Poco prima dell`ennesima visita di Berlusconi a Tripoli, le motovedette “donate” dall`Italia a Gheddafi sequestravano tre pescherecci di Mazara del Vallo e i loro equipaggi, conducendoli nel porto libico di Bengasi. Per l`ennesima volta i marinai siciliani, così come i migranti, sono usati come strumento di complessi rapporti tra i due paesi.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Proprio ventiquattro ore prima rispetto all`ennesima visita di Berlusconi a Tripoli le motovedette “donate” dall`Italia a Gheddafi sequestravano tre pescherecci di Mazara del Vallo e i loro equipaggi, conducendoli nel porto libico di Bengasi. Nella mattinata del 10 giugno l`Alibut, il Mariner 10 e il Vincenza Giacalone sono stati bloccati mentre insieme ad altri pescherecci (sembra sette) erano impegnati in una battuta di pesca nel Golfo della Sirte. Il sequestro è avvenuto a circa trenta miglia dalla costa, in una zona considerata unilateralmente dai libici di propria esclusiva competenza.

Solo pochi giorni fa, nella stessa zona, le autorità maltesi ed italiane avevano consentito che i libici portassero a compimento l`ennesima “caccia” ai battelli carichi di migranti, e un gruppo di profughi eritrei, con donne e bambini a bordo,che avevano chiesto asilo e soccorso all`Italia, era stata raggiunta e ricondotta nel porto di partenza. Dopo che le autorità italiane e maltesi hanno consentito ai libici di entrare nelle acque internazionali per andare a riprendersi i migranti in fuga verso la Sicilia, Gheddafi riafferma così la sua sovranità sulle acque del Canale di Sicilia che fino al maggio del 2009 erano presidiate dai mezzi della Marina militare italiana che, anche per questa loro dislocazione, avevano potuto effettuare migliaia di salvataggi di richiedenti asilo, impedendo al contempo che i libici continuassero con la pratica dei sequestri illegali in acque internazionali ai danni dei pescherecci siciliani.

Spesso questi sequestri avevano preceduto o seguito importanti vertici internazionali nei quali la Libia usava i corpi dei migranti e le vite dei pescatori come strumento di pressione per ottenere importanti riconoscimenti economici e politici malgrado la perdurante situazione di gravissime violazione dei diritti umani in quel paese. Sono anni infatti che la Libia accentua la politica dei sequestri quando sono in fase di conclusione trattative per chiudere accordi con gli stati europei o con l`Unione intera, come sta avvenendo anche in queste settimane. Una politica violenta basata sul ricatto, alimentata dagli interessi economici dei grandi gruppi finanziari italiani, come Fiat, Unicredit, e Finmeccanica, tra gli altri, che adesso dovrebbe costruire una barriera elettronica ai confini meridionali della Libia.

Una politica che à stata indotta dagli interessi politico-elettorali dei governanti di segno diverso che hanno fatto dell`Italia il principale alleato di Gheddafi in Europa, condividendo con il dittatore libico le pratiche più violente di negazione quotidiana degli elementari diritti della persona, sperimentate da tempo ai danni dei migranti e degli oppositori politici.

Del resto il rifiuto da parte dell`Italia di riconoscere ed introdurre nell`ordinamento interno il reato di tortura, già previsto a livello internazionale, dimostra quale sensibilità hanno i nostri attuali governanti per il rispetto dei diritti umani. Dopo i protocolli operativi sottoscritti da Amato nel 2007, richiamati espressamente dal “Trattato di amicizia” concluso da Berlusconi con Gheddafi nell`agosto del 2008, i mezzi militari forniti dall`Italia alla Libia hanno avuto ampi poteri di intercettare imbarcazioni cariche di migranti in acque internazionali, anche perché i mezzi della Marina Militare che prima controllavano quelle acque sono stati “arretrati” a poche miglia dalle coste italiane, al limite delle acque territoriali, lasciando di fatto senza possibilità di soccorso le imbarcazioni cariche di migranti in rotta verso Lampedusa e Malta.

