Un omaggio a chi ha speso la vita per la giustizia e la verità. Il prete Pino Puglisi, il giudice ragazzino Rosario Angelo Livatino, i giornalisti Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Mauro De Mauro. Il magistrato Alberto Giacomelli. Tutti uccisi a settembre per mano mafiosa. Le loro storie, per non dimenticare

     

Scritto da Anna Foti

MAURO ROSTAGNO – giornalista, ucciso a Lenzo di Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988

Le maglie di una vicenda si infittiscono ed oltre alle trascorse indagini delle procure calabresi, tra cui anche quella reggina, anche quelle del sostituto procuratore di Palermo, Antonino Ingroia, titolare delle indagini sull`omicidio di Mauro Rostagno. Si tratta dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi. Il sociologo e giornalista trapanese di Radio Tele Cine rimane freddato da quattro colpi di fucile calibro 12 e due di pistola calibro 38, il 26 settembre 1988, per le continua denunce di intrecci tra cosa nostra, politica e massoneria. Lo stesso Ingroia ha, infatti, asserito che la matrice mafiosa del delitto Rostagno non esclude che vi siano altre convergenze e ha ricordato che diverse sono state le conferme circa il filmato che Mauro avrebbe girato all`aeroporto militare dismesso di Trapani. Qui puntualmente il posto di cibi e medicinali scaricati da una pancia di aereo veniva occupato da un carico di armi destinate alla Somalia. Giunto a destinazione nel porto di Bosaso, si eseguiva l`accordo. Dietro una baraccopoli atterrava una aereo mentre una gru sollevava dalla stiva del peschereccio Kaloa una rete colma di bidoni poi caricati su un furgone. Su di essi un triangolo giallo con un teschio e le ossa incrociate. Non c’è dubbio. Rifiuti tossici. Quel filmato all`aeroporto Kinisia di Trapani era una prova inconfutabile di traffici di scorie e armi, coperti da una campagna di aiuti umanitari. Una prova di tradimento perchè lui conosceva le persone che muovevano le fila di questo traffico dalla sua città alla Somalia. Una prova che doveva scomparire, e così fu dopo il suo omicidio. Le videocassette furono portate via dall`auto insanguinata e dalla sua scrivania in redazione. Erano immagini incandescenti come quelle girate in Somalia, al porto di Bosaso ed aventi a oggetto questa volta il peschereccio Kaloa. Siamo nel 1994. L`equipaggio è cambiato, ma non il contenuto del carico e a fare le riprese è Miran Hrovatin accompagnato da Ilaria Alpi. Neanche il tempo di girare e giunge chiaro e inequivocabile l`ordine di consegnare la cassetta. E` il 20 marzo, il più crudele dei giorni per Ilaria e Miran. Come quella notte a Trapani nel 1988 per Mauro. Come ogni istante il cui la violenza e il sangue soffocano la verità. 

