Il respingimento verso la Libia ed il “fermo di natanti” in mare significano migliaia di morti e ancora processi per i comandanti delle imbarcazioni non militari, autori di interventi di salvataggio. Chi grida all`invasione dovrebbe ricordare che solo il 10% degli ingressi in Italia transita da Lampedusa. Che fine fanno i respinti? Cosa sappiamo dei campi in Libia, degli abusi e delle torture?

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Non erano bastati la strage della notte di Natale del 1996, davanti alle coste di Porto Palo, in Sicilia e poi l’affondamento nel Canale d’Otranto della Kater I Rades, carica di migranti provenienti dall’Albania nel marzo del 2007, per convincere il governo Prodi e poi il governo D’Alema della inutilità delle politiche di contrasto violento, in mare e poi nei centri di detenzione, dell’immigrazione clandestina, una guerra senza regole che ha eroso i principi dello stato di diritto e che ha costituito precedenti gravissimi per una dilatazione enorme della discrezionalità amministrativa, dei poteri delle polizie, a scapito dei diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita.

A nove anni esatti dalla morte di sei migranti, periti nel rogo del centro di detenzione Vulpitta di Trapani alla fine di dicembre del 1999, punto di fallimento delle politiche del centrosinistra dopo l’approvazione della legge Turco Napolitano nel 1998, nel dicembre del 2008 gli ultimi arrivi a Lampedusa di migranti, soccorsi da unità della marina italiana mentre erano in procinto di annegare, confermano il fallimento dell’ ennesima svolta repressiva impressa dall’ultimo governo Berlusconi alle politiche di contrasto militare dell’immigrazione “clandestina”.

Una politica basata adesso sulla esternalizzazione dei controlli di frontiera e della detenzione amministrativa, sulla base di intese bilaterali con i regimi dittatoriali nord-africani, a fronte delle divisioni interne all’Unione Europea, incapace di concludere intese multilaterali per la riammissione dei migranti irregolari.

L’ultimo accordo politico stipulato in Libia il 30 agosto 2008 tra Berlusconi e Gheddafi non costituiva certo una svolta nella politica estera italiana. Il 19 gennaio 2007, commentando i dati degli arresti in Libia dei candidati all`immigrazione clandestina, il Ministro degli interni Giuliano Amato parlava di “buoni frutti” della collaborazione tra Italia e Libia. Pochi mesi dopo, l’ 11 giugno 2007, lo stesso Ministro arrivava a sollecitare la partecipazione della Libia ai pattugliamenti aeronavali congiunti dell`agenzia europea Frontex nel Canale di Sicilia, per “impedire l`uscita dai porti delle navi”. Alla fine del 2007, malgrado fossero noti da tempo i rapporti i Amnesty, di Human Rights Watch e di altre agenzie internazionali sulle violazioni dei diritti umani in Libia, e malgrado questo paese non avesse mai aderito alla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati, il governo Prodi, con una missione a Tripoli capitanata dal prefetto De Gennaro, aveva già concluso un accordo con la Libia, formalizzando le prassi “riservate” seguite in precedenza, con l’aggiunta di mezzi e personale che avrebbero dovuto migliorare “l’efficienza” degli interventi di contrasto dell’immigrazione “clandestina”, sia ai confini meridionali della Libia che nelle acque del Canale di Sicilia.

Il Protocollo firmato a Tripoli a dicembre del 2007 prevedeva inoltre che l’Italia assumesse ulteriori iniziative a livello europeo per rinforzare i dispositivi di “guerra all’immigrazione illegale” come l’agenzia europea FRONTEX , già impegnata al largo delle Canarie, tra Marocco e Spagna con un bilancio pesantissimo di vittime. Secondo quanto si apprendeva dai giornali che hanno fedelmente riportato le veline dei comunicati ufficiali, in base allo stesso accordo, mai ratificato dal Parlamento italiano, “la direzione e il coordinamento delle attività addestrative ed operative di pattugliamento marittimo vengono affidati ad un Comando operativo interforze che sarà istituito presso una «idonea struttura» individuata dalla Libia”.

