Migliaia di persone hanno perso la vita nel tentativo di superare la frontiera Sud della “fortezza Europa”. Saranno molte di più nei prossimi anni, grazie agli accordi con i regimi nordafricani ed alle politiche di respingimento, culminate nei casi Cap Anamur e Pinar. Intanto il Meridione italiano è diviso tra tentativi di accoglienza, tentazioni assistenzialiste, pattugliamenti di frontiera e slanci di generosità

     

Scritto da Anna Foti

Migliaia di persone, per l`esattezza 14.661,  hanno perso la vita negli ultimi vent’anni al confine con l’Europa. 6.327 risultano disperse.

Oltre 10 mila tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, circa 4 mila nel Canale di Sicilia tra Libia, Tunisia, Malta, Italia ed Egitto. Non siamo in trincea ma alla frontiera e la guerra che si combatte non è quella delle armi ma quella dei diritti negati a chi magari dalla guerra sanguinosa fugge senza però poter chiedere asilo ad un paese che si professa civile. Migranti. Naufraghi, vittime di incidenti stradali, di stenti nel deserto, di esplosioni nei campi minati della Grecia o di abusi da parte della polizia libica o dell’esercito turco. A raccogliere questi allarmanti dati su chi perde la vita mentre lotta perché essa stessa sia dignitosa, è Fortress Europe, la rassegna stampa che dal 1988 costituisce la memoria delle vittime di frontiera.

 

In un momento storico in cui il nostro Paese stringe accordi con il paese che non rispetta i diritti umani, tra cui anche quelli dei migranti, proprio per la gestione dell’immigrazione irregolare e festeggia l’arrivo del suo leader Gheddafi, Fortress Europe con l’adesione della sezione italiana di Amnesty International manifesta il proprio dissenso con lo slogan provocatorio “Io non respingo”. In un momento storico in cui l’UE si limita a criticare l’Italia per i numerosi respingimenti (nel 2008 sono stati migliaia le persone respinte da Lampedusa come da Venezia nonostante le provenienza da aree di conflitto, oltre 500 persone di recente quelle respinte verso la Libia e senza valutare i singoli casi), la celebrazione della Giornata Internazionale del Rifugiato (20 giugno), istituita dall’Onu nel dicembre del 2000, ha registrato una notevole partecipazione ad iniziative nazionali dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) e ad iniziative locali.

 

Anche a Reggio Calabria una folta rete di associazioni ha presenziato la mattina a Rosarno, dove la situazione dei migranti è aggravata dallo sfruttamento lavorativo e dalle condizioni di vita disumane. Nel pomeriggio la manifestazione si è spostata nel centro cittadino per sensibilizzare sul tema dell’immigrazione attraverso la campagna nazionale e trasversale contro la discriminazione “Non aver Paura”. Una nota positiva che non risolve il problema, ma consente di intravedere una prospettiva differente.

 

Un’altra significativa nota concreta si intona in Calabria a Riace, comune reggino guidato da Domenico Lucano, la cui esperienza di accoglienza di migranti e di solidarietà offerta anche per la gestione degli sbarchi di Lampedusa, unitamente ai comuni di Caulonia e Stignano, costituisce una impedibile lezione di civiltà e di speranza. Una prassi virtuosa che la Calabria vorrebbe diventasse la regola. Alla fine del mese di maggio, su proposta della Giunta Loiero, la massima assemblea regionale calabrese ha approvato all’unanimità la legge che finanzierà progetti presentati da Comuni, Province, Comunità Montane e altre istituzioni con il fine di favorire l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. A completare il quadro, uno stanziamento iniziale di 50 mila euro.

 

Una politica di accoglienza potrebbe rappresentare l’unica soluzione per queste persone che rischiano la vita per sopravvivere e per quanti credono che queste persone abbiano solo colpe e non diritti. Una politica di accoglienza forse renderà l’Italia meno irresponsabile nei confronti dei migranti e meno irrispettosa nei confronti delle convenzioni Internazionali che viola laddove respinge senza accertare che non vi siano i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e laddove non garantisce una procedura e un’indagine della situazione personale approfondita. Purtroppo il panorama internazionale non è roseo: anche la Grecia, la Turchia, la Spagna, come denunciato da Amnesty International, non si distinguono per il rispetto dei diritti dei migranti.

 

Ma la questione riguarda tutta l’Europa e tutti i paesi dell’Ue che, non direttamente colpiti dagli sbarchi, non si ritengono responsabili. L’ultimo episodio è del mese di aprile quando 153 migranti soccorsi in mare da una nave turca, la Pinar, sono rimasti al largo senza che né il governo maltese né quello italiano autorizzassero l’attracco al porto. Una questione di competenza sfociata in un empasse diplomatico che ha indotto l’Italia a cedere ma solo dopo tre giorni di discussione, mentre oltre 150 persone attendevano in mare di conoscere dove sarebbero potuti sbarcare. La Commissione Europea che avrebbe dovuto pronunciarsi sulla vicenda, pare abbia differito la decisione. Invece è prevista per fine luglio la sentenza di primo grado del tribunale di Agrigento relativa alla vicenda della nave tedesca Cap Anamur che nel 2004, dopo aver soccorso 37 migranti nel canale di Sicilia, rimase in mare per tre settimane prima di poter attraccare a Porto Empedocle.

 

Grande risonanza mediatica ebbe la vicenda. Il comandante Stefan Schimdt e il suo secondo Elias Bierdel furono incriminati dagli agenti di polizia e da autorità militari per agevolazione dell’immigrazione clandestina nel processo iniziato nel novembre 2006. Si sostenne che avessero agito per profitto personale e non per finalità umanitarie nonostante, come fu accertato da Chritopher Hein del Consorzio Italiano per i Rifugiati (CIR), i migranti a bordo avessero formalizzato la volontà di richiedere asilo. La pubblica accusa ha chiesto quattro anni di reclusione con una multa di quattrocentomila euro. Eppure lo sbarco in un porto sicuro con diritto ad una temporanea ammissione per motivi di pubblico soccorso era, ed è, garantito anche dalla legge nazionale.

 

Anche in quel caso la questione esplose poiché la nave tedesca, che si dirigeva in Iraq trasportando aiuti umanitari, aveva soccorso i 37 migranti africani in acque maltesi. Ci sono, infatti, sempre questioni prioritarie rispetto alle persone e ai diritti di cui sono titolari. Ecco perché tre settimane di attesa e diatribe diplomatiche. E siamo in Europa!

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