PINO PUGLISI – prete, ucciso a Palermo il 15 settembre 1993

 “La mafia è forte ma Dio è onnipotente”. Rimane questo a Brancaccio, quartiere di Palermo che ha dato e tolto la vita a Padre Pino Puglisi, divenuto il simbolo di una Chiesa apertamente impegnata a favore della legalità e della giustizia illuminate dalla fede e coraggiosamente schierata contro l’ignoranza che favorisce la prevaricazione mafiosa. Era il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, quando la missione di educatore delle coscienze, la vita dedicata al recupero dei giovani già intrappolati nelle maglie della criminalità mafiosa di don Puglisi veniva barbaramente stroncata. Là in quella stessa borgata palermitana che, in quello stesso giorno del 1937, gli aveva dato i natali, oggi non resta che un ricordo. È la triste e amara considerazione che si evince dalle parole di Suor Carolina Iavazzo, che accanto a Padre Pino Puglisi combattè Cosa Nostra attraverso l’esperienza di ascolto e accoglienza dei giovani del quartiere palermitano. “Era un padre devoto ma deciso. Osservato dagli uomini d’onore della zona, non temette mai per la sua vita”, ricordava suor Carolina. Nelle sue parole, un ritratto sobrio ma esemplare di un padre che guardò senza veli il proprio tempo, abbracciando con dedizione la croce di essere una profeta di pace in una terra di sangue. “Invitava i giovani alla responsabilità, – ha proseguito suor Carolina – alla scelta della strada bianca della rettitudine e dell’onestà e alla rinuncia tenace e convinta a quella nera del crimine e del sopruso e a quella grigia dell’indifferenza e della viltà”. Un destino spezzato, quello di don Puglisi, che ha lasciato il segno in quanti lo hanno conosciuto. Un esempio di santità posta al servizio di una piaga sociale che non risparmia i giovani, colpendoli e privandoli di prospettive sane. Umili origini per un uomo che ha scritto pagine coraggiose nella storia della Chiesa e della Sicilia. Nato da un calzolaio e una sarta, ha inaugurato il centro Padre Nostro a Brancaccio, offrendo ai giovani e alle famiglie del quartiere un solido punto di riferimento. Un gesto concreto di profondo radicamento nel territorio e di accoglimento di bisogni e problemi. Era il 29 gennaio 1993, solo pochi mesi prima che fosse ucciso dalle forze tutt’altro che oscure che egli non temette mai di guardare a viso aperto. “Più che uccidermi non possono fare”. Così Padre Pino Puglisi, rispondeva a coloro che lo invitavano alla prudenza quando sfidava i mafiosi. Dunque non aveva paura della morte perché era troppo più importante onorare la vita da liberi e da persone capaci di scelte decise e trasparenti e non incerte ed apparenti. Tutti perdiamo il nostro corpo e ciò che ci distingue è come spendiamo la nostra vita. Dunque scegliere da che parte stare e starci. Don Puglisi lo fece fino in fondo.    

ROSARIO ANGELO LIVATINO – “giudice ragazzino”, ucciso ad Agrigento il 21 settembre 1990

Corretto e incorruttibile. Lucido e coraggioso. Un uomo delle Istituzioni di cui essere fieri, orgogliosi. Per questo è stato freddato, alla sola età di trentotto anni, lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, al chilometro 10, dove oggi è riposta una stele commemorativa. Senza scorta, è stato trucidato dalla Stidda agrigentina sul viadotto Gasena, mentre si recava in Tribunale per giudicare i boss di Palma di Montechiaro. Proprio nei giorni scorsi, il tribunale di Palermo, su richiesta della DDA, ha proceduto all’arresto di Nicolò Ribisi, secondo gli inquirenti, il nuovo capo della famiglia Montechiaro. Quello di allora era un processo che Livatino aveva istruito quando era sostituto procuratore. Dopo l’attentato, il supertestimone Pietro Ivano Nava ha denunciato ciò che aveva visto, consentendo l’individuazione del commando esecutore –  Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro – e dei mandanti – Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti –  tutti condannati all’ergastolo, eccetto quelli hanno collaborato. Prima di Livatino, Canicattì, in provincia di Agrigento, ha pianto anche il presidente della Prima Sezione della Corte d`Assise d`Appello di Palermo Antonino Saetta, trucidato unitamente al figlio Stefano il 25 settembre 1988, in un agguato mafioso sempre sulla SS 640 AG-CL, sul viadotto Giulfo.