Il responsabile avrebbe dovuto essere un «qualificato rappresentante» designato dalle autorità libiche, mentre il vice comandante (con un suo staff) sarebbe stato nominato dal Governo italiano. Tra i compiti del Comando interforze quello di organizzare l`attività quotidiana di addestramento e pattugliamento; di «impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo»; di interfacciarsì con le «omologhe strutture italiane», potendo anche richiedere l`intervento o l`ausilio dei mezzi schierati a Lampedusa per le attività anti-immigrazione”. I termini dell’accordo concluso nel dicembre 2007, malgrado il riserbo ufficiale delle autorità governative, apparivano molto chiari ma non sembra che i risultati pratici abbiano corrisposto alle attese, al punto che potrebbe persino escludersi che quanto previsto dalle intese sottoscritte a Tripoli, sia stato mai realizzato.

Colpa forse della crisi politica che ha cancellato il governo Prodi, “costringendo” Gheddafi e Berlusconi ad una ulteriore trattativa, questa volta con una posta ancora più alta. Un accordo globale per la chiusura del contenzioso coloniale. Un fiume di dollari destinato anche ad armare pattuglie congiunte per bloccare le imbarcazioni dei “clandestini” subito dopo la partenza, con operazioni di blocco congiunto in mare. Un fiume di dollari che evidentemente non è mai arrivato nelle casse dei libici. Sappiamo però abbastanza bene cosa significa il “fermo di natanti” in mare, migliaia di morti e ancora processi per i comandanti delle imbarcazioni non militari, autori di interventi di salvataggio.

Ed è ben nota la condizione dei migranti restituiti alla polizia libica dopo il respingimento da parte delle autorità italiane. Adesso, dopo l’ultima “ondata di sbarchi” il Ministro Maroni invita il suo collega Frattini a sollecitare Gheddafi nella collaborazione con l’Italia nelle pratiche di contrasto e di respingimento dei migranti che tentano di raggiungere le coste italiane in fuga dall’inferno libico. Come se non fossero note le condizioni dei migranti irregolari detenuti in Libia, donne e bambini compresi. E nessuno ricorda che solo il dieci per cento dei migranti irregolari che entrano in un anno in Italia transita dalla Libia e da Lampedusa.

Ma i barconi carichi di donne in stato di gravidanza e di minori fanno “audience”, e magari servono anche ad accelerare la ratifica delle intese Italia-Libia da parte del parlamento, i modo anche da sbloccare qualche affare tra la Libia e l’ Italia, come l’ulteriore ingresso di capitali libici in UNICREDIT, una partita di centinaia di milioni di euro che potrebbe incagliarsi nelle secche delle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina. E poi, alla fine, quanto interessa a questo governo la vita di alcune centinaia di migranti, a rischio di annegare in mare, o delle migliaia che sono trattenuti ed abusati nei centri di detenzione libici? Ormai il comportamento del governo italiano non deve stupire più nessuno.

A differenza del precedente governo Prodi, infatti, si va verso la sistematica disapplicazione delle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo che sospendono misure di allontanamento forzato quando ricorre il rischio di trattamenti inumani e degradanti vietati dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’ uomo. Si ripetono da mesi, ormai, le “ordinarie renditions”, soprattutto verso la Tunisia, camuffate da espulsioni per motivi di sicurezza, decise dal ministro degli interni ai danni di sospetti appartenenti alle organizzazioni terroristiche, che nei paesi nei quali vengono rimpatriati scompaiono o sono immediatamente sottoposti a brutali torture.

