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Mediazione, non retate. Nel profondo Nord il fallimento del pacchetto sicurezza

‘Costa meno fare inclusione sociale che non esclusione. Richiede più soldi un charter per le espulsioni che un programma di accoglienza’. Nel profondo Nord è già in crisi il delirio securitario fatto di retate e video-sorveglianza. Un progetto della polizia municipale di None, a due passi da Torino, inverte la rotta: aiuti alle ragazze e non repressione. Ma oggi le famiglie nigeriane che ‘vendono’ le figlie non fanno nulla di diverso da quanto accadeva, fino a poco tempo fa, nelle valli piemontesi…

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su “il manifesto

“Piazzare” i propri figli per sostenere la famiglia era una pratica dettata dalla necessità e diffusa lungo l’arco alpino, con tanto di contratto d’affitto che si stipulava in particolare nelle valli occitane. Fino a non molti decenni fa si teneva una vera fiera di piazza. I padroni sceglievano, ed i bambini finivano tra monti e pascoli, le ragazze da sole nelle case a fare i lavori domestici. Sembrano passati secoli, ma il ricordo della povertà dovrebbe essere ancora vivo nel profondo Nord.  Ed invece pochi anni di propaganda leghista hanno cancellato tutto, compresa la capacità di comprendere il sacrificio di una famiglia che immola un figlio per il bene di tutti gli altri. Lo facevamo noi, lo fanno adesso le famiglie nigeriane, i cui drammi arrivano sotto i balconi e di fronte alle finestre dei bravi cittadini della provincia piemontese.
La rotonda di Candiolo si trova a breve distanza dalla reggia di Stupinigi e dal paese di None: di qua le ragazze dell’est, di là il mattatoio delle nigeriane. Mediamente 300 clienti per notte: una zona di svezzamento. Le madam buttano lì le ragazze, tutte giovanissime. E’ una zona senza joint, ovvero uno spazio riservato, spesso una piazzola di sosta sulla strada. Serve a capire se fisicamente ce la fanno, se sono brave, quanto rendono, poi troveranno un joint tutto per loro. La brava gente del paese non ne può più, ma qualcuno comincia a capire che il delirio securitario a base di ronde, sceriffi e telecamere non serve a risolvere i problemi bensì a sprecare denaro pubblico. A None, profonda provincia settentrionale influenzata dal verbo della Lega (nonostante la giunta di centro sinistra), la polizia municipale ha deciso di avviare per la prima volta un progetto – che coinvolge altri comuni del circondario – insieme al privato sociale ed alla locale giunta, senza trascurare il confronto con la popolazione.

Da Lampedusa a Candiolo

“Così si evita che la gente metta su un comitato, che i vigili facciano una retata, ed i carabinieri un’altra il giorno dopo, che le associazioni non abbiano finanziamenti. Ragioniamo del fenomeno in maniera corale”, dice durante la presentazione del progetto il comandante Silvano Bosso, una immeritata fama da uomo di frontiera maturata negli anni passati nel quartiere torinese multietnico di San Salvario. L’aula della scuola elementare è piena di gente. All’inizio quasi nessuno comprende. “L’immigrazione clandestina doveva essere regolata dieci anni fa. In strada non è un bel vedere. E se le mandiamo al loro paese? Perché non spediscono indietro le barche? Cosa credono, che da Lampedusa non arrivi la prostituzione?”. Queste brave signore di paese, questi contadini produttivi e seriosi, questi elettori fedeli del Carroccio non sanno che sotto i loro balconi si consuma uno dei più grandi drammi del mondo: ragazze vendute, mafie lungo due continenti, dolore e sofferenza. Per loro è una questione di arredo urbano, atti osceni in luogo pubblico, decoro.  Se il dolore fosse chiuso tra le mura di un appartamento, il problema sarebbe risolto.
“La rotonda di Candiolo è come la prima classe, parliamo di gente che sta in Italia da 15 giorni, spesso minorenni”, racconta Alberto Mossino, dell’associazione PIAM onlus, coinvolto come esperto. “Lì fanno capire cosa è il lavoro, capiscono chi è docile e chi è meno affidabile. Lavorano per 50 euro al giorno, questa è tratta, è sfruttamento. I vigili urbani di None ci hanno chiamato per un lavoro di mediazione, hanno compreso che non è il caso di continuare con le retate. Facciamo da molti anni unità di strada. Distribuiamo dei preservativi, perché la salute va tutelata. Se si ammalano è per sempre, anche se poi decidono di cambiare vita. Poi gestiamo case d’accoglienza e comunità di inserimento sociale. E’ vero, non sempre c’è il lieto fine. Vale comunque la pena di tentare. Dai nostri percorsi di accoglienza sono uscite più di 120 ragazze nigeriane”.
E’ difficile per i signori presenti immedesimarsi. Nel nostro immaginario segnato dal cattolicesimo, la prostituta è una femmina perduta oppure una vittima da salvare. Non esiste una terza possibilità. “Immaginate la situazione”, prova a spiegare Mossino. “Una figlia a migliaia di chilometri di distanza, con un debito di 80 mila euro, da pagare 10 euro alla volta, seminude a gennaio all’una di notte, alla fine sono devastate. Sono gli sfruttatori quelli da colpire, non le ragazze. Ogni cliente deve sapere che quei venti euro li dà in mano ai trafficanti. Se uno vuole andare a prostitute, ok, vada nei club dove c’è prostituzione ‘normale’, nella rotonda non va bene, li si trovano ragazzine”. “Per noi si tratta di un percorso sperimentale”, aggiunge Valentina Sanmartino, della polizia municipale. “Ma già da ora abbiamo iniziato a vederle in un altro modo. Per noi non è stato semplice avviare un discorso, finora c’è sempre stato uno scontro. Prima dobbiamo imparare dagli operatori sociali”. “Costa molto meno fare inclusione sociale che non esclusione”, sostiene Mossino. “Costa più un charter per le espulsioni che un progetto di accoglienza”.

