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Noi non respingiamo

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Noi non respingiamo. Non respingiamo verso l’inferno libico e non respingiamo verso i ghetti dell’esclusione sociale come sta facendo in questi mesi il governo italiano. Le politiche segregazioniste agevolano lo sfruttamento e il lavoro clandestino, fino a casi sempre più gravi di vera e propria schiavitù. Noi difendiamo le libertà democratiche ed i diritti sociali per tutti, cittadini e migranti, come condizione imprescindibile per garantire sicurezza.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

La difesa dei diritti fondamentali dei migranti, la lotta contro tutti i generi di discriminazione, anche istituzionale, ed il rispetto dei trattati internazionali, del diritto comunitario e della Costituzione italiana che riconoscono il diritto di asilo e la protezione internazionale dei rifugiati, sono strumenti essenziali per garantire la legalità e la sicurezza di tutti. Le scelte liberticide e proibizioniste dei governi che chiudono ai migranti le vie di ingresso legale ed effettuano respingimenti collettivi, vietati a livello internazionale,  verso i paesi che non rispettano i diritti dell’uomo, ed in particolare il diritto di asilo, costituiscono un regalo fatto alle mafie che speculano sulla domanda di mobilità delle persone, con frequenti collusioni tra le organizzazioni criminali e le autorità che nei paesi di transito sono preposte ai controlli di frontiera. L’atteggiamento di apparente impegno ma di sostanziale impotenza delle istituzioni comunitarie rischia di lasciare andare fuori controllo le politiche espulsive e discriminatorie degli stati più esposti, come la Polonia, la Romania, la Slovenia, la Grecia, l’Italia.

Noi non respingiamo. Non respingiamo verso l’inferno libico e non respingiamo verso i ghetti dell’esclusione sociale come sta facendo in questi mesi il governo italiano. Le politiche segregazioniste agevolano lo sfruttamento e il lavoro clandestino, fino a casi sempre più gravi di vera e propria schiavitù. Noi difendiamo le libertà democratiche ed i diritti sociali per tutti, cittadini e migranti, come condizione imprescindibile per garantire sicurezza.
Nel pacchetto sicurezza sono previste misure, come la reintroduzione del rato di oltraggio a pubblico ufficiale che, per come saranno rimesse alla discrezionalità dell’autorità di polizia, ridurranno le garanzie di libertà di tutti, cittadini e migranti. Altre norme aggraveranno la posizione di chi è costretto ad occupare una casa o uno spazio sociale spinto dal bisogno. I più esposti a subire sanzioni penali, anche in questo caso, saranno gli immigrati.
Il forsennato attacco all’autonomia della magistratura e la sottrazione dei poteri di indagine prima assegnati all’ordine giudiziario ed affidati adesso all’autorità di polizia, rischia di diminuire l’area del controllo giurisdizionale garantito dalla Costituzione sui provvedimenti amministrativi che limitano libertà fondamentali come la libertà personale, la libertà di manifestazione e di espressione del pensiero.

Con la “Direttiva del Ministro per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili”, del 26 gennaio 2009, si impartivano ai questori istruzioni precise per far regolare dalla polizia le manifestazioni di protesta in luogo pubblico. Eppure, secondo questa direttiva, “ il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato”.
Gli effetti della direttiva si sono avvertiti in tutta Italia, dalle manifestazioni degli operai per la difesa del posto di lavoro alle lotte degli studenti e dei docenti contro la privatizzazione della scuola e della università. In qualche caso si è andato ancora oltre, come a Milano dove ad alcuni rifugiati politici che manifestavano per il riconoscimento dei loro diritti è stato imposto di ritornare davanti alla commissione competente per l’esame delle richieste di asilo, con il concreto pericolo di revoca del loro status, e quindi di espulsione, al di là da quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra e dalle direttive comunitarie in materia di revoca dello status di rifugiato.
Ovunque le “zone rosse” si sono moltiplicate a dismisura, con decisioni unilaterali delle autorità amministrative che hanno contribuito ad una estremizzazione del conflitto sociale, con cariche di polizia in assetto antisommossa ed un uso generalizzato di manganelli e fumogeni. Si sono moltiplicati gli arresti ed i casi di denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e manifestazione non autorizzata. Soprattutto nel caso dei migranti irregolari queste pratiche sono state utilizzate per costringere al silenzio quanti manifestavano per denunciare abusi subiti sulla propria pelle, da Lampedusa a Rosarno, da Castelvolturno a Torino.

