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La politica dei disastri

Il sistema economico basato sul cemento porta ai disastri naturali, che nella “shock economy” possono essere una straordinaria opportunità per realizzare profitti fuori dai controlli ordinari e creare consenso intorno alla figura del “premier che risolve i problemi”. Un modello realizzato in Campania, replicato in Abruzzo e riproposto, senza pudore, anche a Messina

     

Scritto da Luigi Sturniolo

“Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale, non solo le case” Naomi Klein, Shock Economy

“I morti saranno più di 50”. Silvio Berlusconi ha appena assistito alla prima assoluta di “Barbarossa”, la celebrazione padana voluta da Bossi, girata (per risparmiare) in Romania, raccomandata a Rai Fiction dal premier in persona. E’ la sera del 3 ottobre. La politica comincia a comprendere le dimensioni della tragedia, l’Italia rimane colpita dalle immagini della periferia sud di Messina invasa da un mare di fango. La dichiarazione è diversa dalle solite frasi ottimiste. In quel momento i morti accertati erano una appena una ventina.

Arriva o non arriva?

Come in un copione ben congegnato Berlusconi è arrivato sul luogo del disastro solo due giorni dopo, il 4 ottobre, preceduto dalle bordate della ministra dell’Ambiente Prestigiacomo nei confronti dell’incapacità da parte della politica regionale di spendere le risorse economiche a disposizione per la messa in sicurezza del territorio e dagli strali del capo della Protezione Civile Bertolaso contro l’abusivismo edilizio e le sue coperture politiche. La visita era stata annunciata, poi smentita (“sarei solo d’intralcio”, dice Berlusconi), poi confermata. Sul campo la strada è stata aperta dagli specialisti del disaster management ai quali in queste occasioni viene delegata la gestione del territorio al di sopra di qualsiasi altra autorità locale.
L’apparizione del premier è carica delle speranze di chi è stato colpito dalla crudeltà della natura e la gestione del rapporto è diretta. Tra leader e popolo nessun elemento intermedio. Prima l’incontro diretto con gli sfollati, poi neanche il contraddittorio con i giornalisti: solo un “punto informazione”, non una conferenza stampa.
Più tardi, il presidente del Consiglio va in Prefettura, preferendo l’ingresso dall’entrata laterale per evitare i contestatori: non devono esserci registrazioni che associno nella stessa inquadratura manifestanti e presidente del Consiglio, meno che mai devono andare in onda. Molto significativo il video registrato dagli attivisti No Ponte, che discutono animatamente con la troupe del Tg2 che spegne le telecamere per non riprendere la contestazione. La notizia, ben nascosta da quasi tutti i media, passerà brevemente su alcuni giornali e media e sarà affidata al circuito alternativo di YouTube.

Shock

Nessuna strategia della prevenzione del rischio (semmai il contrario), presa di possesso del territorio dopo il disastro, esautoramento di ogni filtro democratico, rapporto diretto con la gente, nessun contraddittorio, gestione personale ed emergenziale delle risorse per la ricostruzione. Questa è la politica della shock economy. Il modello è quello avviato in Campania nella vicenda dei rifiuti ed a L’Aquila nel dopo terremoto.
Cos’è il “modello L’Aquila”? Ce lo dice il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, intervistato da “Il Mattino”: “È quello già sperimentato con successo sia per risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli sia per fare fronte al dramma del terremoto in Abruzzo. In entrambi i casi c’è stata una verticalizzazione delle decisioni su Berlusconi, il coinvolgimento dell’intero governo, un’agenzia operativa diretta da Bertolaso e la messa in campo di tutte le risorse e gli strumenti necessari per realizzare il piano”.
Insomma, un rivolgimento del sistema politico. Il “modello L’Aquila” uccide la democrazia. Il “modello L’Aquila” spiana i territori. La ricostruzione dei luoghi, con i loro sistemi di relazione, vita, economia, affetti, passa in secondo piano. L’obiettivo sono le New Town fatte di abitazioni “di tre soli piani con giardini, piante e fiori, totalmente attrezzate, tanto da poterci stare una settimana solo con quello che ci si trova dentro”, a detta del premier. Il sito? Dove c’è spazio.

In Abruzzo è prevalsa la visione “edilizia”, immobiliarista, del presidente Berlusconi, attuata “militarmente” dalla Protezione Civile. E’ quanto sostiene il “Comitatus Aquilanus”, un gruppo di architetti, urbanisti e tecnici del settore che riscontra la sparizione, dopo quella di “ricostruzione”, della parola “pianificazione”. Rimangono solo le “casette”. Per tutti? No, per  13.000/15.000 su 60.000 sfollati, a quanto pare.

Per Antonello Ciccozzi (docente di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell`Aquila) il progetto C.A.S.E. (“Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili”) si configura come una vera e propria operazione da shock economy. L’emergenza viene, cioè, sfruttata per attivare dei meccanismi economici finalizzati a favorire le aziende legate al Governo. Il progetto C.A.S.E non tiene conto della varietà degli habitat culturali in cui si vuole calare (porterà – in molti tra i venti siti scelti per l’allocazione – una tipologia abitativa condominiale in contesti rurali) e, comunque, non basterà a dare una casa a tutti gli sfollati. Il sito www.laquilanuova.org descrive il progetto C.A.S.E. come totalmente fallimentare. I nuovi insediamenti sono costituti da appartamenti del valore di 2600/3000 euro al metro quadrato che hanno le dimensioni di 33 metri per le coppie, 41 per le famiglie composte da 3 persone e 55/84 per le più numerose e, nel loro complesso, si configurano come quartieri dormitori senza alcuna ricettività.

Augustus

La politica dei disastri si era manifestata in precedenza nella vicenda dei rifiuti in Campania. Un film-documentario, Una montagna di balle, con la regia di Nicola Angrisano e la voce narrante di Ascanio Celestini, frutto delle lotte contro le discariche e gli inceneritori, descrive, storicizzandolo, il meccanismo da shock economy che regge tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Dal film appare evidente la scelta di alimentare il disagio causato dalla “monnezza” fino ad arrivare a situazioni di estrema emergenza, utili a determinare scelte che favoriscono solo alcuni gruppi imprenditoriali (l’Impregilo da una parte, la camorra dall’altra).

Si tratta, insomma, di schemi collaudati che vengono applicati in situazioni differenti ma che si basano su direttive ben articolate. Il “Metodo Augustus” e le sue integrazioni successive, ad esempio, definiscono le linee guida del funzionamento della macchina della Protezione Civile, impartiscono anche gli insegnamenti utili ai fini del governo del territorio e della popolazione in tempo di crisi. “La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi)… Se la controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite… Un chiaro piano di comunicazione […] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri… E’ inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta”.
Il ruolo dei media è quindi fondamentale. Il giornalismo diventa embedded, come quello delle zone di guerra: il giornalista, perfettamente integrato e guidato, nel suo lavoro, dall’istituzione che gestisce l’emergenza, si deve affidare all’Ufficio Stampa del  Dipartimento di Comando e Controllo della Protezione Civile, deve chiedere autorizzazioni, registrarsi in pool, partecipare a eventi per poter documentare. Tutti gli altri devono essere isolati. La costruzione mediatica deve mostrare una situazione di positività e successo nell’intervento. Per questo, le contestazioni di Onna e di Messina, hanno trovato poco spazio sugli schermi delle tv. Per questo, un imponente cordone di polizia isolava i giornalisti in occasione dei funerali di Stato delle vittime di Messina. Un muro di divise per proteggere lo show. E gli affari.

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