Questo nuovo posizionamento dei mezzi militari italiani ha esposto i pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia agli attacchi violenti, anche a colpi di mitra, che le motovedette libiche hanno ripetutamente effettuato ai danni di persone indifese ( italiani e immigrati insieme) che stavano lavorando duramente per mantenere le proprie famiglie. In base ai trattati internazionali, di certo, al di fuori dei casi di terrorismo, pirateria ed inquinamento ambientale, solo da parte dello stato di bandiera (o con la autorizzazione dello Stato di bandiera) si può esercitare un potere di interdizione della navigazione di una imbarcazione che transita in acque internazionali.

A meno che non si ottenga l’autorizzazione preventiva dello stato di bandiera, o che l’imbarcazione sia priva di segnali identificativi. Il sequestro dei pescherecci mazaresi da parte dei libici risulta privo di basi legali e discende dalla dichiarazione unilaterale di Gheddafi in ordine all`appartenenza alla Libia delle acque internazionali corrispondenti alla “piattaforma africana”, fino quasi a lambire le acque territoriali maltesi ed italiane, una appropriazione indebita che è stata favorita dagli accordi bilaterali di cooperazione nel contrasto dell`immigrazione irregolare, stipulati nel tempo dai governi italiano, maltese e libico.

Sono anni che la marineria mazarese paga un contributo altissimo alle politiche di respingimento collettivo in mare, e più recentemente di omissione di soccorso e di abbandono dei migranti irregolari alle autorità libiche, una politica che è costata la vita di migliaia di persone, annegate in mare o morte nei deserti africani, una politica che il governo italiano ha adottato per chiudere la porta in faccia a qualche migliaio di migranti, in gran parte potenziali richiedenti asilo, tra i quali molte donne e bambini. Una politica disumana che, malgrado le denunce e le critiche di tutte le autorità internazionali, persino da parte del Papa, sta proseguendo nell`indifferenza generale e nell`assuefazione della popolazione italiana, ormai stordita dall`egoismo sociale indotto dalla crisi e dalle paure collettive alimentate da una informazione a senso unico, anche per la scarsa memoria delle attuali forze di opposizione, che in passato hanno promosso e favorito gli accordi con la Libia ( come ha fatto Prodi quando era Commissario Europeo).

Anche la politica locale ha avvertito il disagio delle popolazioni coinvolte nella insensata guerra ai richiedenti asilo nelle acque del Canale di Sicilia. Il deputato regionale del Partito delle libertà Scilla ha dichiarato: “Adesso basta. Non possiamo più accettare ulteriori atti di pirateria. Da un lato i nuovi regolamenti comunitari con misure sempre più restrittive, dall’altro una guerra assurda nel Canale di Sicilia, rendono impossibile la sopravvivenza di un settore già fortemente provato dalla crisi economica. Non si può più accettare che con cadenza regolare, vengono a verificarsi episodi che minano la serenità della nostra comunità”.

Ma le politiche di Maroni e di Frattini continuano a creare le premesse per il soffocamento del settore peschereccio, malgrado le dichiarazioni di solidarietà e l`impegno per ottenere il rilascio dei pescatori ( non solo siciliani, ma anche tunisini) sequestrati nei porti libici. Gli operatori economici rilevano come gli effetti di questa “guerra ai migranti” possano compromettere le sorti di un intero comparto economico che versa già in una situazione di grave crisi, coinvolgendo direttamente le famiglie dei pescatori siciliani. “Abbiamo già attivato tutti i canali diplomatici affinché i tre pescherecci sequestrati possano essere rilasciati nel più breve tempo possibile”, ha dichiarato Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto produttivo per la Pesca di Mazara del Vallo. Tumbiolo ha anche contribuito alla ricostruzione dei fatti, taciuti dalle autorità italiane, aggiungendo: “Abbiamo fatto in modo che i comandanti dei tre pescherecci, che sono stati presi a bordo delle motovedette libiche potessero mettersi in contatto con il sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti. Ora attendiamo solo sviluppi positivi della vicenda e il rilascio di equipaggi e dei motopesca”.