Entrato giovanissimo in magistratura Rosario Angelo Livatino, conosceva i segreti dei clan; si occupò di quella che si sarebbe rivelata come la Tangentopoli Siciliana e utilizzò, nella sua attività di contrasto alla criminalità organizzata, anche l’aggressione ai patrimoni mafiosi attraverso la confisca solo da alcuni anni introdotta nel sistema legislativo italiano. La figura di Rosario Livatino è cara non solo alle istituzioni per lo spessore umano e professionale e per il tributo pagato nella lotta alla mafia, ma è caro anche alla Chiesa. Pare infatti che possedesse particolari capacità. Fu definito da Papa Giovanni Paolo II «martire della giustizia ed indirettamente della fede». Lui che in diverse occasioni ha parlato di Fede e Diritto non in termini di antinomia ma in termini di armonia, come in questo suo scritto: “Contrapporre i concetti, le realtà, le entità della fede e del diritto può dare di primo acchito l`ìmpressione, l`idea di una antinomia, di una contrapposizione teorica assolutamente inconciliabile; l`una, espressione della corda più intima dell`animo umano, dello slancio emotivo più genuino e profondo, dell`adesione più totale ed incondizionata all`invisibile e, in fondo, all`irrazionale; l`altra invece frutto, il più squisito, della razionalità, della riflessione, della gelida ed impersonale elaborazione tecnica- l`idea quindi dì due aspetti della vita umana del tutto autonomi e distinti fra loro e, come tali, destinati a manifestarsi e ad evolversi senza alcun contatto o reciproca interferenza: estranei l`uno all`altro. Un`idea che pare trovare, sempre ad un primissimo e superficialissimo esame, eco nel tenore letterale del l` articolo del nuovo Concordato: «La Repubblica Italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.» Così invece non è quella che abbiamo definito come prima impressione è una errata impressione perché, alla prova dei fatti, queste due realtà sono continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile”.

MAURO DE MAURO – giornalista, scomparso a Palermo il 16 settembre 1970

Cronista dell`”Ora” di Palermo, rapito sulla via del ritorno a casa la sera del 16 settembre del 1970. Da allora il buio attorno al sequestro del giornalista, forse ad un passo dal rivelare il piano insurrezionale di alcuni suoi ex colleghi della Decima Mas e di esponenti di Cosa Nostra e Ndrangheta, il cosiddetto Golpe Borghese. Forse vicino a scrivere alcuni articoli sulla famiglia Bontade. Forse a conoscenza dei luoghi prediletti per i traffici di cocaina su cui indagava il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, anch`egli una vittima di settembre (Palermo, 3 settembre 1982). Forse, ma è una tesi minoritaria, per quanto scoperto circa il fondatore dell`Eni, Enrico Mattei morto in quel frangente. Quella sera, comunque, è la fine della vita di Mauro De Mauro il cui corpo, non ancora trovato, potrebbe essere stato seppellito, come dichiarato dal pentito Gaetano Grado (Tanino occhi celesti), presso il fiume Oreto nel palermitano, poi disseppellito per essere sciolto nell`acido nel 1978, come dichiarato dal pentito Francesco Marino Mannoia. Intanto nel 2005 arriva il rinvio a giudizio, chiesto e ottenuto dai pm Antonio Ingroia e Gioacchino Natoli, di Totò Riina, come mandante del rapimento e dell`omicidio che potrebbe essere stato eseguito da Bernardo Provenzano. Occorre precisare che sono trascorsi già i tempi del Triumvirato e, morti Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, Totò Riina, sostituito Luciano Liggio forse latitante a Catania, è al vertice di Cosa Nostra. 