Mentre gli Stati Uniti si accingono a chiudere Guantanamo l’Italia dà un contributo non secondario alle tante piccole Guantanamo che i paesi del Nord Africa hanno aperto all’interno dei loro confini. Quando si considera la tortura un mezzo normale per garantire la sicurezza e quando si dà per scontato che i migranti respinti o imprigionati in Libia possano essere abusati, venduti o uccisi, se non condannati a morte nel deserto o nelle acque del canale di Sicilia, e tutto al solo fine di non farli mai arrivare in Europa, non deve sorprendere poi che gli stessi governanti italiani trattino il dossier Libia al solo fine di ridurre al minimo le spese degli interventi di contrasto e gli arrivi di migranti al Lampedusa, due obiettivi che sino ad oggi nessuno è riuscito a conciliare.

Non importa più di tanto, sembrerebbe, il costo in termini di vite umane e la sorte dei potenziali richiedenti asilo, la maggior parte dei migranti che, fuggendo dalla Libia, trova scampo a Lampedusa Di certo, le “intese tecniche” tra militari italiani e libici previste dagli accordi sottoscritti alla fine del 2007 non sono mai andate a buon fine, come dimostrato dal raddoppio degli sbarchi di migranti in Sicilia nel corso del 2008, migranti provenienti proprio dalla Libia, in gran parte potenziali richiedenti asilo, con il conseguente aumento esponenziale del numero dei morti e dei dispersi nel Canale di Sicilia, anche bambini e donne in gravidanza. Appare anche evidente come la Marina Militare italiana sia riuscita comunque, malgrado le periodiche riunioni dei burocrati di Frontex a Lampedusa, ad interpretare al meglio le normative internazionali sul diritto del mare e la nostra tradizione di salvataggio, chiamando quando necessario anche i pescherecci in soccorso dei migranti in procinto di affondare.

Un impegno umanitario ed istituzionale eccezionale che oggi qualcuno vorrebbe mettere sul banco di accusa. Un impegno che va invece riconosciuto e difeso. Gli accordi internazionali sottoscritti da Amato nel 2007 e poi da Berlusconi nel 2008, con Gheddafi e quindi con il ministro degli interni libico, dovrebbero rientrare tra gli accordi che sono previsti già nel T.U. sull`immigrazione n. 286 del 1998 agli articoli 2, 3 e 21, modificati dalla legge Bossi-Fini, sono stati sottratti fino ad oggi alla ratifica parlamentare prevista dall`art. 80 della nostra Costituzione.

Con la composizione dell’attuale maggioranza di governo stupisce che tali accordi non siano stati ancora ratificati dal parlamento. Probabilmente si è trattato, come al solito, di una sporca questione di soldi, non solo da riserve dei soliti leghisti, ma da più concrete economie suggerite da Tremonti, perché non sarà certo facile trovare nelle disastrate casse dello stato italiano i milioni di dollari che Gheddafi aspetta dall’Italia. In realtà l’Italia attendeva da tempo che con l’approvazione definitiva della direttiva sui rimpatri, la direttiva della vergogna, queste risorse fossero fornite dall’Unione Europea ai paesi di transito ed agli stati comunitari più esposti all’immigrazione clandestina, ma sul punto non si è ancora raggiunto un accordo a livello comunitario.

Intanto quei finanziamenti rimangono bloccati, anche perché dopo i disastrosi risultati ( l’esperienza spagnola di FRONTEX è troppo circoscritta per salvare un bilancio comunitario che rimane fallimentare)) qualcuno a Bruxelles si sta chiedendo, nell’anno del rinnovo del Parlamento Europeo, a chi sia convenuto destinare tante risorse alle agenzie di sicurezza come FRONTEX.

Adesso la direttiva sui rimpatri è stata approvata definitivamente, ed anche se non ha fatto arrivare i soldi attesi da Gheddafi, ha reso ancora più violente le pratiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, estendendo fino a diciotto mesi la detenzione nei cpt, consentendo la detenzione dei minori e dei richiedenti asilo, spalancando la strada alla deportazione dei migranti in paesi di transito, diversi dai paesi di origine, anche a prescindere dall’accertamento effettivo della nazionalità, esattamente quello che l’ Italia e la Libia attendevano per dare corso alle proprie intese. Anche questa circostanza, come la finestra di tempo stabile dopo mesi di burrasche potrebbe spiegare l’ultima ondata di arrivi a Lampedusa, ma le spiegazioni sono comunque tante e diverse, ed il fenomeno affidato esclusivamente al contrasto dell’immigrazione clandestina rischia di andare fuori da qualsiasi possibilità di controllo.