Anche gli italiani sono diventati oggetto della discrezionalità amministrativa che stabilisce la condizione giuridica dei migranti, se e come riconoscere una libertà fondamentale, con l’adozione di un provvedimento amministrativo. In qualche caso è bastata una scritta su uno striscione per subire la contestazione del reato di “vilipendio dello stato”. A Palermo, sabato 23 maggio, durante la commemorazione del diciassettesimo anniversario della strage di Capaci,  davanti all’albero Falcone in via Notarbartolo, alcuni agenti di polizia hanno fermato e portato in questura tre lavoratori dei Cobas che esponevano uno striscione presente da anni in tutte le manifestazioni antimafia, con la scritta “LA MAFIA RINGRAZIA LO STATO PER LA MORTE DELLA SCUOLA”. Uno slogan – secondo quanto riferito in un comunicato dei COBAS – che evidentemente voleva sottolineare come la lotta alla mafia deve essere condotta, oltre che sul livello repressivo, anche su quello del miglioramento delle condizioni socio-economiche di una larga parte di popolazione che diviene il bacino di arruolamento e di consenso all`agire malavitoso. Se la scuola pubblica è in prima linea nella lotta contro la mafia, qualunque indebolimento della stessa scuola pubblica, soprattutto in alcune regioni del paese, non può che tradursi in oggettivo favore fatto alla mafia. Difendere la Costituzione ed esercitare un diritto di libertà e di manifestazione può essere considerato oggi un reato.

I tre rappresentanti dei COBAS accompagnati in questura nel pomeriggio di sabato 23 maggio sono stati denunciati per vilipendio allo Stato, resistenza a pubblico ufficiale e per manifestazione non autorizzata, mentre altri gruppi che esponevano striscioni contro i depistaggi nelle inchieste sulle stragi di mafia, o contro il pacchetto sicurezza e le misure annunciate contro i migranti, potevano continuare ad esporre i loro striscioni fino alla fine della manifestazione.
Evidentemente lo striscione dei COBAS toccava un nervo scoperto degli organizzatori e dei rappresentanti istituzionali, dopo che nella mattinata, del 23 maggio caratterizzata da frequenti richiami al nesso tra la scuola e la legalità, diversi ministri tra i quali Maroni e la Gelmini avevano segnato con la loro presenza le manifestazioni ufficiali, alla presenza del Capo dello Stato. Sembrerebbe che l’invito a far ritirare lo striscione dei COBAS sia pervenuto alla polizia dall’associazione della sorella del giudice Falcone, che aveva richiesto le autorizzazioni per la manifestazione. Una manifestazione che non era soltanto commemorativa, neppure nelle intenzioni degli organizzatori, e che è stata ritenuta, da qualcuno, come appannaggio esclusivo di chi la aveva promossa, puntando proprio sul tema della legalità e della scuola, come confermato dalla presenza organizzata di centinaia di giovanissimi studenti fatti arrivare a Palermo da diverse parti d’Italia sulla stessa nave insieme al ministro della pubblica istruzione. 

Nel giorno della commemorazione del giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, non c’era spazio per manifestazioni di protesta che uscissero dal rigido protocollo ufficiale voluto dagli organizzatori che nella mattinata avevano celebrato l’anniversario in una cerimonia blindata nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, alla presenza del Capo dello Stato e di tre ministri, Alfano, Maroni e Gelmini. E si è compreso meglio nei giorni successivi perché “ non era aria”, perché non si doveva “macchiare” la celebrazione ufficiale, che pure aveva richiamato fortemente i temi della scuola e della legalità al punto che vi aveva partecipato il ministro della pubblica istruzione.  
A Roma, qualche giorno dopo, nel corso delle iniziative del G 8 su sicurezza ed immigrazione, nel pomeriggio di venerdì 29 maggio, presso l`Aula Magna della Cassazione, si è svolta una manifestazione alla memoria di Giovanni Falcone, nel decennale dell`avvio dei negoziati che portarono all`adozione della Convenzione di Palermo, primo strumento a carattere universale adottato nel 2000 per la cooperazione nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale. Si è saldata in questo modo la memoria del giudice, che aveva anticipato la necessità di uno strumento transnazionale per la lotta contro il crimine, con la legittimazione dei provvedimenti adottati o incorso di adozione da parte del governo italiano, offerti come esempio ai ministri dell’interno dei paesi del gruppo G 8. Un giorno nel quale la memoria si è mescolata ad un invito preciso rivolto agli altri stati di accentuare la svolta repressiva e la criminalizzazione, soprattutto a danno degli immigrati irregolari, con la scusa della lotta alle tante mafie che gestiscono il traffico degli essere umani. Quegli esseri umani che l’Italia ha respinto e continua a respingere a centinaia verso la Libia, quando in quel paese non sono ancora garantiti i diritti fondamentali della persona a partire dal diritto di asilo.

