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25 Novembre 1960: le ali spezzate delle sorelle Mirabal

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Le chiamavano farfalle, prima che la cieca violenza del regime interrompesse il loro volo verso la libertà. Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa. Tre donne, le sorelle Mirabal. Unite nel sangue dalla nascita fino alla morte, attiviste politiche, più volte imprigionate e torturate per la loro opposizione alla dittatura di Rafael Leonidas Trujillo degli anni ’60 nella Repubblica Domenicana. Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa muoiono per mano della dittatura. Adele, Dedè, sopravvive per tenere viva la memoria

     

Scritto da Anna Foti

Il 25 novembre del 1960, dopo aver visitato i mariti in carcere, le sorelle Mirabal trovarono la morte in un campo di canna da zucchero dove erano state trasportate per essere pugnalate e strangolate. In memoria di questo orrore nella stessa data del 1981, un mese prima dell’entrata in vigore della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei confronti delle Donne, si tenne la prima Conferenza di Donne Latinoamericane a Bogotà in Colombia. In quella occasione fu proclamata la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Nel tentativo di perpetuare il ricordo del loro sacrificio, simbolo di libertà dalle dittature, nel 1999 l`Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 54/134, ufficializza il 25 novembre come Giornata Internazionale per l`eliminazione della Violenza contro le Donne. Radicata nella discriminazione di genere, la violenza sulle donne rappresenta la violazione dei diritti umani più diffusa nel mondo.

Un allarme che non risparmia l’Italia e anche la nostra città. In Europa, una donna su quattro subisce violenza, prevalentemente per mano del marito o del compagno, con punte drammatiche in Svezia, Francia e Spagna. In Russia una donna ogni ora muore per violenza domestica. La situazione risulta notevolmente aggravata dall’impunità, causata da sistemi giudiziari non imparziali e corrotti, impianti legislativi carenti e inadeguati, regimi di tollerabilità dettati da retaggi culturali e tradizioni. Il mancato accertamento delle responsabilità attanaglia molti paesi, in cui tale fenomeno è quasi endemico, E’ così che tale piaga rimane drammaticamente privata, pur essendo invece una ferita sociale, E’ così che tale piaga risulta totalmente incurabile, oltre che inguaribile. La forma di violenza sulle donne più comune si consuma tra le mura domestiche, quelle più insospettabili e invece più profanate. Forme di discriminazione caratterizzano ormai anche il luogo di lavoro.

Una violenza che si espande quando il diritto di denunciare è soffocato dalla vergogna o dall’impunità, e il bisogno di raccontare dall’indifferenza. Essa non conosce confini geografici e la sua mappatura nel mondo è complessa. Non vi è, e non vi può essere, alcuna differenza tra Alicia Arístregui, accoltellata nella Spagna del 2002 dal marito che aveva lasciato pochi mesi prima perché violento, Orsola Nicolò uccisa dal marito Francesco Manti a Fossato Jonico, in provincia di Reggio Calabria, madre di tre figli e divenuta simbolo della violenza contro le donne nella nostra terra, della quattordicenne Lorena Cultraro, uccisa a Niscemi (Caltanissetta) nel maggio del 2008 da tre coetanei, e Barbara Cicioni, trovata morta in casa nel maggio 2007 ad un mese dal parto del suo terzo figlio. Nel processo contro il marito Roberto Spaccino, per la prima volta in Italia si è parlato di Femminicidio in un’aula giudiziaria e la risposta della società civile – cinque associazioni si sono costituite parte civile nel giudizio – è stata forte. L`unica differenza esiste, infatti, nella risposta della società e della giustizia. Amnesty International costantemente denuncia l`assenza di una percezione adeguata del problema.

Ciò isola le vittime e non responsabilizza lo Stato nell`assicurare una risposta in termini di giustizia e protezione. Donne vittime di culture, di tradizioni disumane che ne pregiudicano libertà e integrità, di consuetudini sociali che ne ostacolano l’affermazione in quanto esseri umani. Milioni di donne abusate, mutilate, condannate a morte senza processo, giudicate irreversibilmente da parenti e dalla comunità. Migliaia quelle analfabete, escluse dalla società, schiavizzate, vendute e comprate, soggette a ferree regole familiari che ne mortificano la dignità, ne cancellano l’identità, ne condizionano la vita e ne decidono persino la morte. Vittime dei conflitti e di stupri etnici. Donne cittadine di serie B ma anche testimoni cruciali di quella violenza che nasce nella mente e si nutre pregiudizio. Donne che, anche da sole, portano avanti le battaglie che in realtà sono di tutti. L’uguaglianza dei diritti è, infatti, una sfida di civiltà e dunque universale. Donne e uomini, indistintamente, rappresentano i tasselli fondamentali del puzzle eterogeneo, e per questo straordinario, dell’umanità. Risorse necessarie per quel cambiamento che recuperi quella metà di cielo offuscata dall’assenza di diritti e al contempo individui nella pari dignità, l’unica meta di un nuovo e necessario cammino comune. Il rischio, attuale e sottovalutato, è quello di riconoscere nella complementarietà tra uomo e donna, un limite e non una risorsa.

Questo è l’errore compiuto da chi, ignorando e snaturando ciò, ha etichettato la donna come essere subalterno all’uomo. La distanza che separa tale condizione da una violenza sistematica e tollerata, è davvero minima. Il primo allarme è dunque culturale e gli strumenti per incidervi richiamano le istituzioni politiche e la scuola ad un rinnovamento profondo del concetto di dignità, di identità di genere e di diversità.

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