Nonostante il fallimento delle politiche migratorie volute dal ministro Maroni, aumentano i tentativi di depistaggio e gli interventi repressivi che vorrebbero camuffare la reale dimensione dei fatti. Lampedusa è scomparsa dai mezzi di informazione, mentre si tenta di dividere la popolazione locale tra promesse di compensazione e minacce. Intando i numeri dicono che oltre la metà dei migranti che sono giunti lo scorso anno a Lampedusa dalla Libia sono richiedenti asilo.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Di fronte al fallimento delle politiche migratorie volute dal governo e dal ministro Maroni, mentre proseguono gli arrivi di migranti a Lampedusa, oltre trecentosessanta persone nelle ultime 24 ore, tra cui molte donne e minori, aumentano i tentativi di depistaggio e gli interventi repressivi che vorrebbero camuffare la reale dimensione dei fatti, impedendo anche ai giornalisti ed alle associazioni di assolvere ai doveri primari di informazione ed assistenza. E il gioco sembra riuscire perché Lampedusa è scomparsa dai mezzi di informazione, mentre si tenta di dividere la popolazione locale tra promesse di compensazione e minacce.

Tentativi di depistaggio, dopo la visita “farsa” di Barrot, che ha lodato le politiche sull’asilo adottate dall’Italia, senza accorgersi che gli avevano fatto sparire sotto gli occhi, poco prima che il suo aereo atterrasse a Lampedusa, proprio i richiedenti asilo, e che i migranti da lui incontrati erano detenuti in un Centro di identificazione ed espulsione, e che non si trattava nella quasi totalità di richiedenti asilo, ma di immigrati tunisini trattenuti da settimane in condizioni disumane, con provvedimenti di dubbia legittimità, ostaggio degli accordi stipulati dall’Italia con il governo tunisino.

Tutti dimenticano che oltre la metà dei migranti che sono giunti lo scorso anno a Lampedusa dalla Libia sono richiedenti asilo e che molti di loro hanno ottenuto il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Eppure, durante la visita del Commissario dell’Unione Europea Barrot, i richiedenti asilo erano (non) misteriosamente scomparsi. Un vecchio trucco che già in passato era stato utilizzato proprio a Lampedusa, in occasione della visita di parlamentari europei. Ma la realtà è più forte delle menzogne e ancora nella notte del 15 marzo, subito dopo la visita di Barrot a Malta, un gommone con altri 76 immigrati, tra cui 13 donne, e’ stato soccorso a 40 miglia a sud delle Pelagie, proprio in acque di competenza maltese. Sulla base di procedure sommarie, con tempi di attesa indecenti per persone che avrebbero bisogno di soccorsi immediati, il governo italiano per mantenere il silenzio sui propri fallimenti è intanto costretto a trasferire la maggior parte dei migranti a Porto Empedocle, saltando anche Lampedusa. Non sono chiari i criteri in base ai quali in qualche ora, magari a bordo di piccole imbarcazioni della Finanza o sulla banchina del porto, dove i migranti vengono ammassati seduti a terra per ore dopo lo sbarco, si procede alla identificazione ed alla attribuzione dell’età. Ma per il Commissario Barrot tutto questo non conta nulla, tanto non gli hanno fatto vedere nulla, quindi queste persone ed i loro drammi, per l’Unione Europea semplicemente non esistono.

I tentativi di mistificazione si susseguono, e gli accordi politici producono i primi segnali di collaborazione, ma anche questi mistificano quanto avviene nella realtà. Secondo la notizia diffusa dall’Ansa domenica 15 marzo, “sono 4581 gli immigrati illegali detenuti nelle carceri libiche: clandestini provenienti da Marocco, Tunisia, Egitto, India e Bangladesh. A fornire i dati è stato Abdulhamed Maraja, direttore del Dipartimento per l’investigazione sull’immigrazione. ’’Solo fra ieri sera e questa mattina sono 100 le persone trovate dalla polizia sulle spiagge di Tripoli, rientrate a nuoto perché le loro barche di fortuna sono affondate – spiega Maraja – e 48 quelle catturate a Zawia mentre provavano a partire”. Un favore fatto dalle autorità libiche agli amici del governo italiano, un annuncio ad orologeria, subito coperto dalla nuova ondata di sbarchi, ormai anche sull’isola.

Notizie veramente preoccupanti, oltre che per la sorte di quanti si trovavano sulle imbarcazioni “affondate” ( da sole?) poco distante dalla costa libica, perché sembrano “scomparsi”, in quanto non fanno neppure statistica, gli eritrei, i somali, e in genere i migranti dell’africa subsahariana detenuti in condizioni disumane nei centri di detenzione libici ( a Misurata in particolare) come documentato dai report raccolti su www.fortersseurope.blogspot.com. Notizie sempre più preoccupanti perché confermano che gli interventi di contrasto al limite delle acque libiche, assai probabilmente con la partecipazione attiva delle pattuglie Frontex che fanno base a Malta, si concludono con i migranti che ritornano a nuoto sulla riva di partenza. Proprio quel “pattugliamento congiunto”, per respingere nei porti di partenza le imbarcazioni cariche di “clandestini”, auspicato da Berlusconi e da Maroni. E quanti ne moriranno in queste ore, con tutti i soldi dell’Unione Europea che invia le missioni Frontex, tra coloro che, dopo il “naufragio” della loro imbarcazione non sanno nuotare o non riusciranno comunque a raggiungere la spiaggia ?

