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Picchiati dalla polizia. Parlano i detenuti del Cie di Lampedusa

Per la prima volta parlano i detenuti del Cie di Lampedusa. Sono più di 600 tunisini e un centinaio di marocchini. Rinchiusi da oltre tre mesi in condizioni inumane. Denunciano pestaggi delle forze dell’ordine per sedare la rivolta il giorno dell’incendio, lo scorso 18 febbraio. Ma anche le indegne condizioni di sovraffollamento e la diffusa somministrazione di psicofarmaci per sedare gli animi.

     

Scritto da Fortress Europe

RAGUSA, 15 aprile 2009 – Manganellati dalla polizia, “senza pietà”. Ferite alla testa, fratture alla mano e contusioni alle gambe. Per la prima volta, parlano i detenuti del Centro di identificazione e espulsione (Cie) di Lampedusa. Sono più di 600 tunisini e un centinaio di marocchini. Rinchiusi da oltre tre mesi in condizioni inumane. Siamo riusciti a raccogliere le testimonianze di alcuni di loro. Siamo certi della loro identità, ma ci hanno chiesto di parlare sotto anonimato per evidenti ragioni di sicurezza. Denunciano pestaggi delle forze dell’ordine per sedare la rivolta il giorno dell’incendio, lo scorso 18 febbraio. Ma anche le indegne condizioni di sovraffollamento, la diffusa somministrazione di psicofarmaci per sedare gli animi e la convalida differita di provvedimenti di trattenimento che non hanno tenuto conto delle settimane pregresse di detenzione. Un ritratto a tinte fosche che fa luce sul lato oscuro delle politiche del Governo sull’immigrazione a pochi giorni da un’importante scadenza. Il 26 aprile infatti scade il decreto 11/2009 che aveva prolungato da due a sei mesi il limite della detenzione nei Cie. Senza un nuovo provvedimento, i 700 detenuti sull’isola torneranno in libertà. E potranno raggiungere – seppure clandestinamente – i familiari che li aspettano da mesi, in Italia e nel resto d’Europa. Se invece, come probabile, il Governo tornerà a prolungare i termini di detenzione, torneremo a sentire storie come queste.

 

La denuncia dei pestaggi. “Ci hanno picchiato coi manganelli, ci hanno lanciato gas lacrimogeni. E noi eravamo senza niente. Eravamo in un angolo, e c’era gente che dormiva ancora. Una cosa mai vista”. Mo. ricorda così la mattina del 18 febbraio 2009. Quel giorno un incendio distrusse completamente uno dei padiglioni del Cie di Lampedusa. Il fuoco venne appiccato da alcuni detenuti tunisini, in risposta alle cariche della polizia – più di un centinaio di agenti in tenuta antisommossa – che avevano ferito diverse persone. F. ha assistito alla scena: “Li hanno trattati in un modo selvaggio. Senza pietà”. “C’erano poliziotti dappertutto – dice un altro testimone sotto anonimato, M. – tutti che picchiavano con i manganelli. Davanti a me, c’era uno che sanguinava e un poliziotto che l’ha manganellato sulla testa. Gli hanno messo dieci punti. Un altro aveva la mano rotta. E c’era uno che non riusciva a camminare sul piede”. Gli scontri sarebbero iniziati davanti alla mensa, dove quattro o cinque agenti avrebbero aggredito – secondo M., che era presente sul luogo – alcuni tunisini che li avevano attaccati verbalmente. Da lì la protesta si sarebbe estesa alle centinaia di persone presenti, che quindi sarebbero state caricate dalla polizia dopo il lancio di gas lacrimogeni, almeno quattro. Le violenze sarebbero continuate anche nelle ore successive all’incendio, durante le fasi dell’identificazione e dell’arresto di una ventina di persone accusate di aver appiccato il fuoco nelle stanze.

 

Come all’inferno. Y. parla dei pestaggi come di qualcosa di evidente: “Tutti sanno che quel giorno la polizia picchiò i tunisini, anche le organizzazioni che lavorano qui. La polizia era così arrabbiata. Alcuni li prendevano in due sotto braccio, e li portavano in bagno, uno alla volta. Poi chiudevano porte e finestre e li picchiavano”. Mo. invece non si capacita di quanto accaduto: “Abbiamo incontrato dei tunisini gravemente feriti, sembravano ferite di guerra”. E allora si chiede: “Dico grazie alla Marina italiana che ci ha salvato in mare. Ma perchè, penso, ci hanno salvato se dovevano metterci nell’inferno?”

Il sovraffollamento. “Se aveste visto il centro, l’avreste messo voi il fuoco. Non è un posto per delle persone, è un posto per cani”. Il centro è ancora sovraffollato: ospita più di 700 persone in una struttura pensata per 381 posti e in parte distrutta dall’incendio. “Nella mia camera – dice F. – siamo 21 persone in 12 letti. La gente dorme sotto i letti, su dei materassini. Oppure in due sullo stesso letto. E alcuni dormono ancora nei corridoi”. Niente rispetto a fine gennaio, quando il centro era arrivato a ospitare più di 1.900 persone. “All’epoca – dice Mo. – le condizioni erano terribili. Docce e toilette erano fuori uso. In una camerata eravamo oltre 100 persone. Dormivamo in due su ogni materasso e in due sotto il letto, per terra, i piedi davanti alla testa dell’altro”. Per un periodo c’erano addirittura dei turni per dormire. Y. per esempio, dopo le prime quattro notti all’addiaccio, a metà gennaio, ha diviso per dieci giorni il letto con un amico marocchino. “Lui dormiva la notte e io la mattina”.

Gli psicofarmaci. La somministrazione di farmaci antidepressivi e calmanti nel Cie di Lampedusa sarebbe una pratica diffusa, secondo i detenuti intervistati. “La gente è troppo nervosa, prendono dei calmanti. Sono in molti. Li vedi perché hanno la bocca storta. Le medicine sono forti”, dice M. Altri invece lamentano la scarsità di medicinali. “Per qualsiasi malattia, ti danno sempre la stessa pasticca – dice Mo”. Y. invece è convinto che a volte vengano messi dei calmanti nel cibo della mensa. “Era un paio di mesi fa. Un paio d’ore dopo pranzo eravamo tutti così stanchi che volevamo dormire.. abbiamo pensato che ci fosse qualcosa nel cibo”.

Le convalide. Il decreto che ha trasformato il centro di prima accoglienza di Contrada Imbriacola in un Cie è entrato in vigore il 26 gennaio. A partire da quello stesso giorno, la Questura di Agrigento ha iniziato a rilasciare i provvedimenti di respingimento ai 1.134 detenuti presenti. Nel giro di due settimane, Giudici di pace del Tribunale di Agrigento e avvocati d’ufficio hanno provveduto alla convalida di quei provvedimenti, e quindi al trattenimento per 60 giorni degli stranieri. Sessanta giorni che però non hanno tenuto conto del periodo di detenzione già scontato. L’udienza di convalida del trattenimento di Y. e Mo. si è tenuta il 30 gennaio 2009. I due erano detenuti nel Cie da tre settimane, dal loro arrivo il 9 gennaio. Il decorrere dei 60 giorni di trattenimento però è iniziato a partire dal 31 gennaio. E i 21 giorni precedenti? Una banale detenzione arbitraria alla frontiera d’Italia, alla frontiera del diritto.

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Redazione terrelibere