L’avvocato della famiglia Manca presenta 32 nuove richieste al Gip: “Imponenti lacune investigative”. Non sono bastate sei ore di udienza per decidere. Il responso tra meno di una settimana

     

Scritto da Redazione Tusciaweb

 Viterbo – Dopo aver ascoltato dalle 12,30 alle 18,30 le parti offese, il PM e i difensori degli indagati, il gip Salvatore Fanti si è riservato la decisione. Assicurando di pronunciarsi sull’archiviazione della vicenda al massimo entro una settimana. È stata un’udienza interminabile, quella di ieri mattina. Nel tribunale di Viterbo, in un’aula 1 chiusa ai curiosi e alla stampa, si sono presentati i dieci indagati per la morte di Attilio Manca.

Quattro di questi sono infermieri di Belcolle, che lavoravano al fianco del medico nel reparto di Urologia dell’ospedale viterbese. Gli altri sei, tra cui Ugo Manca, cugino di Attilio, sono venuti con i loro legali direttamente da Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove i Manca hanno sempre vissuto. In aula c’è anche il fratello della vittima, Gianluca Manca, accompagnato dal suo avvocato Fabio Repici che, in udienza, prende la parola per primo.

“E’ imbarazzante – ha esordito l’avvocato – trovarsi per l’ennesima volta a proporre, nel presente procedimento, opposizione avverso l’ennesima richiesta di archiviazione proposta dal PM. Soprattutto per un motivo: l’abnorme inerzia che ha contraddistinto l’operato del PM, il quale, pure ha avuto, per indagare, tempi inusitatamente considerevoli”. L’avvocato ha parlato di “imponenti lacune investigative”.

A cominciare dalle siringhe trovate in casa di Attilio, sulle quali, come precisa Repici, “non sono mai state ricercate le impronte digitali”. Per poi proseguire con i tabulati telefonici non acquisiti, con lo squarcio sul pavimento della casa di Attilio e con l’ipotesi Provenzano, su un presunto coinvolgimento del boss nella morte dell’urologo. Vuoti lasciati dal pm che Repici vuole colmare. Perciò ha presentato una lista di 32 richieste di investigazioni suppletive, che vanno dagli accertamenti sulle siringhe all’audizione di persone informate sui fatti.

Trentatude sviste che la Procura non avrebbe dovuto commettere. Dopo di lui è stata la volta del pm Petroselli, che ha rispedito ogni accusa al mittente, insistendo sull’ineccepibilità delle indagini, delle quali ha ripercorso le tappe salienti. Alla fine, uno dopo l’altro, si sono espressi, tutti gli avvocati dei dieci indagati, che hanno chiesto la revisione delle posizioni dei loro assistiti. Fino al tardo pomeriggio. È un copione che si ripete per la terza volta, quello dell’opposizione dei familiari di Attilio Manca, all’archiviazione del caso.

Una storia di sofferenza che inizia il 12 febbraio del 2004 quando Attilio viene trovato morto nel suo appartamento di via Santa Maria della Grotticella, a Viterbo. Sul braccio sinistro i segni di due iniezioni letali. Ma, secondo i parenti, Attilio non può esserseli fatti da solo: è mancino. Di diverso avviso il pm Petroselli, convinto che Attilio si sia ucciso. Da qui la richiesta di archiviazione del caso, respinta, finora, per ben due volte dal giudice Mautone. L’ultima parola, ora, spetta al gip Salvatore Fanti.

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