Secondo il Pentagono l’ambizioso obiettivo di Bush di trasformare l’Afghanistan in un paradiso della democrazia è già fallito. Resta prioritaria la lotta ai terroristi ed il raddoppio dei militari impegnati, coinvolgendo anche gli alleati, tra cui l’Italia. Intanto prosegue l’addestramento da parte degli USA di forze pakistane e afghane adibite al “contro-terrorismo”. Gli Stati Uniti ridefiniscono la propria strategia, ma la sostanza non cambia…

     

Scritto da Antonello Mangano

Uno studio riservato del Pentagono “consiglia fortemente” al Presidente Barack Obama di modificare la strategia USA in Afghanistan, riducendo l’enfasi sulla costruzione della democrazia (democracy-building) e concentrandosi invece maggiormente sulla lotta ai Talebani ed alle roccaforti di Al-Qaida in Pakistan, con la collaborazione dei militari pakistani.

Questa “raccomandazione” è solo una delle osservazioni che arrivano dal generale David Petraeus, del Comando centrale degli Stati Uniti, e che invitano la Casa Bianca ad un’ampia ridefinizione della politica estera. Lo rivela un articolo dell’Associated Press intitolato “Studio del Pentagono: ridefinire gli obiettivi degli Stati Uniti in Afghanistan”.

Secondo lo stesso articolo, ci vorranno alcuna settimane prima che l’amministrazione Obama riesca a modificare la sua strategia afghana. Il piano degli alti gradi dell’esercito riflette le crescenti preoccupazioni sulla gestione del paese, che nelle intenzioni di Bush doveva già essere una fiorente democrazia.

Il rapporto chiede un maggiore sforzo per sradicare le roccaforti dei talebani lungo in confine pakistano ed all’interno del paese. Non si tratta di un dettagliato piano di azione militare, ma di una indicazione squisitamente politica.

Come risponde la Casa Bianca? Robert Gibbs, dell’ufficio stampa del Presidente, si è tenuto sul generico: “Obama vuole valutare le attuali strategie della politica estera statunitense e nel caso apportare delle correzioni”.

Bryan Whitman, portavoce del Pentagono, non ha voluto commentare i dettagli del rapporto, ma ha ammesso che le relazioni con il Pakistan sono una componente essenziale per il successo in Afghanistan: “La regione di confine col Pakistan è essenziale per la sicurezza e la stabilità, ed il Pakistan stesso sta lavorando ad eliminare i rifugi dei talebani, ed a ridurre la possibilità di attraversare liberamente i confini. Ma questo non significa incursioni statunitensi in Pakistan”.

Gli ufficiali pakistani hanno ripetutamente lanciato l’allarme dopo un attentato che uccise 19 persone qualche giorno dopo l’insediamento di Obama. Gli Stati Uniti stanno lentamente rinunciando a stabilizzare la regione, in particolare sembrano arrendevoli di fronte alla resistenza dei Pashtun che vivono in entrambi i paesi, e si oppongono ad ogni potere centralizzato.

Il rapporto, però, enfatizza fortemente l’addestramento da parte degli USA di forze pakistane adibite al “contro-terrorismo”.

L’addestramento di forze speciali – di cui il governo pakistano è ben consapevole – rafforzerà anche l’esercito e la polizia afghani, ed ovviamente faciliterà la possibilità di governare il paese. Il Pentagono però ammette che gli USA non possono imporre la propria volontà al governo afghano, rivelando che l’ambizioso obiettivo iniziale di stabilizzare il paese e portare la democrazia è  diventato superiore alle proprie forze.

Pesa il doppio impegno in Iraq, dove è presente un vero contingente in guerra, anche se la missione è diventata formalmente “di supporto”.

Da un punto di vista militare, sarebbe stato più utile spedire forze combattenti in Afghanistan che in Iraq. Oggi, dopo tanti anni dall’attentato delle Torri Gemelle, il pericolo è esattamente lo stesso: evitare che l’Afghanistan sia usato come base per gli estremisti che vogliono attaccare gli USA ed i suoi alleati.

Il segretario alla Difesa Gates ha schiettamente ammesso che non è possibile allo stesso tempo sradicare i terroristi e costruire la democrazia: “L’Afghanistan è uno dei paesi più poveri del mondo; se ieri abbiamo pensato di trasformarlo in un paradiso terrestre, oggi abbiamo perso”.

Anche John McCain, tra le altre cose il principale esponente della commissione del Senato che si occupa di Difesa, ha parlato di “una evoluzione che va nella giusta direzione”, anche se ha precisato che non è stato un fatto particolare a determinare questa inversione di rotta. “Sarà dura, lunga e difficile”, ha concluso senza un briciolo di ottimismo.

Il Pentagono ha chiesto di raddoppiare la presenza in Afghanistan, portandola a 60.000 soldati. Intanto il nuovo sforzo USA comincia a ripercuotersi sugli alleati. Il quotidiano inglese “The Guardian” parla di 800 soldati italiani pronti a partire e destinati alla zona di Herat, notizia smentita dal ministro della Difesa La Russa.

Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza il vero protagonista è stato l`Afghanistan: tutti gli inviati Usa hanno chiesto più risorse, più soldati, più impegno. Avendo spostato soldati, risorse e focus politico dall`Iraq all`Afghanistan, l`amministrazione Obama chiede agli europei di fare di più.

Richard Holbrooke, l`inviato Usa per l`Afghanistan e il Pakistan, ha detto che “la guerra in Afghanistan sarà molto più dura di quella in Iraq: non ho mai visto niente che assomigli al caos che abbiamo ereditato lì, non assomiglia a nessuno dei problemi con i quali ci siamo confrontati”.

Parlando con Repubblica, il ministro degli Esteri pachistano Qureshi ha confermato che il suo governo è impegnato a combattere fino in fondo il terrorismo, “ma gli Usa devono capire che gli attacchi ai talebani pachistani all`interno dei nostri confini sono un affronto alla nostra sovranità che non farà altro che accrescere il sentimento antiamericano in Pakistan”.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.