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Zlitan, Misratah e Sebha i lager libici dei «clandestini»

Sui muri qualcuno ha scritto “Guantanamo”. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea. La Libia deve diventare il nuovo gendarme delle frontiere europee. Ecco quello che costa in termini di diritti umani

     

Scritto da Fortress Europe

La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e di un egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassate una sull’altra. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto “Guantanamo”. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea.

I prigionieri si accalcano contro la porta della cella. Non ricevono visite da mesi. Alcuni alzano la voce: «Aiutateci!», implorano. Un ragazzo allunga la mano oltre quelli della prima fila e mi porge un pezzettino di cartone. C’è scritto sopra un numero di telefono, a penna. Il prefisso è quello del Gambia. Lo metto in tasca prima che la polizia se ne accorga. Il ragazzo si chiama Outhman. Mi chiede di dire a sua madre che è ancora vivo. È in carcere da cinque mesi. Fabrice invece non esce da questa cella da nove mesi. Entrambi sono stati arrestati durante le retate nei quartieri degli immigrati a Tripoli.
Da anni la polizia libica è impegnata in simili operazioni. Da quando, nel 2003, l’Italia siglò con Gheddafi un accordo di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione e spedì oltremare motovedette, fuoristrada e sacchi da morto, insieme ai soldi necessari a pagare i voli di rimpatrio e allestire tre campi di detenzione. Da allora decine di migliaia di immigrati e rifugiati ogni anno sono arrestati dalla polizia libica e detenuti in centri fatiscenti, in attesa del rimpatrio. Insieme a un collega tedesco, siamo i primi giornalisti autorizzati a visitare quei campi.

«La gente soffre! Il cibo è pessimo, l’acqua è sporca. Ci sono donne malate e altre incinte». Gift ha 29 anni e viene dalla Nigeria. Indossa ancora il vestito che aveva quando la arrestarono tre mesi fa, ormai ridotto a uno straccio sporco e consumato. Stava passeggiando con il marito. Non avevano documenti e furono portati a Zlitan. Da allora non vede il marito, che nel frattempo è stato rimpatriato. Dice di avere lasciato i due figli a Tripoli. Di loro non ha più notizie. Viveva in Libia da tre anni. Lavorava come parrucchiera e non aveva nessuna intenzione di attraversare il Canale di Sicilia. Come molti degli arrestati, all’Europa non aveva nemmeno pensato.
All’Europa invece aveva pensato Y.. Ci aveva pensato eccome. Disertore dell’esercito eritreo, per chiedere asilo politico, due mesi si era imbarcato per Lampedusa. Ma era stato fermato in mare. Dai libici. Da quel giorno è rinchiuso a Zlitan. Anche lui senza nessuna convalida dello stato d’arresto. Prima di farlo entrare nello studio del direttore, un poliziotto gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lui fa cenno di sì col capo. Quando gli chiediamo delle condizioni del centro, risponde «Everything is good». Va tutto bene. È spaventato a morte. Sa che ogni risposta sbagliata gli può costare un pestaggio. Siamo sotto un regime e la polizia è stata addestrata per anni alla tortura. Il direttore del campo, Ahmed Salim, sorride compiaciuto delle risposte e ci assicura che non sarà deportato. Nel giro di qualche settimana sarà trasferito in un altro carcere, per la precisione il centro di detenzione di Misratah, 210 km a est di Tripoli.

Ed eccoci a Misratah. Qua i detenuti sono tutti rifugiati eritrei. Al momento della nostra visita c’erano più di 600 persone, comprese 58 donne e alcuni neonati. Dormono in camere senza finestre di 4 metri per 5, fino a 20 persone, per terra. Di giorno possono uscire alla luce del sole, in un cortile. Le condizioni sono decisamente migliori di Zlitan. Ma il livello morale dei prigionieri è a pezzi. «Siamo torturati, mentalmente e fisicamente – dice S. – Siamo qui da due anni e non conosciamo quale sarà il nostro futuro». J. ha 34 anni. È in Libia dal 2005. È stato arrestato 13 volte. E da tre anni è bloccato nel campo di Misratah: «Non abbiamo commesso reati, stiamo solo chiedendo asilo politico. E non ci viene concesso. Diteci almeno perché? Diteci che cosa sarà di noi!».
Complice una forte mobilitazione internazionale, da un paio d’anni la Libia ha bloccato i rimpatri degli eritrei e ha iniziato a concentrarli nel campo di Misratah. Poco più di un centinaio di persone sono state liberate e accolte in vari paesi europei, tra cui l’Italia, grazie alla mediazione dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Per tutti gli altri non c’è nessuna prospettiva, se non la fuga. Eppure due anni fa andava molto peggio. Allora il campo di concentramento degli eritrei e degli etiopi si trovava 2.000 chilometri a sud di Tripoli. In pieno deserto, al confine con il Sudan. Li arrestavano sulla costa e li trasportavano stipati come bestiame dentro container arrugginiti, che sotto il sole diventavano forni, alla volta di un luogo il cui nome fa ancora venire i brividi a chi ci è passato: Kufrah. La versione ufficiale delle autorità libiche è che il centro di Kufrah sia chiuso. Ma nei sobborghi di Tripoli non ci crede nessuno. Anche tra gli ultimi eritrei arrivati la storia è sempre la stessa: fermati dalle pattuglie libiche nel deserto, portati al carcere di Kufrah e poi venduti dalla polizia agli intermediari che organizzano i viaggi verso la costa del Mediterraneo. Oppure abbandonati in pieno deserto, lungo la frontiera, di nuovo dentro i container.

Esistono tre tipi di container. Servono a trasportare i migranti arrestati sulle rotte per l’Europa nei vari campi di detenzione libici. Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto-rimorchio. A Sebha, terza tappa del nostro tour nelle carceri libiche, ce n’è uno per ogni tipo. Il colonnello Zarruq, direttore del centro di detenzione della città alle porte del Sahara, mi invita a salire sulla motrice Iveco Trakker 420. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Saliamo nella scatola di ferro dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra. Su una c’è scritto Gambia. L’acqua è il bagaglio essenziale per i migranti che attraversano il deserto.

Sul carico di illegali di ieri c’era anche una famiglia di Sikasso, in Mali. Padre, madre e bambino. Il piccolino ha otto anni. I loro nomi compaiono sulle liste dei prossimi aerei pronti a partire. Nei primi dieci mesi dell’anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone. Gli ultimi tre aerei sono atterrati in Mali la settimana prima del nostro arrivo, con grande gioia dei funzionari che da Roma e Bruxelles fanno pressioni su Tripoli perché la Libia diventi il nuovo gendarme delle frontiere europee. Costi quel che costi.

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Redazione terrelibere