Si è voluto ripetere quanto già fatto in Parlamento con il disegno di legge sulla sicurezza, nel quale i provvedimenti di contrasto della criminalità mafiosa ( alcuni dei quali necessari ma non ancora sufficienti), sono stati mescolati ad una serie impressionante di norme liberticide nei confronti di tutti i cittadini e discriminatorie nei confronti degli immigrati, come la introduzione del reato di immigrazione clandestina e la tagliola del permesso di soggiorno a punti, che rende più facile, anche per gli immigrati regolari, la perdita del permesso di soggiorno, sulla base di una valutazione meramente discrezionale ed ancora da definire da parte delle autorità amministrative. Una ennesima misura propagandistica, alla vigilia di una importante scadenza elettorale, quando si porta all’estremo l’attacco all’autonomia della magistratura, e si riducono i mezzi e le dotazioni per il funzionamento degli uffici giudiziari e per le attività di indagine da parte della polizia.

La memoria delle vittime della mafia, nel doveroso rispetto del dolore dei congiunti delle vittime, non appartiene a gruppi privati, o ai partiti della maggioranza di governo, ma fa parte della memoria collettiva di tutti i cittadini, che negli anni successivi alle stragi hanno partecipato, a centinaia di migliaia, alle diverse manifestazioni contro la presenza della mafia e dei suoi favoreggiatori nelle istituzioni. Basterà scorrere i giornali ed i libri di storia per verificare come in passato, durante le manifestazioni in onore dei giudici uccisi e delle loro scorte, gli striscioni erano assai più polemici nei confronti delle istituzioni e dello stato, di quello esposto (e sequestrato) a Palermo dai rappresentanti dei Cobas. Ma nessuno si era mai sognato di sequestrarli, o di fermare e denunciare chi li esponeva.
Alcuni migranti, presenti a Palermo il 23 maggio con il loro striscione contro il disegno di legge sulla sicurezza, apparivano sbigottiti della violenza con la quale gli apparati dello stato avevano impedito ad uno sparuto gruppo di cittadini di tenere aperto il loro striscione. Questi comportamenti- ricordavano- erano consueti nei loro paesi nei quali mancava la democrazia, ma non si sarebbero mai aspettati di doverli ritrovare in Italia, paese che avevano sempre guardato come uno stato democratico.

Qualcuno, piuttosto che esaltarsi con puerili esercizi di impegno personale o puntare il dito contro chi esprime un legittimo dissenso, dovrebbe interrogarsi perché oggi alle manifestazioni antimafia partecipano esclusivamente  i rappresentanti istituzionali, gli “addetti ai lavori” e le loro scorte, e solo alcuni soggetti sociali, come gli alunni delle scuole, specificamente invitati ed organizzati. E’ venuta meno la partecipazione spontanea dei cittadini, e quando questa si esprime con toni critici verso il governo, non deve trovare spazio per diffondere il proprio dissenso.
La presenza pacifica di un piccolo gruppo di manifestanti, sotto uno striscione non gradito agli organizzatori, a Palermo lo scorso 23 maggio, è bastata a fare contestare i reati di manifestazione non organizzata e di vilipendio allo Stato, come se esprimere il proprio diritto di critica verso chi vorrebbe gestire le istituzioni dello stato come una azienda privata, attaccando la indipendenza della magistratura, la libertà di informazione e i diritti di libertà, per imporre politiche antisociali nella scuola, nel mondo del lavoro e in tutti gli altri comparti della nostra società, potesse diventare un fatto penalmente perseguibile a discrezione di qualche associazione o di alcuni dirigenti di polizia.
Appare evidente come si sia voluto “difendere” in questo modo la trasformazione della manifestazione del 23 maggio in una parata ufficiale, anche perché occorreva che questa si svolgesse senza troppe venature polemiche per garantire la piena riuscita della successiva commemorazione del giudice Falcone all’interno delle iniziative fissate per il G 8 sulla sicurezza a Roma il 29 e 30 maggio.