E’ del resto noto come qualunque inasprimento delle pratiche di controllo delle rotte seguite dall’immigrazione clandestina comporta immediati percorsi alternativi, di fronte alla perdurante assenza di canali di ingresso legali. Rimane poi da verificare se le disposizioni contenute nella direttiva sui rimpatri e la “cooperazione pratica di polizia” tra i diversi stati risultino conformi ai dettati consolidati del diritto internazionale e delle carte costituzionali dei paesi democratici, ai quali fanno riferimento anche i Trattati dell’Unione Europea.

Gli stessi accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione clandestina, a seconda del loro contenuto, o delle intese operative che ne seguono, possono violare principi consolidati di diritto internazionale . La riammissione, o il respingimento, collettivo, a mare, di migranti verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, ovvero nei quali gli interessati possano essere vittime di trattamenti disumani o degradanti, sono tassativamente proibiti dall`art. 3 della stessa Convenzione Europea. Analogamente è vietato il rinvio verso stati nei quali non vi è l`effettiva possibilità di accedere alla protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, convenzione che la Libia non ha ancora sottoscritto, macigno che non può essere rimosso dal consueto pretesto che lo stesso paese è parte dell’Organizzazione degli stati africani ( OUA) il cui statuto richiama quella Convenzione.

Rimane ancora molto concreto il rischio – se non la certezza – che dopo gli interventi di pattugliamento congiunto praticato dalle unità miste italo-libiche si possano verificare vere e proprie espulsioni o respingimenti collettivi verso la Libia e da qui verso i paesi di provenienza. In questi anni si è avuta notizia di migliaia di casi di respingimento di potenziali richiedenti asilo da parte delle autorità libiche, e dopo le parziali ammissioni del Colonnello Mori nel 2005, sono ormai numerose le testimonianze sulla detenzione amministrativa che viene praticata in Libia senza un effettivo controllo di una autorità giurisdizionale, senza alcuna possibilità di difesa (si vedano i dossier pubblicati nel sito fortresseurope.blogspot.com). Migliaia di persone, tra le quali donne e minori sono trattenuti ancora oggi in condizioni disumane, come si è verificato nel caso degli eritrei e degli altri migranti irregolari detenuti nel carcere di Misurata ed in altri luoghi di detenzione, anche fosse scavate nel deserto La maggior parte delle giovani donne viene sistematicamente stuprata dai trafficanti o da poliziotti in divisa.

Così almeno raccontano la maggior parte delle sopravvissute in fuga dall’inferno libico. E Gheddafi si proclama ancora un campione dei diritti umani e in questa veste ottiene riconoscimenti dalla comunità internazionale e da qualche stagionato paladino dell’internazionalismo socialista. E’ con l’altra Libia, quella che cerca faticosamente di emergere dalla palude del regime di Gheddafi che la società civile europea vuole tentare di collegarsi, utilizzando gli strumenti offerti dai nuovi canali di comunicazione e promuovendo anche in suolo libico iniziative concrete a tutela dei migranti. Una direzione di marcia ben diversa da quella seguita dal governo italiano. Con questo leader politico e con queste forze di polizia nel 2008 l’Italia di Berlusconi e Maroni ha firmato un vero e proprio accordo politico dopo il protocollo tecnico per la “cooperazione contro l’immigrazione clandestina” sottoscritto alla fine del 2007 dal governo Prodi.

