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Oltre lo sfruttamento il razzismo mafioso

Rosarno è uno dei tanti paesi agricoli del Meridione dove gli immigrati sono sfruttati. Ma è anche l’unico dove, fin dal 1992, sono vittime di sconcertanti episodi di violenza gratuita. Eppure la storia del paese è molto contraddittoria, ed ha vissuto momenti eroici, anche recenti, di lotta alla mafia ed al latifondo. Il presente, invece, è segnato dal rituale degli inverni a base di violenza razzista

     

Scritto da Antonello Mangano

Tutto inizia nel 1992, l’anno dei primi arrivi. Gli africani, gli uomini e le donne dell’Est Europa iniziano a sostituire i braccianti locali. Così, ad ogni inverno, i quindicimila abitanti di Rosarno, centro agricolo della Piana di Gioia Tauro, aumentano di un terzo in occasione della raccolta degli agrumi.
Nel corso degli anni, il prezzo delle arance scende inesorabilmente, da 1400 lire al chilo fino ai 10-20 centesimi odierni.
Ma non tutti sono poveri a Rosarno. Non lo sono ad esempio gli organizzatori della mega-truffa delle «arance di carta» scoperta nel 2007, agrumi virtuali da conferire alle associazioni dei produttori, pesare di fronte a funzionari compiacenti ed infine scambiare coi lauti compensi dell’Unione Europea.
E gli africani sempre lì, nel fango e nel freddo, non un soldo di più rispetto ai 20 euro della tariffa standard. Figurarsi ora che l’UE ha stretto le maglie, i controlli appaiono più severi, il crollo del prezzo delle arance rende conveniente solo lasciarle dove sono. Figurarsi, se oggi le condizioni dei raccoglitori possono migliorare.

Eppure questa non è solo una storia di sfruttamento, che la renderebbe simile a quanto accade nella valle del Belice per la vendemmia, nel foggiano per i pomodori, nella Campania degli ortaggi, nel ragusano delle primizie, nel siracusano dei pomodorini, ovvero le stazioni della via crucis del lavoro stagionale che impegna la fascia più precaria, ricattabile e bisognosa dell’immigrazione clandestina.

Questa è una storia di razzismo mafioso, di violenza gratuita, di odio senza motivi, di estorsioni nei confronti di poverissimi. Una storia che inizia già al tempo dei primi arrivi.
Racconta un testimone: «L’anno scorso, era il 2006, un ragazzo è stato investito. Chi lo ha investito, magari non volontariamente, è ritornato sui suoi passi, lo ha visto in quelle condizioni, probabilmente il ferito ha accennato una reazione, l’investitore lo ha ammazzato di botte, forse voleva finirlo. Il ferito se ne è scappato dentro la campagna ed è riuscito a salvarsi. All’epoca abbiamo valutato una denuncia contro ignoti, alla fine la vittima ha detto: ‘sicuramente questi avranno la possibilità di farmi ancora più male di quanto me ne hanno fatto, non voglio denunciarlo perché ho paura, preferisco continuare a prendere 15 – 20 euro al giorno».

Oppure la storia incredibile della festa di fine Ramadan. «E’ finita verso mezzanotte, ognuno se ne è poi andato a casa a piedi. Era rimasto un po’ di cous cous. Un ragazzo di 18 anni torna a casa, ma verso mezzanotte viene aggredito da alcuni ragazzi, lo hanno ammazzato di botte. Se ne va in ospedale, la prima cosa che gli hanno chiesto sapete cosa era: – Che cosa ci facevi in giro a quest’ora?».

Qui siamo fuori dal mondo, e le vittime ed i carnefici possono tranquillamente scambiarsi di ruolo.
Ancora una storia raccolta sul campo: «Nell’inverno del 2007, un magrebino, tra l’altro un ragazzo con i documenti in regola che lavora in uno stabilimento nella zona industriale, è stato fermato da quattro tipi in macchina, che agitavano una paletta come quella delle forze dell’ordine.
E’ stato perquisito e fatto entrare in macchina, mentre stava entrando si è reso conto che non si trattava di carabinieri, è riuscito a scappare, lo inseguono, cercano di investirlo con la macchina, gli prendono la bicicletta e la gettano via in un burrone…»

«Poco prima di lasciare la clinica, [sono] intervenuto per fermare un gruppo di ragazzi italiani che stavano picchiando dei migranti – racconta Mustafa, cittadino marocchino, all’inviata del Guardian – C’è tanta violenza contro gli immigrati. Uno che conosco è stato colpito da una bottiglia di vetro rotta e lasciato senza conoscenza ai bordi della strada. C’è gente che ti punta la pistola e ti rapina tutto. Ed hanno pure un gioco, lo chiamano ‘andare per un marocchino’, vanno in gruppo sugli scooter e ti colpiscono con i bastoni quando passi. La polizia non fa niente» .
E’ il gioco della «nazionale», in due senza casco sul motorino a sfrecciare sulla strada. Ai bordi delle strade ne incontri sempre qualcuno: non puoi sbagliare, sono stranieri per forza, perché qui solo loro vanno a piedi, del resto non ci sono marciapiedi neanche nel centro della cittadina, non servono. I locali hanno tutti la macchina, dalle utilitarie fino alle Audi ed alle Bmw nere, è incredibile quante ne passano.
Ma il divertimento più consueto è quello dei sassi, un gruppo di giovinastri si mette su un cavalcavia dell’autostrada ed inizia il tiro al bersaglio.

