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Ponte sullo Stretto e mucche da mungere. Una ipotesi originale

Le “grandi opere”, i servizi di pubblica utilità come la gestione di acqua e rifiuti, i trasporti, persino l’economia dei disastri e delle guerre dall’Africa al Medio Oriente sono le nuove “mucche da mungere”, costruite o gestite con denaro pubblico o garantito dallo Stato, ma pensate per portare profitto ai privati con operazioni ad alto rischio ed inutili per i cittadini. Il libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere” propone un nuovo approccio per movimenti e società civile

     

Scritto da Redazione terrelibere.org

Il libro

Cosa hanno in comune il Ponte sullo Stretto, una diga in Lesotho, la gestione dell’acqua in Calabria, i cumuli di rifiuti nel centro di Napoli, le razioni di pollo per i soldati in Afghanistan ed un hotel extralusso a Kartoum con vista sulle capanne di fango inondate dal Nilo? Perché parliamo di “mucche da mungere”?
Lo spiega un libro di impostazione originale, non dunque il “solito” testo sul Ponte, di quelli che trattano delle argomentazioni “contro” oppure “a favore”, riprendendo più o meno gli stessi argomenti: non si parla infatti né di rischi sismici, di famigerate “infiltrazioni” criminali, delle sofferenze inflitte alla flora ed alla fauna, di nostalgie sul paesaggio o di problemi di carattere ingegneristico. Né troverete un confronto di opinioni, o materiale utile alle diatribe da talk show.

Il libro propone invece un’analisi economico-politica e sostiene una tesi che parte dal presupposto degli “interessi discordanti” e della necessità di un loro riequilibrio.  “Dietro” il Ponte ci sono degli interessi materiali, ed è normale che sia così. Non è invece normale che altrettanto non avvenga per il “No Ponte”, che al momento è soprattutto una lotta di valori e idealità. Se da un lato abbiamo infatti la lobby dei “contraenti generali”, dall’altro troviamo una cittadinanza privata di volontà, derubata dei propri diritti, stordita dalle tecniche della propaganda televisiva e dalle trovate violente della shock economy.

La terza fase

Dopo la fase della prevalenza dello Stato, caratterizzata dal welfare e dalle politiche keynesiane, dopo l’ondata del neoliberismo si entra oggi nel periodo delle PPP (Partnership Pubblico Privato), in cui il “pubblico” ha il compito di drenare risorse dalla collettività al privato, o meglio ai pochi soggetti che corrispondono appunto ai famigerati contraenti generali.
Questa teoria di base è verificata da una serie di ricorrenze, esemplificate nei casi – studio che corrispondono ai rispettivi capitoli: il Ponte sullo Stretto (Impregilo), la gestione dell’acqua in Calabria (Veolia), quella dei rifiuti in Campania (ancora Impregilo), l’economia di guerra in Afghanistan e Iraq (Halliburton e Blackwater), la diga in Lesotho (sempre Impregilo), infine il “cinque stelle” costruito nella poverissima capitale del Sudan (CMC). Sono tutti esempi di una nuova strategia, l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che “mungono” i profitti di attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici.

E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte alla cittadinanza. E’ l’economia dei disastri e delle guerre, dove ritorna da protagonista assoluto l’intervento dello Stato, che fino a poco tempo era il peggiore dei mali, un autentico tabù. Gli interventi odierni, tuttavia, non sono di carattere keynesiano: non sono finalizzati alla redistribuzione del reddito ed al rilancio dei consumi ma finiscono semplicemente per aumentare il differenziale sociale.
A questo si aggiunge la finanziarizzazione, l’ipoteca posta sul futuro, la collettivizzazione del rischio d’impresa. Il Ponte sullo Stretto può diventare un crack finanziario, una bolla speculativa pagata da tutti i cittadini: si generano debiti che verranno trasferiti sulle generazioni a venire, perché l’investimento privato sarà comunque garantito dallo Stato e pagato da tutti i cittadini.

Egoisti e provinciali

Il libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere” prova a raccontare una storia diversa. Scheda dopo scheda, paese dopo paese, esempio dopo esempio capiremo che la questione, in realtà, è una sola. I “movimenti di protesta territoriali”, spesso definiti no global, etichettati come egoisti e retrogradi, hanno avuto la “lucida follia” di comprendere il “grande inganno” delle politiche di privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici, di pubblicizzazione del costo, di distruzione ambientale e sociale, della shock economy che trae profitti dai disastri naturali o creati dall’uomo, come le guerre.


E’ vero che alcune componenti dei movimenti rischiano di
impantanarsi nei dibattiti senza uscita sulla “difesa del territorio”, sulla “conservazione del paesaggio” (spesso, come accade nello Stretto, già abbondantemente deturpato), sui “pericoli per la salute” di nuovi tracciati, inceneritori o installazioni militari.
Ma è pure vero che solo questa area politica ha evidenziato con chiarezza il “grande inganno” delle politiche di privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici e di pubblicizzazione del costo, di distruzione ambientale e sociale; ha teorizzato la nuova shock economy che trae profitti dalle guerre e dai disastri naturali; ha spiegato che le “grandi opere” non sono occasioni di progresso ma nuove invenzioni per aumentare il “differenziale sociale”, ovvero l’eterno scarto tra il ricco ed il povero, a cui vengono negati i servizi essenziali e le garanzie sindacali.

In questo modo non esiste primo e terzo mondo: il Ponte sullo Stretto di Messina, i rifiuti in Campania, l’acqua in Calabria e persino una infrastruttura inutile in Lesotho o addirittura un “cinque stelle” nel poverissimo Sudan sono in grado di generare straordinari profitti al pari di interventi analoghi nelle zone ricche; anzi, forse di più. Il Medio Oriente o l’Africa sono terreni ideali per l’economia della guerra (armamenti, basi, logistica) e della ricostruzione (appalti, sicurezza). Purtroppo per gli esterofili italiani, non potremo risolvere brevemente la questione piangendo la nostra anomalia e sospirare agli esempi che arrivano da oltreconfine. Le multinazionali che citiamo sono francesi, spagnole, inglesi, tedesche. I mostri della ricostruzione in zona di guerra sono statunitensi. I conflitti d’interesse sono la norma, così come le pratiche di corruzione. I crimini contro l’ambiente e l’umanità commessi dalla prima potenza mondiale non saranno giudicati da alcuna Procura. Parliamo quindi di un problema squisitamente politico, che non può essere affrontato con sguaiati appelli a sanare l’anomalia nazionale.

Occorre invece togliersi l’etichetta di “popolo del no” e lavorare, molto banalmente, per un intervento pubblico rivolto alle esigenze della collettività ed alla salvaguardia dei beni comuni e per la realizzazione di  servizi pubblici ed infrastrutture di prossimità.

Luigi Sturniolo (a cura di). Ponte sullo Stretto e mucche da mungere – Grandi infrastrutture, servizi pubblici e bolle speculative, terrelibere.org edizioni, Messina – Catania 2009. Interventi di Luigi Sturniolo, Peppe Marra, Antonello Mangano, Stephanie Westbrook, Giuseppe Sottile. Pagine 104. ISBN: 9788890381720

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