Ma piuttosto che diminuire, gli arrivi a Lampedusa sono più che raddoppiati. Al di là del giudizio negativo che si può formulare sull’ ennesimo accordo concluso sulla pelle dei migranti, senza alcun riguardo per le categorie più vulnerabili, viene forte il dubbio che i paesi, come la Francia e l’Italia, che stanno investendo risorse ingenti attribuendo a regimi dittatoriali compiti sempre più importanti per bloccare l’immigrazione e per combattere il terrorismo, possano avere fatto male i propri conti, per la inaffidabilità dei partner che non sembrano certo in grado di garantire quanto hanno millantato, ma che intanto prosperano sugli aiuti economici e sulle forniture militari che gli vengono generosamente elargite. Continuando a governare con la violenza clandestina dei servizi segreti e con la repressione di qualunque forma di dissenso.

Violenza militare e repressione che possono alimentare negli strati più disperati delle popolazioni locali, o degli stessi migranti, la base di consenso verso le organizzazioni terroristiche. E’ bene che l’opinione pubblica sia consapevole dei gravissimi rischi che potrebbero essere innescati proprio dalla politica estera, di “guerra ai migranti”, seguita dal governo Berlusconi con la Libia con la scusa del contrasto dell’immigrazione cd. illegale. Gli inviti, assai rari, finora rivolti alla Libia al fine di assicurare un maggior rispetto per i diritti umani, non solo dei migranti, ma anche degli oppositori politici interni, sono finora caduti nel vuoto.

Nel corso dei suoi incontri a Parigi, nel gennaio del 2008, Gheddafi ha immediatamente smentito Sarkozy quando questi ha affermato di avere trattato, nel suo colloquio con il leader libico, il dossier sul rispetto dei diritti umani in Libia, questione sollevata ancora di recente da Human Rights Watch , e lo stesso atteggiamento infastidito è stato opposto all’amministrazione americana. La Libia ha interrotto le relazioni economiche con la Svizzera ed ha imprigionato arbitrariamente diversi cittadini svizzeri, nell’estate del 2008, solo perché in un albergo elvetico la polizia aveva arrestato un figlio di Gheddafi e la moglie, colpevoli di avere percosso violentemente un domestico. Il fratello e la madre di questo stesso domestico, che poi è stato costretto ad una ritrattazione parziale delle sue accuse, ma ha ottenuto asilo in Svizzera, si trovavano ancora in Libia e sono stati sottoposti a gravi abusi.

E’ questo il paese, una volta “Stato canaglia”, oggi pienamente riabilitato a suon di petrodollari, con il quale l’Italia di Berlusconi, purtroppo in piena continuità con i governi precedenti, si accinge a concludere nuove intese commerciali su gas e petrolio, spalancando il mercato finanziario italiano ai capitali di Gheddafi e delle sue compagnie, in cambio di un qualche impegno contro l’immigrazione clandestina da potere esibire all’opinione pubblica interna. Richiamare i diritti umani e la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo non deve restare,tuttavia, un vuoto rituale. L’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, che vieta trattamenti inumani e degradanti, e l’art. 33 della Convenzione di Ginevra che sancisce il principio di non refoulement, si pongono in contrasto frontale con gli accordi sottoscritti in Libia da Berlusconi e Gheddafi, quegli accordi che adesso Maroni e Frattini dovrebbero mettere in esecuzione conquistandosi a suon di milioni di euro la collaborazione dei diffidenti partner libici.

Gli organismi internazionali preposti alla salvaguardia di queste convenzioni internazionali, come il Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (CPT) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR), anche sulla base delle documentate denunce delle associazioni e delle organizzazioni umanitarie dovranno denunciare al più presto il comportamento del governo italiano. Una responsabilità storica immane che, al di là delle future condanne dei tribunali internazionali, caratterizzerà l’operato di governi che, concludendo accordi con i dittatori dei paesi di transito e sbarrando ogni possibilità di ingresso legale, persino ai richiedenti asilo, hanno innalzato le mura della Fortezza Europa ed hanno attuato politiche criminogene di contrasto dell’immigrazione clandestina, capaci soltanto di alimentare l’odio e l’esclusone sociale.

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