Giovani, ignoranti ed armati

Nell’inverno del 1999, incoraggiati dal nuovo clima che si respirava in paese dopo l’elezione della giunta Lavorato, di sinistra e antimafiosa, alcuni africani inviano al sindaco una drammatica lettera.
«Siamo venuti solamente e unicamente per la raccolta degli agrumi, ma siamo vittime da quando siamo arrivati a Rosarno di una violenza e di ultrarazzismo senza precedenti. Dal nostro arrivo fino ad oggi, nei viali, nelle piazze, a volte nei luoghi di lavoro, nei ghetti siamo quotidianamente [24 ore su 24, anche durante il riposo notturno] vittime di congiure razziste: ragazzini minorenni che ci sputano in faccia, ‘brigate’ clandestine in moto-scooter… aggressioni inimmaginabili di ogni tipo.
Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti, senza acqua, senza elettricità, [usando come letti] i cartoni raccolti per strada.
Il 19 novembre 1999 verso sera alcuni onesti lavoratori dell’Africa nera, fra i quali due senegalesi ed un burkinabé sono stati vittime di giovani stupidi, ignoranti ed armati illegalmente che facevano il tiro a segno davanti al ghetto. I lavoratori sono finiti all’ospedale… Facciamo appello soprattutto allo Stato italiano a prendere tutte le misure necessarie per fermare questo stato di violenza gratuita”.

Inferno?

La storia di Rosarno è comunque complessa e paradossale, non riducibile all’“«inferno» descritto da quasi tutti gli inviati. Oggi i migranti schiavizzati lavorano nelle stesse terre dove pochi decenni fa gli abitanti del luogo condussero lotte sindacali di massa per vedere riconosciuti diritti elementari.
Alla fine degli anni ’50, le raccoglitrici di olive vivevano condizioni tanto drammatiche da «bere l’acqua delle pozzanghere», come racconta una di esse in un toccante documentario.
La brutalità degli agrari non era dissimile da quella odierna. Ma molti piccoli proprietari oggi alle prese con gli africani sono gli stessi che occuparono le terre e le dissodarono sventolando bandiere rosse.

Fino al recente passato, un durissimo scontro ha opposto il movimento bracciantile prima e il Pci dopo al sistema politico – mafioso. La distribuzione delle terre tra i braccianti, l’organizzazione in cooperative, le lotte ecologiste e per il lavoro nella Piana, l’esperienza del sindaco antimafia Lavorato sono stati momenti tanto importanti quanto poco conosciuti.
L’omicidio Valarioti ed il riflusso del movimento, al contrario, hanno segnato momenti difficili, fino alla situazione odierna, la Rosarno attuale, un antimondo senza prospettive.

Oggi Rosarno è invece un tassello di un mosaico più ampio, quello dell’economia agricola del Meridione inguaribilmente segnata da assistenzialismo e truffe, dal distorto sistema del welfare europeo, così come da lavoro nero, caporalato, violenza. Un quadro ben diverso dal luogo comune del Sud caldo, accogliente, «meridiano». Un Sud che dovrebbe iniziare a fare i conti con sé stesso. E che sta perdendo l’occasione di una interazione positiva con gli immigrati, che nel mezzogiorno vedono un semplice luogo di passaggio e smistamento.

Il movimento antimafia di Rosarno ha raggiunto momenti epocali come le grandi manifestazioni degli anni ’70. L’ex sindaco Lavorato, che vide morire Valarioti a pochi passi da lui, fu «festeggiato» nel ’94 a colpi di kalashnikov contro il municipio in uno dei tanti balordi capodanni rosarnesi, ma rimase in carica fino al 2003, dunque non molto tempo fa.
La sua amministrazione organizzava per il 6 gennaio la «giornata della fratellanza umana», un momento di incontro tra cittadini e lavoratori stranieri.

Nel dicembre 2008, invece, a Rosarno non c’è neanche il sindaco: il consiglio comunale è stato sciolto in seguito all’inchiesta che ha coinvolto anche i sindaci di San Ferdinando e Gioia Tauro. L’origine della vicenda è paradossale: il nipote dei Piromalli, Gioacchino, stesso nome del boss, viene condannato nel 2000 nell’ambito dell’operazione «Porto» ad alcuni anni di carcere ed a 10 milioni di euro di risarcimento da versare agli enti locali che si erano costituiti parte civile.

«Non li ho quei soldi.Posso pagare in natura?», dice l’avvocato Gioacchino, e si offre come consulente. «Perché no?», rispondono gli enti al Tribunale di sorveglianza, che prima di pronunciarsi aveva chiesto il parere dei sindaci. Da segnalare, però, il rifiuto della Provincia di Reggio Calabria.
Ad aprile, a seguito di altre indagini, era stato sciolto il consiglio comunale di Gioia Tauro. Il 10 dicembre, per la durata di 18 mesi, quello di Rosarno. La motivazione è sempre identica, ovvero «accertate forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata». I provvedimenti sono stati presi dal consiglio dei Ministri, governo Berlusconi, e contraddicono il luogo comune secondo cui gli scioglimenti sono forme punitive verso parti politiche avverse.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.