Un falso squarcio di luce si fa strada lo scorso anno quando si suppone che Mauro di Mauro, rapito in Sicilia, fosse stato sepolto in Calabria. E` il pm antimafia di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, a disporre, 38 anni dopo il sequestro De Mauro, la riesumazione di un cadavere. Si trattava dell`ipotesi, poi smentita, secondo la quale i resti del cadavere riposto nel cimitero di Conflenti, nel lametino, fossero del giornalista siciliano piuttosto che del boss Salvatore Belvedere, arrestato nel 1969 per contrabbando di sigarette e fintosi morto dal 1970 dopo essere evaso dal carcere di Nicastro insieme a Michele Montalto, Carmelo Filleti e Pino Scriva (primo pentito della Ndrangheta). Invece il boss non è mai morto ed è latitante all`estero e nella sua tomba sono stati rivenuti sei scheletri e ossa sparse su molte delle quali non è stato  neanche possibile effettuare delle analisi. Uno scambio tra Ndrangheta e Cosa Nostra. A dirlo sono stati il cognato del boss lametino, Tonino De Sensi, e i pentiti calabresi Pino Scriva e Massimo De Stefano. A sostenerlo fu il capo della Mobile catanzarese, poi questore di Cosenza e di Crotone, Raffaele Gallucci, autore di un`informativa che già nel 1978 poneva qualche dubbio sull`attribuzione a Salvatore Belvedere del cadavere trovato carbonizzato e ritrovato nell`aprile del 1971 sulle colline di Lamezia e poi sepolto a Confluenti. Di questo e di altro scrisse il giornalista della Gazzetta del Sud, Arcangelo Badolati nel suo volume “Ndrangheta eversiva” in cui si scava anche in un altro mistero degli anni Settanta, di cui ha raccontato anche Fabio Cuzzola nel sui libro-inchiesta “Cinque anarchici del Sud”. Si tratta dei ragazzi della “baracca”, i cinque anarchici calabresi – Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annelise Borth –  morti il 27 settembre del 1970 sull`autosole alle porte di Roma. Avrebbero dovuto consegnare un delicato rapporto sulla strage ferroviaria della Freccia del Sud e del suo deragaliamento a Gioia Tauro. Una strage archiviata dagli inquirenti che invece avrebbe potuto essere frutto dell`esplosione di una bomba nell`ambito dello stragismo nero. Forse le rivelazioni contenute in quel dossier, che avevano con loro in macchina prima dell’incidente sull’A1 e che non fu mai trovato, potevano contenere le stesse informazioni dirompenti che Mauro De Mauro avrebbe dovuto svelare nel suo reportage giornalistico. Informazioni affogate nel sangue che un silenzio ha ingoiato ormai da quasi quarant`anni.

GIANCARLO SIANI – giornalista, ucciso a Napoli il 23 settembre 1985

E` invece la Camorra  a stroncare la vita di Giancarlo Siani, originario dei quartieri del Vomero, attento osservatore delle fasce sociali più  emarginate dove si annidava la principale manovalanza della criminalità  organizzata. Collaboratore dell`Osservatorio sulla Camorra, corrispondente da Torre Annunziata per il Mattino di Napoli, fu qui che intraprese le sue inchieste più impegnative in particolare su Valentino Gionta e sul contrabbando di sigarette.  Ma quell`articolo del giugno 1985, in cui accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Riina, e il clan Bardellino di aver voluto estromettere Valentino Gionta, arrestato proprio dopo aver lasciato la tenuta nel napoletano di Lorenzo Nuvoletta, fu fatale. La sentenza di condanna per i responsabili del suo omicidio arriverà dopo 12 anni con la comminazione dell`ergastolo a carico di Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta e Luigi Baccanti, mandanti, e di Ciro Cappuccio e Armando Del Core, gli esecutori.  

ALBERTO GIACOMELLI – magistrato, ucciso a Trapani il 14 settembre 1988

Non solo le redazioni, ma anche le aule del tribunale, profanate dalla mano della mafia. Alberto Giacomelli permessosi di  applicare la legge e di confiscare le proprietà di un Riina, è stato ucciso in via Falconara di Locogrande. Un delitto di mafia che per lungo tempo fu considerato commesso da malviventi che a duecento metri di distanza dalla panda avevano lasciato una vespa, un casco e, a cinque metri da un cassonetto dei rifiuti, la calibro 38 che aveva esploso due colpi alla testa e all`addome di Alberto Giacomelli. Una sentenza del 28 gennaio 1985 con cui disponeva la sorveglianza speciale per Gaetano Riina, fratello di Totò, e la confisca dei suoi beni immobili siti a Mazara del Vallo di cui lo stesso “fratello du zu Totò” tentò di restare in possesso ma senza successo. Questa la colpa del giudice Giacomelli. Un attacco al patrimonio che scatenò l`ira di Totò che nella mattanza di quegli anni inserì anche il nome del giudice che aveva arrecato danno alla sua famiglia. Intanto il rischio di oblio è sempre più concreto come anche le innumerevoli criticità della legge sulla confisca dei beni e la potenza della mafia imprenditoriale nel trapanese, controllata da Mariano Agate attualmente in carcere.

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