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Palestina, assassini, mandanti e complici

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Da anni, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, i principali paesi occidentali hanno praticato due guerre permanenti, una interna, rivolta ai migranti che cercavano in America o Europa una speranza di vita dopo essere stati costretti a lasciare il loro paese dalla fame o dalle guerre, e un`altra, esterna, contro quei popoli che rivendicavano il loro diritto ad esistere.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Con la complicità dei media dominanti, l’opinione pubblica è stata ammaestrata alla paura del diverso ed al cinismo, in una spirale che ha avvantaggiato i partiti della guerra, le destre, e reso normale l’orrore quotidiano delle stragi di migranti e dei genocidi in corso in diverse parti del pianeta, dalla Palestina allo Sri Lanka, dal Sudan al Centro Africa..

In tempi di guerra il conflitto sociale si cancella con la forza e il dissenso viene considerate alla stessa stregua di manifestazioni di solidarietà con il nemico. Eppure, malgrado tutto, nei giorni scorsi si è manifestato in molte città europee, insieme ai palestinesi della diaspora, in solidarietà con la popolazione di Gaza sotto attacco.

Per la Palestina libera, per il diritto al ritorno, per fermare una carneficina. Si è giunti adesso al punto che andrebbero posti limiti alle manifestazioni di protesta che per affermano “il diritto di esistere” dei palestinesi. Si apprende da fonti giornalistiche che, a Milano, la polizia starebbe indagando sui filmati delle manifestazioni di protesta contro l’attacco a Gaza. Per molti, per troppi, il gesto isolato di chi brucia qualche bandiera israeliana o statunitense è tanto grave quanto la uccisione di civili che vengono massacrati in Palestina.

Come sembra più grave di decine e decine di vecchi,donne e bambini palestinesi uccisi dagli israeliani, qualche proiettile che ferisce un passante o distrugge un giardinetto nelle città che Israele ha popolato dal nulla, come manifestazione della sua volontà di cancellazione di una entità territoriale palestinese. E poi la guerra e la repressione come unici strumenti per risolvere i conflitti. Uno stato che viola da anni la legalità internazionale e le risoluzioni dell’ONU, grazie all’alleato americano che è giunto a bloccare il Consiglio di Sicurezza, non può invocare il diritto di autodifesa per legittimare una occupazione militare ed una aggressione ad una città densamente popolata con un numero incalcolabile di vittime civili.

Odio e violenza possono solo produrre solo odio ed altra violenza. E dilagare ovunque. Eppure di fronte a questa vergogna molti, anche tra i paesi arabi, fanno già i loro calcoli per sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla invasione militare della striscia di Gaza, oppure approfittano del periodo “favorevole” per regolare conti interni, come nello Sri Lanka, dove il governo singalese sta schiacciando nel sangue la resistenza del popolo Tamil. Altri sperano che la soluzione”finale” della crisi palestinese possa accentuare le divisioni interne nel mondo arabo e abbassare i costi per l’acquisto delle materie prime. In Italia, l’attacco a Gaza serve a far passare in secondo piano la crisi internazionale, che corrisponde ad una gravissima crisi economica all’interno del paese. Ogni situazione di crisi viene evocata per sollecitare il ritorno al “dialogo” tra le forze politiche, per cancellare le residue possibilità di conflitto sociale, per ridurre sempre di più, giorno dopo giorno i cittadini in sudditi ed i migranti in schiavi.

Non c’è solo il silenzio di Obama, alla vigilia del suo insediamento alla Casa Bianca. Non è certo un caso che l’attacco a Gaza sia stato sferrato nei giorni di passaggio delle consegne tra il vecchio ed il nuovo presidente degli Stati Uniti. Contando ancora sulla tradizionale solidarietà di Bush e, forse, sul tacito avallo dello stesso Obama. Se così fosse, un pessimo inizio per la nuova presidenza americana. Questi sono i giorni del silenzio e della complicità, anche da parte dei partiti e degli intellettuali che in passato hanno solidarizzato con la causa palestinese.

Non ci si può certo limitare ad una serie di comunicati stampa. Non possiamo attendere che tra qualche anno qualcuno ammetta, come ha fatto Bush con l’Iraq, solo alla fine del suo mandato, che l’invasione di Gaza è stata una scelta sbagliata. Questo va detto con forza oggi, e vanno generalizzate le iniziative di protesta come il boicottaggio, domani potrebbe essere già inutile. Oltre al silenzio c’è anche la divisione e la paralisi. L’Europa è vittima di una divisione lacerante, ancora una volta oggi, come ai tempi della crisi del Kosovo.

La nuova presidenza di turno, affidata alla Repubblica Ceca, ma manifestato solidarietà con l’attacco di Israele a Gaza, Due distinte delegazioni europee si recheranno nei prossimi giorni a Gaza senza esprimere una posizione unitaria. Anche questa divisione rischia di tradursi in un ulteriore favore ai falchi israeliani che vorrebbero regolare con le armi i conti con Hamas, in realtà con la maggioranza del popolo palestinese della striscia di Gaza che lo ha votato alle ultime elezioni. All’interno di Israele la popolazione araba avverte ormai gli ebrei come oppressori. Divisioni non meno gravi attraversano il mondo arabo, con la Libia, che malgrado le tante violazioni dei diritti umani dei migranti nel suo territorio, è stato l’unico paese che, con scarsi risultati, ha tentato di fare assumere una posizione comune a tutti gli stati musulmani. Di certo si è aperta una partita decisiva all’interno del mondo arabo tra le popolazioni ed i loro governanti, che saranno delegittimati se non troveranno al più presto iniziative comuni di solidarietà per proteggere i palestinesi dagli attacchi di Israele.

Se non saranno capaci di uscire dalla paralisi, potrebbero perdere oltre alla loro legittimazione anche il potere, a vantaggio delle componenti più estreme del mondo musulmano. esattamente come è successo a Gaza, con la complicità della comunità internazionale. In Italia occorre fare diventare movimento di massa il diffuso senso comune che condanna gli attacchi israeliani alla popolazione civile ed è favorevole alla costituzione di uno stato palestinese. Per raggiungere questo risultato, che non si può esaurire in una singola manifestazione nazionale, ma deve piuttosto diventare una pratica quotidiana per la costruzione di rapporti di solidarietà attiva, occorre che tutti siano disposti ad abbassare le proprie bandiere ed a superare quel frazionismo e quella sterile ricerca di protagonismo che impediscono la ricostruzione di una identità forte della sinistra italiana.

Di fronte alla guerra in Palestina, come di fronte alla crisi economica che sta dilagando, occorre riaggregare le forze che si richiamano ai valori della giustizia sociale e della pace, senza cedimenti nei confronti di coloro che sono pronti da tempo al compromesso ed alla “solidarietà nazionale”. Questo, sempre di più, diventa il vero fattore scriminante. Forse siamo ancora in tempo per ripartire di nuovo, malgrado le troppe divisioni che stanno lacerando la sinistra italiana, almeno per combattere tutti insieme una battaglia di civiltà, ciascuno per la sua parte. Forse.

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