“È stato un atto di pirateria”. Così l`armatore Giacalone ha commentato il sequestro dei tre motopesca mazaresi. Ed ha aggiunto, “noi non siamo guerrieri, siamo soltanto gente che va a lavorare per 800 o 900 euro al mese per sfamare la propria famiglia”. Il sequestro dei tre pescherecci mazzaresi da parte delle motovedette libiche è solo il più recente di una lunga serie. Il 22 luglio dello scorso anno altri due pescherecci della marineria di Mazara del Vallo sono stati sottoposti a sequestro dalle autorità libiche. I due pescherecci, il ‘Monastir’ ed il ‘Tulipano’, di proprietà della stessa società, la ‘Medina’, con a bordo complessivamente 14 persone, sei delle quali tunisine, sono stati bloccati nelle acque a nord del golfo della Sirte Libia e scortati fino al porto militare di Homs.

Un altro episodio risale al 4 marzo del 2009, giorno successivo ad una visita di Berlusconi in Libia, quando, sempre nel golfo della Sirte, le unità nordafricane bloccarono il Chiaraluna con dieci uomini di equipaggio. L`imbarcazione era stata intercettata a circa quaranta miglia dalla costa della Libia, e fu rilasciata dopo cinque giorni. Nel 2008 altri due pescherecci di Mazara del Vallo, il Valeria I e il Vito Mangiaracina, erano stati sequestrati dalle motovedette libiche e successivamente rilasciati dopo il pagamento di una pesante multa. Un altro peschereccio di Mazara del Vallo, il “Luna Rossa”, con a bordo otto uomini di equipaggio, sfuggiva al sequestro da parte di una motovedetta libica, che inseguiva il natante italiano, speronandolo e bersagliandolo con colpi di mitra, diretti al ponte di comando ed alle attrezzature radio. Come si è verificato in passato, dunque, neppure il rilascio dei pescherecci sequestrati dai libici concluderà la lunga controversia avente ad oggetto il controllo e lo sfruttamento delle acque internazionali tra la Libia e la Sicilia, malgrado il “Trattato di amicizia” del 2008 e le rituali dichiarazioni dei buoni rapporti che intercorrono tra l`Italia e Gheddafi.

Mentre in Sicilia anche i rappresentanti del Popolo della Libertà cercano di difendere i diritti di pesca della marineria mazarese, che rischia di essere messa in ginocchio proprio per effetto degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, in quanto i sequestri avvengono con l`impiego delle motovedette regalate dal governo alla polizia libica, le autorità italiane sembrano piuttosto preoccupate alla salvaguardia dell`alleanza con Gheddafi nella guerra all`Immigrazione irregolare. Berlusconi si è così esibito all`ennesima visita-sceneggiata dall`amico Gheddafi, dopo che il colonnello ha chiuso persino l`ufficio dell`Alto Commissariato delle Nazioni Unite a Tripoli, una piccola delegazione, che neppure poteva visitare tutti i centri di detenzione dove in Libia vengono rinchiusi ed abusati i migranti irregolari, ma che le autorità italiane ritenevano ( a torto) sufficiente per dimostrare il rispetto dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Adesso gli alibi sono caduti ed i comportamenti dei libici dimostrano con l`evidenza dei fatti quanto fossero infondate le dichiarazioni di Frattini e dello stesso Berlusconi, secondo i quali in Libia veniva riconosciuto il diritto di asilo, anche se questo paese non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ed ha applicato solo per determinate categorie di rifugiati la Carta dei diritti fondamentali dell`Unione Africana (OUA). L`Unhcr ( e l`OIM), che lo scorso anno, il 27 luglio, stipulavano un accordo con il governo libico per assistere i migranti rinchiusi nei centri di detenzione, anche al fine del loro rimpatrio volontario,(“UNHCR and IOM teams will be set up to conduct interviews in the centres to identify refugees, asylum seekers and migrants, as well as vulnerable persons with specific needs, such as victims of trafficking and gender-based violence, unaccompanied minors and/or single women.

