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Perché il No Ponte non diventi il movimento dei ricchi contro i poveri

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Sessanta milioni di euro sono stati già impegnati per monitoraggio ambientale e lavori preliminari. Prosegue l`iter infinito della progettazione. Ma lentezze, opere collaterali, studi sull`impatto ambientale o convenzioni con le università fanno parte del sistema. E` questo “il Ponte”. In tempo di crisi, anche pochi posti di lavoro, anche temporanei, diventano una manna dal cielo. Solo un movimento ampio e forte può ribaltare questa logica, ripartendo dalle proposte del 19 dicembre. E dall`esempio di Franco Nisticò.

     

Scritto da Luigi Sturniolo

Stanno trivellando entrambe le sponde dello Stretto. Una barca va su e giù per il monitoraggio ambientale, il cui costo totale ammonta a 29 milioni di euro. Da dicembre hanno deciso di spostare un binario nei pressi di Cannitello, sponda calabrese: descriverà una curva anziché una retta. Ai contribuenti costerà 30 milioni di euro. Le trivelle dovranno fornire informazioni ulteriori alla progettazione finale, un processo pluridecennale che è già costato un mare di denaro pubblico.
La situazione – in tempo di tagli ai servizi essenziali – è molto grave. Non si tratta né di un bluff né di un atto di propaganda elettorale ma di un sistema che prevede il trasferimento dei soldi della collettività a pochi soggetti privati, che poi ridistribuiscono le briciole ai più poveri, spesso collegati in maniera clientelare ai grandi decisori.
In una situazione “normale”, è facile etichettare questo meccanismo come spreco e disprezzare chi si vende per poco. In un tempo ordinario è possibile evidenziare che i posti di lavoro creati saranno pochi e temporanei. Ma nei giorni della crisi, anche pochi posti di lavoro saranno una manna dal cielo. Anche un incarico temporaneo significa andare avanti per qualche settimana. Gli stessi accordi con le università vogliono lanciare un chiaro messaggio: non saranno coinvolti solo carpentieri e ingegneri, ma anche tanti “disoccupati intellettuali”. Non capire città allo stremo – come quelle dello Stretto – e pronte a emigrare in massa, specie nei settori popolari, significherebbe in breve tempo trasformare il movimento in un circolo di benestanti sensibili assediati da folle di bisognosi.

Ambientalismo e tecnicismo

Il movimento No Ponte ha avuto fin dall’inizio una forte componente ambientalista, già da tempo collegata ad altre sensibilità più marcatamente sociali. Bisogna, pero`, riflettere su cosa è diventato certo ambientalismo. I dirigenti di Anas e “Stretto di Messina” non odiano le tematiche “verdi”. Hanno capito che la cura del paesaggio può essere una ulteriore voce di spesa (tra l’altro è molto più facile studiare i cetacei che mettere in piedi i piloni sul mare) molto consistente. Può essere il modo per introdurre ulteriori opere compensative che coprano il disastro e distribuiscano ulteriore denaro, anche attraverso studi, sopralluoghi, rapporti. Si tratta di un meccanismo ormai sperimentato per tante opere infrastrutturali.
Tutto il processo sarà molto lento e terribilmente inefficiente. Dal progetto ai lavori preliminari fino alle fasi successive. Come è avvenuto anche in passato. La lentezza servira` anche a rafforzare il classico luogo comune (“tanto non lo faranno mai”) che indebolisce il movimento contro il mostro sullo Stretto. Nessuno avrà fretta, né i ricchi e ovviamente nemmeno i poveri, perché i posti di lavoro temporanei potranno essere più duraturi grazie a un meccanismo che non funziona bene. Per questo sarà poco utile rinfacciare lentezze ed errori che sono connaturati al sistema. Più il processo sarà lungo, più guadagneranno i politici, il general contractor e tutti gli altri. Persino le azioni di disturbo, quelle che potranno rallentare l’iter, come i ricorsi, non saranno visti come problemi. Discorso diverso – invece – per tutto quello che potrà bloccare il processo.

Le quattro proposte

La manifestazione nazionale No Ponte del 19 dicembre, tenuta a Villa San Giovanni, aveva spostato l’attenzione dall’opposizione alla proposta. Al no alla mega-infrastruttura seguivano quattro idee: la bonifica dei territori inquinati (con particolare riferimento alla vicenda calabrese delle navi dei veleni), la messa in sicurezza del territorio (era ancora nelle menti di tutti il dramma di Giampilieri), un sistema di trasporti efficiente nello Stretto (la smobilitazione del servizio pubblico prosegue inesorabile), infine un sì alle infrastrutture utili e necessarie. Un nuovo welfare, in altre parole, una politica che ridistribuisca reddito, possa affrontare la crisi, rompa i legami di sudditanza, sia attenta a un territorio fragile. Queste idee, però, per diventare concrete e tradursi in un percorso credibile hanno bisogno di un movimento straordinariamente forte e ampio e di soggetti  politici, sindacali, sociali, associativi che abbiano il coraggio di accoglierle.
Proprio sul palco della manifestazione del 19 dicembre moriva di infarto Franco Nisticò, alle 14. L’unica ambulanza presente era andata via un’ora prima (“pensavamo che non ci fosse più bisogno di noi”, dirà un surreale comunicato dell’ASL, dimenticando che solo in serata era prevista la conclusione del concerto poi cancellato dal dolore). Un evento fortemente simbolico (grande spiegamento di apparati repressivi ma l’assenza di un servizio essenziale), anche perché Nisticò aveva speso la sua vita per vedere completata la 106, una “piccola opera” che dovrebbe collegare Reggio a Taranto e che invece da sempre è nota come la “strada della morte”, grazie alla collaborazione funesta tra imprese mafiose e grandi ditte nazionali (alcune delle quali impegnate nella costruzione del Ponte).

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