Ma cosa possono importare altri cadaveri che galleggiano nel Mediterraneo, purché ciò avvenga lontano dalle spiagge che tra qualche mese saranno invase dai turisti, che magari si vedranno arrivare in mezzo agli ombrelloni un barcone carico di disperati, come è successo oggi, proprio nella spiaggia più bella di Lampedusa, davanti all’Isola dei Conigli. E speriamo davvero che queste barche arrivino, e che non si debba assistere ancora alle tante tragedie che hanno costellato questi ultimi mesi le rotte dell’immigrazione clandestina, decine e decine di cadaveri abbandonati in mare, trascinati dalle correnti, finiti a pezzi nelle reti dei pescatori, questo è il Canale di Sicilia che non si vuole fare vedere. E ad ogni inasprimento delle misure di contrasto i trafficanti ringraziano ed aumentano i loro profitti, perché i rischi aumentano e le rotte si allungano. Nessuno sembra accorgersi che l’unico modo per contrastare l’immigrazione clandestina è l’apertura di canali di ingresso nella legalità.

E intanto nessuno deve vedere niente neppure a Lampedusa. L’isola è ormai completamente militarizzata, la libertà di circolazione e di osservazione è sottoposta al rigido regime delle zone militari, il porto durante gli sbarchi, il vecchio centro di Contrada Imbriacola, la vecchia base Loran, una intera parte dell’isola, trasformata dai militari in “zona rossa” con minacce continue nei confronti di chiunque tenta di avvicinarsi per vedere che fine sta facendo uno dei territori più belli del mediterraneo. Ieri durante gli arrivi, ad un assessore comunale, secondo quanto riferiscono i mezzi di informazione, si è negato persino l’accesso alla banchina del porto. Un altro pezzo di Lampedusa che diventa periodicamente zona rossa, inaccessibile a tutti, soprattutto ai giornalisti ed agli operatori delle organizzazioni umanitarie che non hanno convenzionamento con il ministero dell’interno.

Un abitante di Lampedusa, nelle scorse settimane, mentre stava telefonando di sera da una cabina pubblica, è stato scambiato per un migrante irregolare e duramente pestato ( per errore) dalle forze di polizia. Un errore che confermano quali sono i metodi adottati abitualmente a Lampedusa nei confronti dei migranti, dentro e fuori i centri di detenzione, ma nessuno ha il coraggio di denunciare gli abusi, e la visita del Commissario Barrot, come quella di tanti parlamentari che lo hanno preceduto, e che pure hanno raccolto testimonianze agghiaccianti, è passata lasciando dietro soltanto qualche dichiarazione generica ed un comunicato stampa di poche righe.

Una lugubre fila di container è già pronta intanto per trasformare la vecchia base Loran in un centro di detenzione, poco importa quale sarà la sigla che adotteranno, senza allacci fognari, senza rete elettrica, senza autorizzazioni urbanistiche, violando uno dei paesaggi più belli dell’isola, tutto all’impronta dell’emergenza da protezione (in)civile, tutto “pronto”, quando ancora i lavori non sono neppure cominciati, per inscatolare gli esseri umani che arriveranno nei prossimi giorni, per nasconderli all’opinione pubblica e deportarli nel segreto più assoluto.

Un segreto che probabilmente potrà essere violato solo dall’impegno delle associazioni indipendenti che non si rassegnano ( a differenza di qualche abitante dell’isola) alla militarizzazione di Lampedusa. Comunque si voglia fare da parte del governo e delle autorità amministrative, le informazioni sulla vergognosa situazione imposta alle Pelagie ( anche Linosa soffre sempre più l’emergenza immigrazione), riusciranno a circolare in Italia e nel mondo. Ed i Tribunali si occuperanno ancora a lungo di quanto sta avvenendo in questi mesi su un territorio che viene considerato (a torto) fuori dal diritto, come se fosse uno spazio extraterritoriale, una zona franca per sperimentare le pratiche più violente e discriminatorie di respingimento e detenzione.

Informazioni che circoleranno, malgrado i tentativi di intimidazione, come la schedatura inflitta ai componenti di un gruppo di rappresentanti di alcune associazioni antirazziste italiane e straniere, che domenica 15 marzo, al momento di imbarcarsi su un volo diretto da Lampedusa a Palermo, sono stati destinatari di misure di identificazione ( e di vera e propria schedatura) che non hanno riguardato gli altri viaggiatori. Un trattamento “particolare” che aumenta soltanto la determinazione e la coesione nella difesa dei migranti e dello stesso futuro di Lampedusa.

Un`ennesima riprova che lo stato di polizia che si sperimenta già nei confronti dei migranti sul territorio di Lampedusa, si proietta su tutti coloro che non rinunciano a difendere i diritti fondamentali delle persone, a partire dal diritto di informazione e dai diritti di libertà e difesa.

 

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