In Kivu, nella regione est del Congo, è stata lanciata l’operazione militare Kimya II dalle forze armate della Repubblica democratica congolese e dalla missione delle Nazioni Unite. L`obiettivo è respingere i ribelli ruandesi, stabiliti oltreconfine dopo la fuga degli estremisti Hutu durante il genocidio ruandese. Una testimonianza diretta da un territorio dimenticato e senza pace

     

Scritto da Donatella Rostagno

Mi sono trovata in Kivu, la regione dell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) nel momento in cui è stata lanciata l’operazione militare Kimya II (Kimya = “calma” in lingala), delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) e della Missione delle Nazioni Unite in Congo (MONUC). L’obiettivo dell’operazione è quello di cacciare i ribelli delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) dal nord e sud Kivu, che si sono stabiliti in questa regione in seguito alla fuga degli estremisti Hutu dopo il loro coinvolgimento nel genocidio ruandese del 1994. Kimya II prevede il dispiegamento di circa 16.000 soldati congolesi ai quali la MONUC dovrebbe fornire l’aiuto logistico, il trasporto e il sostegno strategico.

L’operazione non è stata messa in piedi per creare pesanti scontri militari ma piuttosto per far pressione sulle FDLR e forzarle ad abbandonare le armi. La popolazione del Kivu ne è estremamente preoccupata. Il dispiegamento delle forze avviene nel momento in cui la popolazione stende il suo bilancio dell’operazione comune ruando – congolese “Umoya Wetu” 1 che ha lasciato sul terreno centinaia di morti e migliaia di sfollati e che è stata considerata dal popolo del Kivu come un grande fallimento. Le prime nefaste conseguenze di Kimya II sono effettivamente già visibili. Si contano già più di 100 000 sfollati nel sud del Kivu, luogo che probabilmente vedrà l’acuirsi della situazione umanitaria e quindi ulteriori sofferenze per un gran numero di civili non appena Kimya II inizierà nella provincia.

Il piano contingente delle organizzazioni umanitarie in Sud Kivu si basa sul possibile movimento di circa 400000 ulteriori sfollati. In molti villaggi i civili sono vittime di sopraffazioni e violenze: le loro case vengono incendiate dopo esser state saccheggiate per non parlare del numero di persone (soprattutto donne e bambini) che sono stuprate e uccise. Le FDLR infliggono delle punizioni collettive ai civili che sono visti come collaborazionisti con il governo congolese e quindi responsabili indiretti dell’ideazione dell’operazione Kimya II. Al tempo stesso, l’esercito congolese, in cui alcune brigate non sono pagate da dicembre 2008 rimettendo in discussione i risultati ottenuti grazie al processo di «brassage» dei gruppi armati che si è tenuto alla fine del 2008, si vendica attaccando i civili.

In questo quadro, la mancanza di fiducia nella MONUC, il cui mandato le impone di proteggere i civili, continua ad essere la causa di fughe preventive della popolazione che si rifugia nei campi sfollati per non restare nelle proprie case in balìa dei militari. Credo di poter constatare un certo numero di problemi che avranno con certezza delle conseguenze negative sulla sicurezza della gente nel sud e nel nord Kivu.

Nessuno sembra occuparsi veramente dei militari e delle loro famiglie che li seguono e che sono abbandonate a se stesse (ho visitato un campo in cui risiedono le famiglie dei militari che vivono in condizioni degne del peggiore campo di sfollati: le autorità locali non se ne prendono cura e le ONG umanitarie internazionali non possono dare loro aiuto a causa del fatto che sono famiglie di militari). Gli amministratori dei territori non sono apparentemente a conoscenza delle operazioni che devono tenersi nei loro territori, cosa che impedisce una reale collaborazione tra i militari e le autorità locali. In seguito all’operazione comune ruando-congolese «Umoya Wetu», le FDLR si erano disperse nel territorio e in seguito ricostituite alla fine dell’operazione. Al loro ritorno hanno esercitato una violenza senza precedenti sulla popolazione e un’azione di vendetta nei suoi confronti. Ci si chiede cosa possa ancora succedere in seguito a una nuova operazione militare!

Per quanto riguarda la MONUC che dovrebbe assicurare la protezione dei civili, non sembra sempre essere al corrente dei piani militari delle FARDC, cosa che non fa che peggiorare le condizioni di sicurezza nelle zone dei combattimenti.  Esistono però dei segni positivi e rassicuranti. La MONUC ha creato dei Joint Protection Teams (JPT) costituiti dallo staff delle sezioni civile, diritti umani, affari politici e DDRRR (Disarmo, Demobilizzazione, Rimpatrio, Reintegrazione e Reinstallazione). Il loro ruolo è quello di recarsi per alcuni giorni nei villaggi remoti e nelle zone ad alta insicurezza per parlare con i civili, i leader locali, la polizia e gli sfollati. Le informazioni raccolte dovrebbero permettere loro di creare dei meccanismi di protezione della popolazione, comunicando i risultati delle inchieste alla MONUC e all’esercito congolese. Perché i JPT possano essere realmente efficaci bisognerebbe che il loro mandato sia esteso a un periodo di permanenza più lungo nelle zone ad alto rischio, e bisognerebbe che le loro analisi siano prese seriamente in considerazione dall’esercito.

Ma, soprattutto, non bisognerebbe dimenticare che una soluzione
puramente militare al problema delle FDLR non è né desiderabile né realistica. Prima di imbarcarsi in una strategia ad alto rischio centrata sull’azione militare, i governi regionali e i loro alleati internazionali dovrebbero investire seriamente nelle strategie non militari alle quali hanno dichiarato in passato il loro sostegno, e delle quali nessuna ha ricevuto le risorse adeguate per un lasso di tempo credibile. Si tratta, per esempio, degli sforzi per massimizzare le defezioni volontarie, soprattutto dei membri giovani della milizia che costituiscono in realtà, la maggior parte dei membri delle FDLR. Il dialogo politico rimane la condizione necessaria per una reale pacificazione e stabilizzazione dell’est del Congo.

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Redazione terrelibere