di migranti che avrebbero diritto, se non di entrare in Europa, di essere trattati come esseri umani e non come bestie da macello. Ma in gioco entravano anche interessi petroliferi, il finanziamento delle banche in Italia sull’orlo della crisi. E generose commesse che la Libia affidava all’Italia.

All’inizio dell’estate, alla vigilia dell’ennesima visita di Berlusconi a Tripoli, le motovedette “donate” dall’Italia a Gheddafi sequestravano tre pescherecci di Mazara del Vallo ed i loro equipaggi, conducendoli nel porto libico di Bengasi. Nella mattinata del 10 giugno l’Alibut, il Mariner 10 e il Vincenza Giacalone erano bloccati mentre insieme ad altri pescherecci (sembra sette) erano impegnati in una battuta di pesca nel Golfo della Sirte. Il sequestro avveniva a circa trenta miglia dalla costa, in una zona considerata unilateralmente dai libici di propria esclusiva competenza. Solo pochi giorni prima, nella stessa zona, le autorità maltesi ed italiane avevano consentito che i libici portassero a compimento l’ennesima “caccia” ai battelli carichi di migranti, e un gruppo di profughi eritrei, con donne e bambini a bordo,che avevano chiesto asilo e soccorso all’Italia, era stata raggiunta dai mezzi italo-libici e ricondotta nel porto di partenza.

Non si sa ancora quando i respingimenti collettivi praticati dall’Italia o affidati ai mezzi italo-libici, saranno sanzionati dalle corti internazionali o dai giudici italiani. Alcune novità sono però certe. Il Protocollo firmato a Tripoli nel 2007 prevedeva che l’Italia assumesse ulteriori iniziative a livello europeo per rinforzare i dispositivi di “guerra all’immigrazione illegale” come FRONTEX. Invece l’Europa non sosterrà politicamente ed economicamente le politiche di respingimento collettivo in acque internazionali praticate dall’Italia dopo gli accordi con la Libia. La commissaria europea Malmstrom ha dichiarato in diverse occasioni che i futuri accordi tra Unione Europea e Libia non seguiranno il modello italiano, e Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne è stata sottoposta dagli organi di governo dell’Unione Europea a controlli più severi sul rispetto dei diritti umani delle persone intercettate in mare.

Per queste ragioni l’inasprimento progressivo delle modalità di attuazione degli accordi tra Italia e Libia, anche oltre la loro portata originaria, per effetto delle intese concluse tra Maroni ed il ministro dell’interno libico, se hanno consentito alla Lega di rilanciare la campagna elettorale proprio su questi “successi storici” contro l’immigrazione irregolare, stanno isolando l’Italia nel contesto internazionale e determinano responsabilità che i giudici penali e le corti internazionali dovranno sanzionare. Chiusa a caro prezzo, soprattutto in termini di vite umane, la rotta della Libia, altre se ne stanno aprendo, con le nuove rotte dalla Turchia e da Cipro verso la Puglia e la Calabria.

Tra pochi giorni, all’inizio di ottobre, si aprirà il dibattimento dopo il rinvio a giudizio chiesto dalla procura di Siracusa che ha indagato su presunte violazioni alle norme di diritto interno in merito al respingimento di un barcone con 75 migranti che lo scorso anno, dopo essere stati intercettati, con modalità ancora non del tutto chiare, da un mezzo militare italiano sarebbero state ricondotti in un porto libico. Secondo quanto riportato dal procuratore capo di Siracusa, Ugo Rossi, al Tg1, risultano iscritti nel registro degli indagati «il comandante e tutte le persone che hanno avuto un ruolo e una responsabilità nella vicenda fino ai funzionari responsabili del ministero degli interni». I capi d’accusa sarebbero violenza privata e violazione delle norme italiane sull’immigrazione. E ad Agrigento dovrebbe essere ancora aperta una indagine per omissione di soccorso dopo l’arrivo dei naufraghi eritrei che ad agosto del 2009 avevano dichiarato di essere rimasti per giorni alla deriva, nonostante avessero lanciato diversi messaggi di soccorso. In questo caso sarebbero sotto accusa le autorità maltesi, ma numerose circostanze di quella vicenda sono ancora da chiarire, in particolare per quanto concerne il ruolo delle autorità italiane. Ad un anno di distanza dall’apertura delle indagini chiediamo di sapere se c’è stata una archiviazione o se si andrà ad un dibattimento.

