Il modello delle opere compensative nasce con gli interventi in Africa delle grandi multinazionali. “Siamo consapevoli di provocare gravi danni, però li risarciamo”. E’ stato più volte applicato in Italia: nel disastro campano dei rifiuti, con i danni prodotti dal Tav, nelle aree interessate dai poli petrolchimici. Ora nello Stretto. Nuovo dissesto idrogeologico e tante opere inutili. Ma chi accetta la compensazione non può rifiutare il danno. E Ciucci rassicura i dubbiosi: “Sulla mafia alta sorveglianza. I cetacei non saranno distratti dalle ombre”

     

Scritto da Antonello Mangano

Duecento chilometri di strade, migliaia di ettari di terra arabile invasi dalla acque, crepe aperte nelle case dagli esplosivi, l’erosione dei terreni ed il conseguente trasferimento forzato di migliaia di persone, ovvero l’intero popolo dei Basotho deportato dal progetto della megadiga nota come Lesotho Highlands Water Project. Avviato nel 1986, dovrebbe concludersi nel 2027. La seconda più grande opera al mondo nel suo genere, gestita anche da Impregilo, pensata all’epoca dell’apartheid per trasferire risorse idriche dagli altipiani del Lesotho al ricco distretto industriale di Johannesburg e segnato da casi di corruzione di risonanza mondiale. Il Lesotho è un paese povero, vive di agricoltura ed allevamento e dipende in gran parte dagli aiuti finanziari del vicino Sudafrica, dove molti dei suoi abitanti emigrano per lavorare nelle miniere. La risorsa principale è l’acqua. Ma la vicenda è anche un ottimo esempio del modello delle opere compensative: ai 30 mila Basotho, infatti, era stato proposto un ricco programma di reinsediamento, con risarcimenti e compensazioni varie. Purtroppo la conseguenza immediata fu il dilagare di Aids, alcolismo e prostituzione.
E’ facile imporre il ricatto delle opere compensative nel Terzo Mondo, dove si pensa di trovare povertà diffusa e debolezza della società civile. Purtroppo questo modello e` diffuso anche in Italia. E’ stato applicato nei paesi dove vengono “installate” le discariche dei rifiuti solidi urbani (in Campania, e non solo a Chiaiano), nei territori devastati dai cantieri del Tav (sia in Val di Susa che nel tratto Bologna-Firenze), nelle zone dove esistono grandi complessi petrolchimici (ad esempio l’area di Priolo-Melilli interessata dal nuovo rigassificatore).
La logica è semplice: siamo consapevoli di apportare un danno al territorio, ma vedremo di compensarlo. Vivrete in un territorio devastato e ad alto rischio idrogeologico, vi ammalerete di tumore, sarete infestati dalla spazzatura (a seconda dei casi citati) ma un po’ più ricchi degli altri.

Il commissario Ciucci

Dopo aver trascorso l’estate in qualità di “Commissario Straordinario per riavvio delle attività”, con il compito specifico di “rimuovere gli ostacoli” al Ponte, l’11 novembre Ciucci è stato nominato “Commissario per le opere collegate del Ponte sullo Stretto”. Durante un intervento al consiglio comunale di Messina, ha promesso 130 milioni di euro, evidenziato i vantaggi che il territorio avrà dalle nuove infrastrutture, smentito una per una le perplessità dei contrari: l’ambiente? Il monitoraggio riguarderà un’area dieci volte più ampia di quella dei cantieri. Il problema dei cetacei distratti dall’ombra del Ponte? Le conclusioni del Dipartimento di biologia dell’Università sono tranquillizzanti. La mafia? E’ stato fondato “il comitato di alta sorveglianza”.
E mentre prosegue questa farsa fatta di cariche barocche, commissioni improponibili, dibattiti sui capodogli confusi dalle ombre, rimane la sostanza di sudditi abbagliati dalle elemosine che il vicerè, abilmente, lascia intravedere. Sarà la città a decidere, dice Ciucci: l’ordine di priorità delle cose da fare, più qualche regalo collaterale. Finora è stata chiesta la sezione messinese del Tar: gestirebbe meglio le prevedibili vertenze sugli espropri. Ma intanto avremo nuovi approdi e nuove strade pensate soprattutto per smaltire il traffico dei mezzi di cantieri, non un incremento di veicoli che non ci sarà a Ponte completato. “Come non pensare”, sostiene l’economista Guido Signorino, “alle discariche che sulle nostre colline dovranno sopportare un milione e 800 mila metri cubi di terra, aggravando la condizione di dissesto idrogeologico?”.

La politica col cappello in mano

Il Ponte non è l’infrastruttura di attraversamento dello Stretto ma un sistema complesso di gestione di flussi economici e di raccolta del consenso. Il rilancio del Governo sul miliardo e 300 milioni destinati alle opere preliminari ha risvegliato gli appetiti di tutti, trasformando come prevedibile una battaglia di idealità in uno scontro di interessi. Le reiterate dichiarazioni di Berlusconi, Matteoli, Ciucci degli ultimi tempi hanno piano piano bucato il velo di scetticismo che copre tutta la vicenda della mega-infrastruttura (“tanto non lo faranno mai”) e hanno lasciato prendere il sopravvento all’ansia di infilarsi nel nuovo affare.
Non stiamo parlando del Ponte. Per quello saranno necessari i soldi dei privati (cioè il sistema banche-mutui-debito noto come “finanza di progetto”). Parliamo di cose piu` serie, di soldi pubblici. Non è chiaro ancora quanti saranno, in che tempi arriveranno, ma comincia a diventare credibile che arrivino. Un flusso di denaro come ce ne sono stati tanti in passato. Oggi c’è questo: quello del Ponte. Bisogna che ci si infili dentro. Bisogna sgomitare per far passare l’opera preliminare di riferimento. Questo sarà adesso l’oggetto del contendere: l’ordine delle priorità delle opere da infilare tra le preliminari e, naturalmente, gli incarichi, le consulenze, i commissari, gli appalti, i gettoni.
Il Ponte sparisce, rimane lì sullo sfondo. Non importa neanche più se si è pro o contro. Anzi, con la furbizia tipica della classe politica locale, comincia a farsi strada la tesi che “tanto il Ponte non lo faranno mai, dunque prendiamoci queste opere targate Ponte perché altrimenti questi soldi svaniranno”. Così il Ponte entra anche nel No Ponte. Un ragionamento di questo tipo prescinde dal bene della comunità e si basa sulla “politica accattona”. Avremo pessimo lavoro, quegli interventi che producono “disastri annunciati”, politiche dei disastri e lacrime di coccodrillo. Avremo “infiltrati in pianta stabile”, cioè mafiosi che lucrano sul denaro pubblico, terrorizzano i lavoratori, impongono il loro dominio basato sulla violenza così come accade da anni nei cantieri della Salerno-Reggio Calabria, dove i protagonisti sono gli stessi (Anas, governo Berlusconi, Impregilo) che gestiscono l’affare Ponte.
Potremmo chiedere infrastrutture di prossimità (per esempio si prospetta per Messina una tangenziale da grande metropoli, mentre il traghettamento pubblico è di fatto smantellato) ed un programma di messa in sicurezza che assicuri lavoro di qualità e stabile ed un territorio riqualificato. Ma queste sono cose che fanno i cittadini, non i sudditi col cappello in mano.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.