A questo scopo a Palermo, ma poi anche a Roma, è scattata la repressione di pacifiche manifestazioni di dissenso sociale che denunciavano, le politiche securitarie, i respingimenti dei migranti e, nel settore dell’istruzione, le scelte tendenti alla privatizzazione del sistema formativo come un regalo alle mafie che alimentano il proprio consenso sulla ignoranza e sul cattivo funzionamento della scuola pubblica. 
Esiste una continuità diretta tra le decisioni del ministro dell’interno in materia di libertà di manifestazione, le scelte antisociali del governo, le prassi delle forze di polizia, l’obiettivo comune è la cancellazione di ogni forza organizzata di dissenso sociale. Si vogliono tenere a bada in questo modo non solo i gruppi più consapevoli, dal punto di vista politico, degli immigrati, ma si vorrebbe impedire una qualsiasi saldatura tra le proteste dei migranti e quelle dei cittadini contro i ladri di democrazia, che approfittano di questa riduzione degli spazi democratici per governare la crisi economica ed impedire la costituzione di un vasto fronte di opposizione. La guerra tra i poveri come sistema di governo, alimentando paure ed egoismo sociale che non migliorano la condizione dei ceti più deboli ma garantiscono il mantenimento del potere e dei profitti da parte dei gruppi più forti, anche in tempi di forte e duratura recessione economica.

Si vuole mantenere ed accrescere in questo modo la divisione tra le forze di opposizione politica e sociale, sulla base del consueto paradigma che definisce violenta e contro le istituzioni qualsiasi posizione di protesta che non si piega ad un compromesso finale o alla logica dei rapporti di forza esistenti. Una violenza, individuata anche in una presunta resistenza, che cessa di essere ipotesi di responsabilità individuale, che andrebbe comunque accertata in sede giurisdizionale,  per trasformarsi in responsabilità collettiva e quindi nella delegittimazione preventiva di intere organizzazioni o di gruppi che praticano il conflitto sociale, ieri la CGIL, oggi i COBAS ed i centri sociali, domani non si sa chi, forse i migranti che avranno il coraggio di rialzare la testa e riprendere nelle proprie mani e sulle proprie gambe il loro destino.

Il rischio, alla fine, è che le nuove disposizioni di legge in materia di sicurezza, anticipate dalle prassi di polizia, e gli apparati di controllo sociale e di riproduzione dei consensi, orientino l’opinione pubblica verso allarmi fasulli, verso una falsa sensazione di (in)sicurezza, nascondendo l’evidenza dei fatti e la violazione sostanziale delle regole e del sistema delle libertà e delle garanzie, che caratterizzano lo “stato di diritto” sancito dalla Costituzione. Anche una occasione come il G 8 sulla sicurezza e l’immigrazione risulta funzionale a questo disegno eversivo che si sta realizzando seguendo la traccia del piano della loggia massonica P 2 di tanti anni fa, un piano che oggi si è realizzato quasi compiutamente.  

Di fronte a questi pericoli per le libertà democratiche di tutti, cittadini e migranti, occorre una mobilitazione straordinaria, la ricostruzione di legami sociali dal basso, una pratica quotidiana dell’incontro e della condivisione tra chi agisce nelle lotte sociali e le comunità migranti, la riunificazione delle forze di opposizioni autenticamente antagoniste rispetto al disegno restauratore delle destre. Va denunciata ancora una volta la eccesiva debolezza della attuale opposizione parlamentare che quasi nella totalità ha condiviso gli accordi con la Libia, ed è stata corresponsabile di una politica comunitaria che ha sbarrato le possibilità di ingresso legale. Si è spalanca tata in questo modo la strada per le più audaci irruzioni delle destre italiane nel recinto dei diritti fondamentali riconosciuti ai cittadini ed ai migranti dalla Costituzione italiana, dai Trattati comunitari e dal diritto internazionale. Non basta denunciare menzogne e ricatti degli esponenti di governo, occorre costruire e praticare un progetto realmente alternativo, che sappia aggregare e non dividere ancora, come in passato, sulle scelte di politica estera, e sul piano ineludibile della difesa dello stato sociale. 

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