La Corte di Strasburgo dovrà decidere al più presto, senza attendere anni, con la possibile scomparsa dei ricorrenti, ancora costretti alla clandestinità, sul ricorso presentato da migranti respinti il 6 e 7 maggio dalle unità italiane e riconsegnati con la violenza alla polizia di Gheddafi direttamente in un porto libico. E le responsabilità dell’Italia sono chiare anche nei respingimenti successivi, meno eclatanti e senza scomodi testimoni, affidati direttamente alle unità italo-libiche, con personale italiano a bordo, come dicevano i migranti sino a poco tempo fa e come adesso è confermato dall’attacco al peschereccio di Mazara del Vallo.

Adesso, dopo i respingimenti siamo ai colpi di mitraglia naturalmente “in aria” come sostiene il ministro Frattini. Sembra comunque accertato che sulla motovedetta italo-libica che ha aperto il fuoco contro il peschereccio di Mazara del Vallo c’erano anche sei militari italiani della Guardia di Finanza. Il fatto è stato ammesso anche dal Comando generale del Corpo, che ha corretto una precedente versione in cui si parlava solo di un ufficiale presente a bordo in qualità di osservatore. «Certamente vi era un militare della Guardia di Finanza e del personale tecnico delle Fiamme Gialle – aveva detto Frattini – come è stabilito dall’accordo originario italo-libico firmato nel 2007 dal governo Prodi e integrato da Maroni nel 2009. Ma il comando è degli ufficiali libici, i nostri uomini non hanno ovviamente preso parte all’operazione. Il comandante libico – ha aggiunto il ministro – ha ordinato di sparare in aria, poi invece è stata colpita l’imbarcazione. Chissà quante volte lo stesso copione si è ripetuto contro i barconi carichi di migranti senza che nessuno lo venisse a sapere. Chi ha dato l’ordine, e l’intera catena di comando,che hanno deciso di sparare sui pescatori di Mazara del mare non intendeva soltanto riaffermare, con l’ennesimo sequestro, una qualche sovranità su un tratto di mare particolarmente ricco di pesce, ma voleva probabilmente lanciare una intimidazione a tutti i mezzi civili che attraversano quelle acque, meglio tenersi lontani dalla zona militarizzata nella quale le operazioni di respingimento devono svolgersi senza testimoni e senza l’intervento di provvidenziali quanto coraggiosi salvatori.

Come ieri il governo italiano non poteva essere assolto per i respingimenti collettivi, oggi chi ha consentito a qualsiasi titolo che si aprisse il fuoco contro marinai dediti alla pesca va condannato perchè ha posto in essere, o ha concorso a porre in essere una attività illegale che non è prevista da alcun trattato. Aprire il fuoco su un mezzo che pesca costituisce un illecito internazionale ed un fatto penalmente rilevante sul piano del diritto interno. Non si tratta di un errore e le scuse servono solo a confondere le responsabilità.

Secondo i protocolli firmati nel 2007 con la Libia ed entrati in vigore a maggio dello scorso anno dopo il Trattato di amicizia tra i due paesi nell’agosto del 2008, “la direzione e il coordinamento delle attività addestrative ed operative di pattugliamento marittimo vengono affidati ad un Comando operativo interforze che sarà istituito presso una «idonea struttura» individuata dalla Libia. Il responsabile sarà un «qualificato rappresentante» designato dalle autorità libiche, mentre il vice comandante (con un suo staff) verrà nominato dal Governo italiano. Tra i compiti del Comando interforze quello di organizzare l’attività quotidiana di addestramento e pattugliamento; di «impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo»; di interfacciarsì con le «omologhe strutture italiane», potendo anche richiedere l’intervento o l’ausilio dei mezzi schierati a Lampedusa per le attività anti-immigrazione”. I termini dell’accordo, malgrado il riserbo ufficiale appaiono molto chiari. Il Protocollo affida alle forze di polizia “congiunte”, in sostanza ai rispettivi ministri dell’interno, a Roma e a Tripoli, il potere di stabilire, e di modificare a piacimento le modalità di ingaggio nei pattugliamenti congiunti, senza regole prestabilite, come pure si tentava di fare nel Decreto interministeriale emanato dal governo Berlusconi il 14 luglio 2003.