Refugees and asylum seekers identified through the screening process will be referred to UNHCR for refugee status determination processing. IOM and UNHCR will jointly determine those among migrants and rejected asylum seekers who are willing to return home and will assist them to return in safety and dignity” Fonte: OIM Libia) dovrebbero rivedere le loro politiche di intervento in Libia, anche alla luce dei risultati conseguiti per effetto del comportamento arbitrario delle autorità libiche. Non si può concedere una legittimazione internazionale ad uno stato che non riconosce alcun diritto ai richiedenti asilo, in cambio di qualche decina di casi che possono essere risolti con un trasferimento al di fuori dell`inferno libico. Anche una sola persona sottratta alla polizia di Gheddafi merita l`impegno delle organizzazioni internazionali, ma è nell`interesse delle migliaia di persone rinchiuse nei lager libici fare sapere al mondo che in Libia non c`è alcun riconoscimento effettivo del diritto di asilo.

Per questo, sarebbe bene che i governi europei, e soprattutto quello italiano, non “strumentalizzino” la eventuale, futura possibilità che la Libia riammetta il piccolo staff delle Nazioni Unite, in modo da convincere l`opinione pubblica che il paese di Gheddafi sia diventato di nuovo un “paese terzo sicuro”, verso il quale è possibile respingere sommariamente i migranti irregolari fermati, o soccorsi, in acque internazionali. Una cosa è certa. L`Europa non sosterrà politicamente ed economicamente le politiche di respingimento collettivo in acque internazionali praticate dall`Italia dopo gli accordi con la Libia.

La commissaria europea Malmstrom ha dichiarato in diverse occasioni che i futuri accordi tra Unione Europea e Libia non seguiranno il modello italiano, e Frontex, l`agenzia per il controllo delle frontiere esterne è stata sottoposta a controlli più severi sul rispetto dei diritti umani delle persone intercettate in mare. Al punto che Malta, dove dovrebbe insediarsi la futura Agenzia europea per il diritto di asilo, ha rifiutato di partecipare all`operazione di Frontex Chronos 2010 che avrebbe dovuto avere la sua base principale e la sede di coordinamento nel porto di La Valletta. Le autorità maltesi temono infatti che il rispetto dei doveri di salvataggio in mare possa aumentare il numero dei naufraghi, in gran parte richiedenti asilo che potrebbero essere sbarcati in territorio maltese, considerato come “place of safety”. Appare assai probabile che anche questa visita di Berlusconi in Libia si concluda con qualche colpo di teatro, come la liberazione del cittadino svizzero, “sequestrato” da mesi da Gheddafi per ritorsione contro la Svizzera, e seguirà una ennesima dichiarazione di amicizia a conferma della conclusione di altri lucrosi affari per il governo italiano e per i gruppi economici che lo sostengono. Ormai per effetto di una politica estera che risale agli anni di Prodi la Libia è diventata la principale fornitrice di energia dell`Italia, Di certo neppure un passo concreto verrà effettuato per liberare le persone rinchiuse nei centri lager in Libia e per riconoscere i diritti dei migranti e le ragioni dei pescatori nelle acque del Canale di Sicilia.

Un comportamento vergognoso, quello dei governi coinvolti nelle operazioni di respingimento collettivo vietate da tutte le convenzioni internazionali, un comportamento che dovrà essere sanzionato al più presto dalla Corte Europea dei diritti dell`Uomo e dai Tribunali italiani. Senza una sanzione giudiziaria, e senza una sanzione politica che l`Europa non sembra ancora capace di assumere, ci troveremo ad assistere ancora ad altre violazioni dei diritti fondamentali della persona e ad altri attacchi nei confronti dei barconi carichi di migranti e delle imbarcazioni da pesca. Attacchi a mare da parte delle motovedette italo-tunisine , e sanzioni penali a terra, come si è verificato ad Agrigento con la sentenza di condanna dei pescatori tunisini che nel 2007 avevano compiuto una azione di salvataggio nelle acque del Canale di Sicilia, attacchi e sanzioni che costituiranno un ulteriore deterrente per quanti scorgono all`orizzonte imbarcazioni in difficoltà, inducendoli a proseguire nella loro rotta.

Sull'autore