Due libri i cui non si parla di generici “migranti” ma di uomini e donne in carne e ossa. Non oggetti verso cui provare odio o pietà, ma storie concrete, vicende reali, percorsi di vita. Le prostitute nigeriane di Torino, i raccoglitori africani di Rosarno. Persone verso cui si prova un odio di tipo razzista o un pietismo altrettanto pericoloso. Sono invece soggetti capaci di scelte eroiche, piccoli calcoli, grandi slanci. Come ogni essere umano.

     

Scritto da Redazione terrelibere.org

Raccontare storie diverse, restituire volti e nomi a entità indistinte. E dignità a oggetti di compatimento o disprezzo. Alcuni libri provano a narrare migranti a tre dimensioni, soggetti capaci di prendere decisioni, uomini e donne pieni di speranza e dignità. Un ciclo di incontri in tutta Italia racconterà questo nuovo sguardo su un fenomeno strutturale che va compreso al più presto nelle sue dinamiche reali.
Ogni incontro seguirà questo schema: si inizia con il cortometraggio “Un viaggio allucinante”, che racconta un tipico percorso seguito da un africano per giungere in Europa, al termine del quale la maggior parte dei suoi compagni saranno morti.
Quindi il libro “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano”, un viaggio nel pianeta misterioso dei nigeriani in Italia e della prostituzione nera. Un romanzo apparentemente lieve, politicamente scorretto, pulsante. Il mondo delle prostitute e delle mamàn, le regole delle afro-gang, i predicatori delle Pentecostal Church, il traffico di droga e la prostituzioni. Storie sempre raccontate con volti corrucciati e parole di circostanza, questa volta narrate una visuale senza filtri e senza morale. Nessuno studio socio-antropologico potrebbe mai tratteggiare con altrettanta energia questo spaccato di realtà, e neppure restituire dignità a donne forti, desiderose di cambiare vita, …
“Gli africani salveranno l’Italia” racconta una storia di speranza nata nel degrado più assoluto: sfruttamento, povertà e violenza mafiosa. Una realtà estrema riscattata dalla rivolta per il diritto al lavoro e per quello alla vita. La voce degli africani è l’unica a levarsi con forza contro le ’ndrine, e a far paura al sistema. Richiami al “diritto alla felicità” e alla lotta abolizionista contro la schiavitù indicano una fase importante della nostra e della loro storia.
Invece, i lavoratori stranieri sono ancora migranti per il politicamente corretto, extracomunitari, vu cumprà o bingo bongo per i razzisti della Lega. Arrivano sulle carrette del mare anche quando sono su buone barche, sbarcano sulle nostre isole anche quando vengono soccorsi in mare, sono parte di un’invasione anche quando i numeri sono ridottissimi. E sono immancabilmente “disperati”, anche quando hanno progetti di vita e sogni che noi non avremo mai. Sono “criminali” e portano “degrado” anche dopo eroiche – e immediate – ribellioni dopo la violenza mafiosa. “Rubano il lavoro” anche quando sostengono interi settori di economie altrimenti dismesse.
Oppure le prostitute. Sono lucciole, donnine. Non si può parlane senza imbarazzo o risolini maschilisti. Oppure con quel tono di pietà e compatimento destinato alla donna perduta da salvare. C’è un bisogno immediato di parole nuove, voci dirette, toni differenti.

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