I documenti sono chiari, basta leggerli, ricordando che i protocolli operativi del 2007 sono stati recepiti per intero dal successivo Trattato di amicizia tra Italia e Libia. In base all’articolo 2 del Protocollo firmato a Tripoli il 29 dicembre 2007 dal ministro Amato, richiamato espressamente nel Trattato firmato da Berlusconi e Gheddafi nell’agosto del 2008, “l’Italia e la Grande Giamahiria organizzeranno pattugliamenti marittimi con 6 unità navali cedute temporaneamente dall’Italia. I mezzi imbarcheranno equipaggi misti con personale libico e con personale di polizia italiano per l’attività di addestramento, di formazione, di assistenza tecnica all’impiego e manutenzione dei mezzi. Dette unità navali effettueranno le operazioni di controllo, di ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporto di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali, operando nel rispetto delle Convenzioni internazionali vigenti, secondo le modalità operative che saranno definite dalle competenti autorità dei due Paesi”.

Successivamente, in base agli ulteriori accordi rimasti segreti,conclusi da Maroni a Tripoli nel febbraio del 2009, proprio quelle imbarcazioni donate dall’Italia, come altre imbarcazioni militari libiche, hanno potuto operare in acque internazionali, andando a “riprendere” i migranti che, fuggiti dalla Libia, stanno per raggiungere Malta o l’Italia, per chiedere asilo, o comunque per salvare la vita. Senza alcun “rispetto per le Convenzioni internazionali vigenti”.

Riteniamo che i pescatori di Mazara vadano risarciti nell’unico modo possibile, consentendo loro di proseguire il loro lavoro senza la preoccupazione costante che qualcuno gli apra il fuoco contro. E forse sarebbe tempo, per chi vuole veramente dare un segnale di discontinuità rispetto alla politica estera fin qui seguita, di accordi politici ed economici con regimi che non hanno alcun rispetto dei diritti della persona umana, di costringere il governo a rinegoziare gli accordi con la Libia, sospendendoli fino a quando questo paese avrà garantito il diritto di asilo ed rispetto effettivo dei diritti della persona. Per la vita dei migranti che sono ancora respinti e deportati dalla Libia, per le prospettive di lavoro dei pescatori nel Canale di Sicilia, ma anche per la dignità di un paese che non può essere svenduta al migliore offerente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 32960 del 06.09.2010
Non sussiste la giurisdizione italiana sugli scafisti fermati oltre le acque territoriali
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non sussiste la giurisdizione italiana sugli scafisti fermati oltre le acque territoriali se sono stati intercettati fuori dalle acque territoriali, quindi oltre il limite di 12 miglia dalla costa, e provengono da paesi che non hanno ratificato la Convenzione internazionale sul diritto del mare. Inoltre, le autorità italiane non possono arrestarli se l’inseguimento è iniziato in acque internazionali. E’ quanto ha sancito la Suprema Corte che con la sentenza in oggetto, ha annullato la condanna decisa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria nei confronti di due cittadini turchi, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I due scafisti erano stati intercettati dalla Guardia di Finanza, mentre trasportavano una sessantina di cittadini extracomunitari su una piccola imbarcazione. La nave era stata sorpresa non nelle acque territoriali, ma a circa 24 miglia dalla costa, in quell’area marina definita dal diritto internazionale “zona contigua”. Si tratta di un’area che si estende oltre le acque dello Stato costiero, ed è disciplinata da una Convenzione internazionale del 1982, la Convenzione di Montego Bay, ratificata dal nostro paese. Gli scafisti erano stati fermati a 50 miglia dalla costa dopo un inseguimento iniziato nella zona contigua e processati in Italia, nonostante la Turchia non abbia in realtà ratificato la Convenzione. I due cittadini turchi impugnavano quindi la condanna, contestando la giurisdizione del giudice italiano. Gli Ermellini, chiamati a pronunciarsi sulla questione, hanno dato ragione agli imputati, infatti, “non sussiste la giurisdizione del giudice nazionale in ipotesi di reato consumato oltre il limite delle acque territoriali nazionali (e quindi oltre il limite di 12 miglia marine dalla costa), non essendo applicabile da parte delle autorità italiane l’istituto di diritto internazionale della c.d. “zona contigua” nei confronti di cittadini di nazionalità di un Paese ovvero di imbarcazioni del medesimo Paese, che non abbiano ratificato la Convenzione di Montego Bay del 10 dicembre 1982″. Non solo. Le autorità italiane non possono inseguire le navi in acque internazionali, dal momento che è escluso “diritto di inseguimento di una nave straniera da parte delle autorità italiane se l’inseguimento non inizi all’interno delle acque territoriali (ovvero della zona contigua quando ricorra il suo legittimo riconoscimento da parte dei Paesi coinvolti nella condotta)”.

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