Non rovinare le famiglie

 Cinquecento euro elevate ad ogni cliente sorpreso con le prostitute, questa la misura di cui si discute maggiormente. Le multe non vengono inviate a casa, “per non rovinare le famiglie”, si precisa. Ad agosto, primo mese di sperimentazione, ne sono state elevate 50. Uno di quei provvedimenti all’apparenza sacrosanti, giustissimi, persino umanitari perché non colpiscono le ragazze. Ma basta approfondire le questione per cogliere le prime incongruenze ed apprezzare gustosi quadretti di provincia. Intanto, cosa significa intrattenersi con le prostitute? Anche chiacchierare o chiedere informazioni? “Se è a notte fonda non c’è alcun dubbio”, ribatte una signora. “Invece non è così”, si infervora un contadino. “C’è anche chi alle due di notte va ad irrigare i campi. A me capita di andare col trattore e di passare vicino alle ragazze, spero di non prendere una multa anche io”.
Un rappresentante leghista, con tanto di fazzoletto verde, racconta di un suo amico multato, a suo dire innocente, che gli ha chiesto di adoperarsi per far togliere la contravvenzione. Un piccolo spaccato dell’Italia rigorosa e draconiana sempre pronta al sotterfugio. Ma non è finita. Bossa racconta di un ulteriore episodio che aumenta la confusione ed affonda definitivamente le distinzioni giuridiche, ovvero il caso di “rappresentanti che fanno una regolare attività di vendita di preservativi alle prostitute, anche alle due di notte. E’ una vendita regolare, formalmente una sorta di vendita porta a porta o itinerante. L’abbiamo giuridicamente affrontato, non è vietato”.

Prostituzione e tratta

“Si continua a confondere prostituzione e tratta. Nel primo caso, possiamo parlare di una scelta consapevole”, conclude Mossino. “Tratta vuol dire che la donna, dopo una promessa di un lavoro, viene catturata da una rete di trafficanti, che vanno nei villaggi, promettono l’Europa. Come per noi l’America negli anni passati. La famiglia viene impegnata a sottoscrivere un debito, da 40 mila ad 80 mila euro. A volte c’è anche un rito voodoo, che negli anni sta diventando sempre meno efficace. Oggi molte famiglie vanno dal notaio, impegnano i beni. I parenti un po’ non sanno, un po’ non vogliono sapere. Anche perché con quei soldi si mantengono altre 8-9 persone.
Molte ragazze arrivano grazie ai visti falsi del nostro consolato a Lagos, c’è un grosso problema di corruzione. Chi ha i soldi riesce a trovare il visto. Altrimenti il solito viaggio deserto – Libia – Lampedusa. Secondo uno studio dell’Unicri, le ragazze lavorano in Libia, appena racimolano 3 mila euro possono partire per Lampedusa. In Italia vengono riprese dalla rete criminale, se non hai i documenti non puoi fare niente. Vengono imposte prestazioni protette o non protette a 15-20 euro, con la minaccia di mandare gente a disturbare la famiglia. Queste ragazze sono partite da un piccolo villaggio dell’Africa o dalle favelas di una metropoli. Sentono il peso di dover mantenere gli altri fratelli. Da una parte la famiglia, dall’altra i trafficanti dall’altra. E’ verosimile che queste ragazze si ribellino con uno schiocco di dita? Sono le vittime!”

Attrezzature di tipo militare

La repressione non paga, ma i problemi sono comunque tanti. Spiega Bossa: “Nasce per prima cosa un problema di ‘coordinamento’  con i carabinieri, per le ragazze una divisa è sempre una divisa. Quando vedono i vigili, dopo aver avviato il programma di mediazione, non rischiano più di rompersi le caviglie scappando. Ma non ha senso che il giorno dopo un’altra forza di polizia faccia una retata, che in ogni caso non serve a niente. Una ragazza, se inottemperante al decreto di espulsione, per 48 ore va custodita dalle forze dell’ordine. Dovremmo tenere per 3 giorni le ragazze oppure spedirle in un centro accoglienza temporanea.”. Anche Luca Nuè, assessore alla sicurezza a None è dello stesso avviso: “Le retate sono una perdita di tempo, almeno 120 ore di lavoro degli operatori a carico della collettività, dopo gli arresti le ragazze sono in strada alle otto di sera, i vigili rientrano in caserma a mezzanotte”. Il comando della polizia municipale è piccolo, ma una intera stanza è occupata da un sofisticato sistema di videosorveglianza. “Sono attrezzature di tipo militare”, ci spiegano. “Devono essere in grado di vedere di notte, registrare, cogliere i particolari. Ogni postazione costa 40 mila euro”.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.