Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, copertura di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Peloritani, monti geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressocchè costanti. Messina ha scelto, come economia unica e sola, il cemento e le opere faraoniche

     

Scritto da Rete No Ponte

Un territorio sano, non ferito da anni e anni di criminale edificazione, occupazione di prezioso suolo naturale, di sbancamenti, incendi che impoveriscono la vegetazione e rendono il suolo vulnerabile alla pioggia, forte o meno forte che sia, non reagirebbe come accaduto in questi giorni: frane, smottamenti, allagamenti, con i disagi che sono sotto gli occhi di tutti. Il passato anche recentissimo del nostro territorio avrebbe dovuto insegnare che la sua fragilità non va accentuata da irresponsabile edificazione in ogni dove, che le azioni illegittime vanno perseguite e non tollerate (vedasi aperture piste su pendii, occupazione di alvei di fiumare e torrenti e tanto altro), che gli incendi, anche se a bruciare sono “sterpaglie” per i più (che è invece preziosa prateria sub steppica) vanno comunque fermati d’urgenza e che la cronica carenza di vigili del fuoco deve essere risolta una volta per tutte.

Questa volta è toccato alla fascia jonica a sud della città, ma Messina, ogni volta che piove, registra danni incalcolabili, e non dimentichiamoci anche le vittime del disastro precedente (28 settembre 1998). In molti da molto tempo chiedono al Comune la sospensione della variante al PRG alla luce delle nuove norme di tutela ambientale che vigono sul territorio, un’occasione d’oro per ridisegnare la città che a detta di tutti ormai, possiede una previsione urbanistica sovradimensionata. L’amministrazione, anziché rispettare norme nazionali e comunitarie e cogliere con intelligenza l’opportunità data dalla Zona a Protezione Speciale – che certo non impedirebbe di realizzare ciò che realmente serve alla città – si è accanita contro di essa, perdendo ad oggi tempo prezioso e tutti i ricorsi avviati contro di essa. Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, copertura di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Peloritani, monti geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressocchè costanti. Quanto previsto con il ponte, non solo la struttura aerea ma le opere connesse e quelle che si sbandierano da mesi, come compensative, non farebbero che aggravare ulteriormente il già gravissimo dissesto idrogeologico.

Basti pensare alle sole aree di stoccaggio dello smarino (materiale di scavo), previsto in aree di impluvio e in quantità impressionanti, tanto da formare vere e proprie montagne di materiale al posto dei naturali percorsi di scorrimento delle acque meteoriche. La scellerata urbanizzazione della città ha reso questa, una trappola mortale in caso di eventi catastrofici, non solo in caso di pioggia ma anche di sisma. Il capo del Genio Civile, l’ing. Sciacca, ha lanciato ripetutamente l’allarme, chiedendo la sospensione della Variante del PRG e una sua rielaborazione alla luce della gravissima situazione esistente. A tutti gli allarmi lanciati è seguito il silenzio e il proseguo di proclami di nuove e scellerate edificazioni (si pensi al “centro benessere” allo Scoppo, alla cementificazione delle colline, del mare e della costa a Grotte, al Piano particolareggiato di Faro Superiore, villaggio già fortissimamente congestionato e impraticabile, dove si vorrebbero realizzare centinaia di nuovi insediamenti con un aumento della popolazione di circa 3000 abitanti ma l’elenco è infinito), facendo finta che il rischio sismico non esista e che quello idrogeologico sia solo un ricordo del passato.

Messina ha scelto, come economia unica e sola, quella del cemento e delle opere faraoniche, inutili e antieconomiche: un’amministrazione illuminata e attenta alla sicurezza dei cittadini, fermerebbe tutto, compreso il Ponte e deciderebbe di convogliare le maestranze e le economie in una seria riqualificazione ambientale del territorio e dell’edilizia esistente. Un’amministrazione che abbia veramente a cuore la cittadinanza, convoglierebbe risorse umane, professionali ed economiche non solo nel mettere in sicurezza il territorio massacrato irresponsabilmente, ma anche nella verifica antisismica ed eventuale adeguamento, dell’intera città, fermando però il sacco edilizio che continua imperterrito e che aggrava giorno dopo giorno l’instabilità dei pendii, la sofferenza delle fiumare invase da ostruzioni di ogni genere e coperte da asfalto.

Non si può continuare a pensare che non possa piovere più e che bastino muri di contenimento per fermare il dissesto idrogeologico, così come non è pensabile continuare a pianificare in modo illogico la città, costruendo ovunque, e costringendo i cittadini a vivere in una trappola mortale, per evitare la quale si immaginano ulteriori nuovi scempi che aggraverebbero ulteriormente la situazione già oggi drammatica.

Si colga l’allarme lanciato dal genio civile e si fermi tutto, si investa in ciò che rende più sicura e civile la vita a Messina, senza continuare a pontificare nel senso vero del termine, di ponte e opere connesse e compensative e fantomatici piani triennali che prevedono ulteriori valanghe di cemento Non è sottraendo per sempre suolo ancora naturale costruendoci sopra, non è realizzando siti di deposito di materiale, nuove cave, strade, nuove corsie autostradali che questa città e i suoi cittadini potranno acquisire sicurezza e benessere, ma è attraverso la ricostruzione della qualità ambientale ed edile che si potrà realmente porre fine ai disastri che giungono immancabili, ad ogni pioggia e che potrebbero essere incalcolabili in caso di sisma.

 

Nota. Questo documento è stato scritto dalla Rete No Ponte una settimana prima della tragedia del 2 ottobre

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.